feb 23 2009

Lo stato delle anime

Michela Murgia @ 12:17

Lo stato delle animeA dieci giorni suonati dalle elezioni sarde, quando tutte le riflessioni che contano sono state fatte, questa potrebbe non aggiungere niente. La sento però necessaria per me, perché per quanto sia stata forte l’iniziale tentazione di elaborare il risultato come un macroscopico caso di ipnosi collettiva, non può essere sufficiente a spiegare fino in fondo che cosa è accaduto sull’isola del tesoro. Sgombro l’equivoco per i vincitori: non ci sarà alcun “ci siamo sbagliati” alla fine di questa riflessione; per quanto possa sembrare difficile da comprendere a chi ha deciso che entrare ad ogni costo sarebbe stato l’unico parametro delle sue scelte, esistono anche opzioni che mantengono intatto il loro senso, che si vinca o che si perda. Mai come ora sono stata convinta che il metro della democrazia non possa essere la maggioranza, ma le condizioni di conoscenza e consapevolezza in cui quella maggioranza si determina; e sul fatto che in Sardegna mancassero, sfido chiunque a smentirlo. Anche per questo, tentare di far passare questa sconfitta come un dato politico è una operazione spudorata che possono cercare di fare solo i vecchi marpioni del PD sardo, quelli per i quali la maggiore sconfitta sarebbe stata vincere con Soru, e che oggi rilasciano interviste accorate per spiegare politicamente la (sua) debacle.

Questi signori sanno sin troppo bene che gli atti politici sono un bene esclusivo degli uomini liberi, eppure non rinunciano a offendere la nostra intelligenza con la pretesa di far l’analisi politica del numero degli ingannati e dei presi per fame, o più beceramente per un buono benzina. A me non interessa dire quali sono stati gli errori di Soru e quali i punti di forza della destra; altri meglio e prima di me lo hanno fatto. Mi interessa invece leggere, nello sconcertante dato numerico delle urne, le ragioni assai più serie di quella che è evidentemente una sconfitta antropologica.
Su quel piano Renato Soru lo si poteva di certo obiettare sul metodo, ma era difficile dargli torto sul merito. È stato il mio percorso indipendentista che mi ha permesso di riconoscere nel suo progetto un più che degno compromesso tra la necessità storica che condurrà i sardi all’autodeterminazione futura e il pantano morale del momento presente, dove il massimo della scelta autonoma di cui i sardi sono capaci è il nome del padroncino locale con cui barattare il voto, in cambio di un diritto spacciato per favore personale. Soru, con tutti i suoi limiti, ha proposto una visione non facile, con un prezzo indubbiamente alto, ma anche l’unica che contenesse una prospettiva di lungo termine, più vicina agli obiettivi finali della mia scelta politica per iRS: chiedere ai sardi di assumersi in prima persona la responsabilità del proprio sviluppo. Dall’altra parte cosa c’era? L’offerta di un fantomatico piano Marshall (sic), una misura drastica per cui anche un cretino capirebbe che non ci sono i fondi, ma che anche se ci fossero, resterebbe comunque legata a una visione da sopravvissuti alla guerra, da terremotati della nazione, da alluvionati della storia, in un consolidato e comodo rapporto assistenziale. Era tra queste due visioni di mondo e di popolo che si giocava la scelta, e per questo dalle urne non esce solo la sconfitta di Soru, ma soprattutto l’incapacità di gran parte dei sardi di pensare a sé stessi come gente libera. Quello è il dato con cui bisogna adesso fare i conti, e non ha nessuna importanza l’essere di destra o di sinistra per capirlo, è sufficiente l’onestà intellettuale.

Quella non la cercherò tra chi si vede già librato a tre metri cubi sopra il cielo, al grido sguaiato di Vox populista, Vox Dei. Non la cercherò nemmeno tra i nomi di coloro a cui si mostrerà la gratitudine dei numeri primi nel gioco ciclico dello spoil system. L’andrò a cercare invece tra quanti hanno capito la posta in gioco, e che hanno perso la sfida di farlo capire ad altri per mancanza di coordinamento, di mezzi e di luoghi di elaborazione popolare in cui far crescere il rispetto di sé nella gente. La cercherò tra chi quella sfida l’ha giocata affrontando la strada in salita di sapersi minoranza, come gli uomini e le donne del mio movimento, che sono riusciti a far crescere una moderna coscienza indipendentista in posti dove non fioriva nemmeno il cardo. La cercherò soprattutto tra gli intellettuali sardi liberi da rapporti di vantaggio con i poteri, che non abbiano mai rinunciato a esercitare un ruolo di critica vigile nonostante tutto e tutti, e che intendano nel futuro continuare a farlo. Il sogno che coltivo è che un giorno possano verificarsi condizioni in cui i sardi non si divideranno mai più sul cosa vogliono essere, ma al massimo sul come vogliano arrivarci. Per il momento, ha da passà ‘a nuttata.


