feb 24 2009

Lo spazio dell’ascolto è anche quello dell’autocritica

Antonello Zanda @ 18:55
dialogo

È bello avere, per disporre e squadernare parole per gli appunti-disappunti degli altri, questo spazio fisico e virtuale insieme in cui parlarsi… per una sinistra che da tempo ha perso la capacità di parlarsi perché tutta tesa a difendere roccaforti ideologiche e pratiche decisionistiche come fossero riti necessari per sacrifici ancora più necessari. Una sinistra che ha perso il senso dell’utopia, del non luogo come spazio della ricerca e del confronto, e in questo andar ciecamente per le sue mille direzioni indiscutibili ha perso il senso dell’orientamento travolgendo ogni ostacolo. Quanto mi hanno infastidito i fedelissimi soriani della prima e ancor di più quelli dell’ultima ora, oltre agli opportunisti di sempre, tutti impegnati a spianare la strada e a magnificare le gesta del leader maximo, yes-wo/men incapaci di vedere il disastro che stava compiendosi intorno… che stavano compiendo… che stavamo lasciando compiersi.Nessuno che abbia provato a dire: abbiamo sbagliato qualcosa?! Dirselo e ripeterselo era necessario prima e anche durante tutta la campagna elettorale: perché pur essendo uno che ha sofferto intensamente, e nel mio piccolo anche personalmente, lo stile dell’imprenditore prestato alla politica (un prestito che non prevedeva – non nascondiamocelo – cambi d’abito), ho inseguito chi aveva scelto di non votare o di annullare il voto proprio per discutere degli errori, per parlare, per pensare una soluzione, per convincerli che gli errori era possibile correggerli.

Difficile, ma loro sono stati pronti e disposti a discutere e a ragionare molto più di quelli che hanno difeso il castello delle verità incrollabili, che invece spingevano come trattori sull’acceleratore dell’apocalisse imminente dicendo: “ma vi rendete conto di cosa succederà se vincerà il nano”? E come possiamo non renderci conto di ciò: forse non siamo cittadini di questa Italia governata da chi non è uguale agli altri davanti alla legge?

Ma anche noi che abbiamo visto tutto, che sapevamo e temevamo e temiamo il consolidamento di interessi nefasti per noi e ancor più per coloro che verranno dopo di noi, noi sappiamo anche che ci sono tante ragioni dietro la disfatta, e la maggior parte di queste non ha come protagonisti i disfattisti.

Possiamo parlare delle mutazioni antropologiche, della crisi ideologica, della congiuntura economica, della situazione storica, della complessità sociologica, delle ulcere dei partiti, del clientelismo, dell’ignoranza, ecc.: sono tante e tutte importanti le ragioni che si possono trovare e che si devono analizzare, ma niente deve impedire di guardare criticamente anche al passato recente, a uno stile di governo accompagnato dall’incapacità di ascoltare e di dialogare e che con la tecnica dell’intimidazione ha fatto strage del capitale umano che aveva portato il centrosinistra alla vittoria cinque anni fa.

La cosa che più mi risulta sconcertante è che questa incapacità di parlare persiste proprio in quel presidente che ha girato la Sardegna per dire e recitare il rosario delle “benefatte” – perché questo era necessario. Ma oggi, oggi che non è il nostro presidente ma è soltanto un rappresentante in consiglio regionale, cosa è che lo spinge a non provare a recitare anche il rosario delle malefatte? Certo lo so che qualcuno ancora accecato dalla vittoria di allora e dalla sconfitta di oggi sentenzierà che non ci sono state malefatte!

Ma vogliamo forse fare come gli struzzi? Ci vogliamo dimenticare di come è stata gestita per esempio la politica culturale nell’ultima amministrazione? Oppure pensiamo che il pane duro come un manganello prodotto e menato maldestramente dall’assessore Mongiu sia solo farina del suo sacco? Credo insomma che questo spazio sia importante proprio per riprendere a parlare e a ragionare, per cercare non tanto orizzonti ma processi condivisi.

Il paradiso non è dietro l’angolo e la democrazia è il progetto più difficile da costruire. È il senso del nostro operare politico quotidiano. L’unica resistenza che ci dobbiamo permettere – lo diceva bene Enzo Biagi – è quella di agire democraticamente e in questo modo fare bene il proprio lavoro: così non solo si resiste, ma si progetta un’alternativa.

