feb 24 2009
Lo spazio dell’ascolto è anche quello dell’autocritica
È bello avere, per disporre e squadernare parole per gli appunti-disappunti degli altri, questo spazio fisico e virtuale insieme in cui parlarsi… per una sinistra che da tempo ha perso la capacità di parlarsi perché tutta tesa a difendere roccaforti ideologiche e pratiche decisionistiche come fossero riti necessari per sacrifici ancora più necessari. Una sinistra che ha perso il senso dell’utopia, del non luogo come spazio della ricerca e del confronto, e in questo andar ciecamente per le sue mille direzioni indiscutibili ha perso il senso dell’orientamento travolgendo ogni ostacolo. Quanto mi hanno infastidito i fedelissimi soriani della prima e ancor di più quelli dell’ultima ora, oltre agli opportunisti di sempre, tutti impegnati a spianare la strada e a magnificare le gesta del leader maximo, yes-wo/men incapaci di vedere il disastro che stava compiendosi intorno… che stavano compiendo… che stavamo lasciando compiersi.Nessuno che abbia provato a dire: abbiamo sbagliato qualcosa?! Dirselo e ripeterselo era necessario prima e anche durante tutta la campagna elettorale: perché pur essendo uno che ha sofferto intensamente, e nel mio piccolo anche personalmente, lo stile dell’imprenditore prestato alla politica (un prestito che non prevedeva – non nascondiamocelo – cambi d’abito), ho inseguito chi aveva scelto di non votare o di annullare il voto proprio per discutere degli errori, per parlare, per pensare una soluzione, per convincerli che gli errori era possibile correggerli.
Difficile, ma loro sono stati pronti e disposti a discutere e a ragionare molto più di quelli che hanno difeso il castello delle verità incrollabili, che invece spingevano come trattori sull’acceleratore dell’apocalisse imminente dicendo: “ma vi rendete conto di cosa succederà se vincerà il nano”? E come possiamo non renderci conto di ciò: forse non siamo cittadini di questa Italia governata da chi non è uguale agli altri davanti alla legge?
Ma anche noi che abbiamo visto tutto, che sapevamo e temevamo e temiamo il consolidamento di interessi nefasti per noi e ancor più per coloro che verranno dopo di noi, noi sappiamo anche che ci sono tante ragioni dietro la disfatta, e la maggior parte di queste non ha come protagonisti i disfattisti.
Possiamo parlare delle mutazioni antropologiche, della crisi ideologica, della congiuntura economica, della situazione storica, della complessità sociologica, delle ulcere dei partiti, del clientelismo, dell’ignoranza, ecc.: sono tante e tutte importanti le ragioni che si possono trovare e che si devono analizzare, ma niente deve impedire di guardare criticamente anche al passato recente, a uno stile di governo accompagnato dall’incapacità di ascoltare e di dialogare e che con la tecnica dell’intimidazione ha fatto strage del capitale umano che aveva portato il centrosinistra alla vittoria cinque anni fa.
La cosa che più mi risulta sconcertante è che questa incapacità di parlare persiste proprio in quel presidente che ha girato la Sardegna per dire e recitare il rosario delle “benefatte” – perché questo era necessario. Ma oggi, oggi che non è il nostro presidente ma è soltanto un rappresentante in consiglio regionale, cosa è che lo spinge a non provare a recitare anche il rosario delle malefatte? Certo lo so che qualcuno ancora accecato dalla vittoria di allora e dalla sconfitta di oggi sentenzierà che non ci sono state malefatte!
Ma vogliamo forse fare come gli struzzi? Ci vogliamo dimenticare di come è stata gestita per esempio la politica culturale nell’ultima amministrazione? Oppure pensiamo che il pane duro come un manganello prodotto e menato maldestramente dall’assessore Mongiu sia solo farina del suo sacco? Credo insomma che questo spazio sia importante proprio per riprendere a parlare e a ragionare, per cercare non tanto orizzonti ma processi condivisi.
Il paradiso non è dietro l’angolo e la democrazia è il progetto più difficile da costruire. È il senso del nostro operare politico quotidiano. L’unica resistenza che ci dobbiamo permettere – lo diceva bene Enzo Biagi – è quella di agire democraticamente e in questo modo fare bene il proprio lavoro: così non solo si resiste, ma si progetta un’alternativa.
Chi ha perso – il presidente e la coalizione tutta – non ha prodotto democrazia e non ha fatto bene il proprio lavoro: questo bisogna dirselo prima di tutto, per un dovere di autocritica che ha chi lavora tutti i giorni per far crescere la coscienza civile e democratica di tutti, prima di entrare in profondità per capire e prima di riprendere il lavoro di ricostruzione. Lavorare in questo orizzonte vuol dire che il consenso non solo bisogna guadagnarselo – vincendo le elezioni, per esempio – ma bisogna anche conservarlo operando democraticamente per tutti, per quelli che stanno dalla tua parte e anche per gli altri.
Dopo l’esperienza di questi ultimi cinque anni, che sono stati gli anni di maggiore sofferenza per quella Cineteca sarda dove svolgo il mio lavoro, che in 45 anni ha costruito con spirito democratico il suo sapere (il saper fare e anche il saper sapere) e il corpo di conoscenze che appartengono a tutti i sardi (la memoria storica audiovisiva permanente della Sardegna), una parola come “democrazia” che sembrava assimilata e scontata si è imposta alla mia attenzione con tutta la sua urgenza e importanza.
È una parola che in un certo senso è stata svuotata e sostituita da duri ma fragili corpi: gli obiettivi al posto delle regole, la determinazione al posto del dialogo, la decisione al posto della condivisione. Tutte operazioni più facili e immediate, ma che hanno incrinato la possibilità di ritrovarsi nella dimensione sociale e collettiva, in cui anche la voce più sottile e impercepibile riesce ad essere ascoltata.