Condividi questo articolo:

  • Add to favorites
  • email
  • Print
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • MySpace
  • Technorati
  • Wikio IT
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • Twitter
  • del.icio.us
  • Upnews
  • Yahoo! Bookmarks

Post correlati

  • In attesa del New Marshall Plan forse è meglio sfollare da Cagliari.

    Soru dentro il suo vellutino ben tagliato ha dato (ahilui e ahinoi) un segnale
    dirompente che ha fatto prontamente scattare la tristemente nota “costante
    complessante sarda”, ovvero il complesso di sarditudine, quello che: siamo
    sardi ma solo all'agriturismo o per ballare su ballu sardu, giusto per qualche
    scampagnata, per il resto dell'anno siamo italiani, soprattutto italiani,
    seppur d'oltremare, un pò sfigati, di quelli che “so stato du giorni a Roma e
    me so ambientato, ostricca!”.

    Il complesso che ci fa definire “piccola” la nostra “patria” sarda; piccola,
    quindi spuria, finta, quasi da ripudiare al cospetto di quella italiana senza
    aggettivi quindi la vera, grande dunque presentabile non complessante.
    Lo stesso complesso che impedisce alle labbra dei sardi di pronunciare, ma
    anche solo di ricordare, che esiste la nazione sarda,  non certo per
    rivendicare una sedicente superiorità nazionalistica ma solo per rigettare
    modelli revanchistici e qualunquistici che la destra italiana al potere sta
    imponendo senza resistenza alcuna ben accompagnata dai pulpiti vaticani.

    Non bisogna infatti sottovalutare l'influenza nefasta della casta clericale
    sarda e la sua pesante interferenza politica, rilanciata dall'arcivescovo
    cagliarìtano durante la visita papale e completata dai pranzi ecumenici
    offerti a Berlusconi dai vari vescovi  durante i suoi week-end elettorali.
    Il clou del grottesco, che forse nemmeno Fellini avrebbe osato rappresentare, è stata la farsesca visita in hotel del vescovo di Alghero-Bosa a Berlusconi.
    Mentre il “povero” Soru che solo sei mesi prima aveva versato nelle casse del
    signor Mani ben 1.4 milioni di euro, ha fatto campagna elettorale a furia di
    panini con mortadella consumati nelle bottegucce.

    Qualche giorno fa lanciai la provocazione di spostare la capitale sarda da
    Cagliari al centro‑Sardegna: Oristano o Nuoro, è innegabile infatti che
    Cagliari, Su Casteddu, rappresenta da sempre un entità avulsa dal resto della
    Sardegna, più vicina ai centri di potere esterni, leciti e/o illeciti, che
    non al retroterra autentico che la sostiene e alimenta la sua funzione
    burocratico-amministrativa.
    Non è un idea nuova ne balzana, l'ha fatto anche il Brasile quando ha deciso
    di spostare la sua capitale da Rio de Janeiro a Brasilia, una modernissima
    città completamente nuova nel cuore del paese.
    Sarebbe per noi un grande passo e non solo simbolico per rivitalizzare le zone
    interne, per spostare l'asse dell'interesse politico ed economico in Sardegna
    e non altrove, poiché sono sufficienti un paio di legislature di centro
    destra per completare il definitivo spopolamento delle zone interne a favore
    delle coste e delle città più grandi, secondo il rapporto già pianificato di
    8 :2.

    In attesa che i bombardieri col biscione in coda comincino i lanci dei viveri
    previsti dal novello piano Marshall sto girando con robusto elmetto giallo in
    testa, sapete non vorrei buscarmi tra capo e collo un pacco con pelati, latte
    condensato e carneinscatola con fagioli borlotti.
blog comments powered by Disqus