Chi ha perso – il presidente e la coalizione tutta – non ha prodotto democrazia e non ha fatto bene il proprio lavoro: questo bisogna dirselo prima di tutto, per un dovere di autocritica che ha chi lavora tutti i giorni per far crescere la coscienza civile e democratica di tutti, prima di entrare in profondità per capire e prima di riprendere il lavoro di ricostruzione. Lavorare in questo orizzonte vuol dire che il consenso non solo bisogna guadagnarselo – vincendo le elezioni, per esempio – ma bisogna anche conservarlo operando democraticamente per tutti, per quelli che stanno dalla tua parte e anche per gli altri.

Dopo l’esperienza di questi ultimi cinque anni, che sono stati gli anni di maggiore sofferenza per quella Cineteca sarda dove svolgo il mio lavoro, che in 45 anni ha costruito con spirito democratico il suo sapere (il saper fare e anche il saper sapere) e il corpo di conoscenze che appartengono a tutti i sardi (la memoria storica audiovisiva permanente della Sardegna), una parola come “democrazia” che sembrava assimilata e scontata si è imposta alla mia attenzione con tutta la sua urgenza e importanza.

È una parola che in un certo senso è stata svuotata e sostituita da duri ma fragili corpi: gli obiettivi al posto delle regole, la determinazione al posto del dialogo, la decisione al posto della condivisione. Tutte operazioni più facili e immediate, ma che hanno incrinato la possibilità di ritrovarsi nella dimensione sociale e collettiva, in cui anche la voce più sottile e impercepibile riesce ad essere ascoltata.


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  • Gianluca Floris
    Avevo scritto questo su FB all'indomani della batosta elettorale. Copio e incollo.
    Voglio dire: è vero che alcuni vecchi del PD sardo hanno vigliaccamente utilizzato il voto disgiunto per colpire Soru. È vero che il cavaliere ha utilizzato bocche da fuoco mediatiche e propagandistiche smisurate. È vero che Soru aveva contro le lobby dell'edilizia e, last but not least, tutto il mondo della formazione professionale che in quest'isola ha molti interessi e moltre cointeressenze.
    Tutto questo è vero.
    Ma se ci fosse una componente grossa di responsabilità di Soru personalmente?
    Io non condivido i metodi plebiscitari di governo di Berlusconi, io non ho mai apprezzato chi vuole scavalcare i metodi di confronto e di partecipazione democratica sulla base del "decido io", sulla base del "so io cosa ci vuole al paese", sulla base del "io decido perché lo stato sono io".
    Io sono contrario a questo tipo di governo che non preveda il costante controllo democratico, io sono contrario al governo del Signore Illuminato. Non mi piace la modalità.
    ma se il metodo di Soru non fosse stato poi così tanto differente? Se anche lui avesse voluto con crudezza indicare a tutti quelle che erano le cose da fare senza confronto democratico?
    Voglio dire che il fatto di avere ragione di per sé non dovrebbe giustificare atteggiamenti dirigistici aziendali che mal si sposano a una democrazia partecipata. In democrazia, il fatto di avere ragione non giustifica il salto dei meccanismi politici di condivisione, concertazione, condivisione.
    E se fosse anche per questo che Soru ha perso?
    Per colpa della sua azione di governo. Non nel contenuto, ma nella modalità?
  • In quanto anarcoide sinistrorso e ultimamente indipendentista, non ho mai votato Soru, anche se in diverse occasioni l'ho sostenuto e spesso anche su cose ostiche ad esempio: Abbanoa e la mondezza campana, ma qui evidentemente si gioca su un equivoco di fondo ovvero considerare Soru un uomo di sinistra.
    Soru è un (a)tipica escrescenza  di quel mostro politico chiamato Partito Democratico a sua volta prodotto per replica speculare al partito di Berlusconi anch'esso piuttosto ben fornito di brufoli, da noi pure in forma quattromoruta.
    Eppure, nonostante il diretto interessato si sia mai dichiarato di sinistra, in molti, anche brillanti intellettuali, si sperticano a considerarlo tale, evidentemente in Italia, ma anche in Sardegna tutto ciò che non è di Berlusconi e di sinistra (sic!).
    Sono stato (debolmente) tentato a votare Soru per scongiurare il pericolo destrorso, ma la sua risposta ad una domanda sul caso Englaro me ne ha fatto passare la voglia, una risposta piena di "se" di "ma" di "bisogna vedere" perfettamente in tinta col Veltroni nazionale vero artefice del collasso di un cadavere politico afflitto da coliche gassose.
    Possibile che nessuno abbia considerato, e Soru per primo, che la zuppa con Soriani, ex-margheriti, ex-pidiessini ed un po di spezia comunista, dopo aver ribollito tra mille miasmi ed ettolitri di veleno per 5 anni era oramai impazzita?
    L'errore tremendo della sinistra storica italiana è stato lo spostamento al centro che nel bel-paese significa conservazione, tradizione, demo-fascismo in una parola "chiesa", un solo termine che svilisce qualunque forma di libertà, di progresso, di solidarietà e di giustizia sociale, alla ricerca della competizione, del merito (o al limite della carità), dove ovviamente quelli che propugnano queste parole d'ordine partono in anticipo, sempre avvantaggiati.
    Le vicende di un partito dove anche le scelte più ovvie soggiacciono alla "libera" coscienza di ometti piccoli alla ricerca di gloria, quando non in preda alla paura, sia che si parli di legge '40, di poltroncine RAI o di traumatizzati vegetanti, raccontano al mondo che quello è un partito di gente che non possiede alcuna identità condivisa che dovrebbe essere, in definitiva, il senso distintivo e aggregante per chi decide di aderire ad un partito. Ho cercato di volare alto stendendo una pietosa sindone di silenzio sulle gesta del partito democratico sardo a ridosso dei muretti a secco, sarà per la prossima puntata.
    Ma forse è ingiusto e incompleto attribuire solo al partito democratico la debacle soriana, io vi leggo l'esplosione della dicotomia tra i bisogni della Sardegna e i centri del potere cagliaritano, di Soru resterà il rimpianto per quello che avrebbe voluto fare per le zone interne.
    Buon lustro a tutti!
  • Francesca Casula
    Vi leggo con grande interesse e intervengo solo per segnalare - mi pare pertinente - l'intervento di Alessandro Baricco a Fahrenheit: http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostr...
  • Michele Fioraso
    Ciao a tutti. Visto che mi sembra pertinente alla discussione, vi posto un testo che sto diffondendo tra i miei contatti in vista di questa fantomatica manifestazione di solidarietà a Soru in programma domenica prossima.

    Io sostengo Renato Soru ma non andrò alla manifestazione del 1 marzo.
    Il 1 marzo un gruppo di ottusi ha indetto una manifestazione di solidarietà a Renato Soru dopo la sconfitta alle regionali sarde. Questa è la maniera peggiore di ripartire dopo una batosta elettorale.
    La politica ha bisogno di confronto e discussione, non di persone che si comportano come quelli che vanno all'aeroporto ad applaudire la squadra del cuore di ritorno da una sconfitta immeritata. Nello sport va anche bene, nella politica - una cosa che coinvolge le teste e non le pance - no.

    Le elezioni si sono perse, e non solo perchè i sardi sono stupidi e ipnotizzati dai trucchi di Berlusconi. Invece di andare da Renato Soru e dargli un'inutile pacca sulle spalle, bisogna pedalare per rimettere a punto un centrosinistra che viaggia nella notte con le gomme sgonfie e i fari spenti.

    Le bandiere lasciamole per ora a casa. Noi vogliamo ragionare insieme su quello che è successo e non regalare visibilità a qualcuno che forse cerca di farsi bello agli occhi del capo.
  • Da poeta. Identificare un progetto e un corpo di principi con una persona che per questo assurge a statura di principe non è politica: è religione e il suo corpo sociale si fa chiesa. Esercitare il pensiero critico è altra cosa: è riflessione che non rinuncia all'opacità dello specchio, è analisi che non rinuncia a raccogliersi in nodi e punti di vista trasversali, è sintesi che non rinuncia a rimettere-rimettersi in discussione. Ma tutto questo è politica se i protagonisti sono i molti della polis. Se non si smette di sperare nell'aureola di unti di parte da contrapporre ad altri unti di cui volentieri faremmo a meno, non capiremo nemmeno perché con tutto questo schieramento di trombe, clarinetti, tamburi e violini della cultura questo fantomatico progetto culturale non è riuscita a parlare alle classi popolari, ai senza lavoro, ai precari, alle casalinghe, ai ragazzi, ai piccolo borghesi e agli impiegati che in massa hanno votato per Marco Carta. Quale alternativa capace di parlare a tutti è stata messa in campo che non fosse un vuoto e vacuo parlare astratto di "conoscenza e sapere"?
  • Andrea Massidda
    Ho trovato i vostri sei interventi così interessanti che non ho resistito alla tentazione di stare in silenzio. Se i toni e gli argomenti saranno sempre così pacati e corposi credo proprio che questo luogo virtuale potrà contribuire ad arricchirmi il pensiero sulla Sardegna di oggi.

    Premetto che ho idee precise e che le difenderò, ma anche che sono pronto a cambiarle immediatamente se qualcuno mi presenterà argomenti convincenti. Provateci, vi prego, perché - giuro - sarei contento di aver torto.

    Al momento parto da una posizione molto vicina a quella di Antonello Zanda. Anch'io sono convinto che l'autocritica sui cinque anni soriani sia necessaria: il babbo non è morto, è stato ferito duramente. Ma i numeri dicono che ancora può riprendersi e, magari, diventare più forte di prima. Non voglio però imporre in questa sezione i miei pensieri. Se li trovate poco pertinenti con il tema base ditelo subito e ne parleremo altrove.

    La prima volta che ho visto Renato Soru è stato nel '99, mentre guardavo in tivù il congresso dei Ds. Tiscali stava crescendo bene, ma nessuno ancora poteva ipotizzare il boom in Borsa che sarebbe arrivato qualche mese più tardi, a marzo del Duemila. Sia chiaro, non m'illusi neanche un secondo che l'Italia avesse trovato un nuovo Adriano Olivetti, ma confesso che sentire un imprenditore dire che era arrivata finalmente "l'era in cui non esistono più padroni" mi aveva impressionato. Parole di sinistra dette da un sardo (e questo - lo ammetto con imbarazzo - un pochino mi aveva inorgoglito).

    Purtroppo non ci misi molto a capire che la new economy nella sostanza era identica a tutte le vecchie economie: i padroni continuavano a esistere e a volersi arricchire alle spalle di altri uomini, alla faccia del fisco, dello Statuto dei lavoratori e persino del buonsenso.
    Lo so. In molti, anche a sinistra, ritengono naturale che un imprenditore gestisca la sua azienda come un monarca assoluto. Io, modestamente, trovo al limite questo comportamento legittimo, ma assai controproducente. Se poi il re è circondato da cortigiani che dicono sempre di sì, di lacchè quotidianamente preoccupati di azzeccare i suoi pensieri per poi confermarne la brillantezza, il disastro arriva di sicuro. Questo è ciò che ho visto con i miei occhi in Tiscali, dove ancora si aggirano manager più realisti del re (e sia chiaro, quasi sempre si tratta di professionisti di eccezionale valore, disgraziatamente imbrigliati dall’ambizione).

    Peccato. Peccato. Lo ripeto due volte: se il Re Soru - uomo umanisticamente ignorante, ma con la curiosità tipica dei sovrani intelligenti – avesse potuto contare su personalità meno pavide e opportuniste sarebbe stato un buon datore di lavoro e certamente il perfetto leader di una lobby spontanea capace di indirizzare la politica in maniera decisa (ad esempio, bloccare la colata di cemento era possibile anche mobilitando i cittadini con azioni extraconsiliari). Di più: se Soru per farsi rispettare dai suoi dipendenti/collaboratori non avesse puntato sullo stato di terrore, ma avesse creato gruppi di lavoro seri e sereni, avrebbe trovato un sacco di gente in gamba pronta a lavorare per lui senza neanche pensare allo stipendio o alla carriera.

    Invece Renato Soru ha sempre scelto di far fuori o di tenere alla larga i migliori collaboratori. Forse per non sentirsi oscurato, o peggio orse per non ascoltare quei “no” che avrebbe mal sopportato. L’ho visto umiliare assistenti validissimi, l’ho visto silurare gente in gamba per via dei suoi capricci da principe. Morale: due settimane fa è accaduto che i suoi migliori collaboratori cacciati o i tanti talenti scartati hanno scelto di licenziare lui dal governo. Magari non votando o annullando la scheda.

    Sono convinto che Soru non avrebbe mai dovuto fare il politico. Le sue idee vincenti si sarebbero meravigliosamente affermate con il trionfo economico dell’unica multinazionale sarda, e i tanti miliardi di euro guadagnati in Borsa li avrebbe potuti investire magari per creare una casa di produzione cinematografica a scopo di lucro capace di produrre non solo i registi sardi più validi, ma tutti quelli con in mano una sceneggiatura appetibile. Oppure avrebbe potuto far nascere una casa editrice stile Sellerio. Infine, sogno dei sogni, con l'aiuto di Valentini poteva mettere su un vero giornale online, con redazioni cazzute in tutta Italia e un buon direttore con la schiena dritta (costo industriale davvero alla sua portata, risultati in immagine e di cassa incalcolabili).
    Potrei andare avanti per ore, ma vedo con orrore che mi sono dilungato in modo indecente.
    Ancora poche righe e chiudo: nel 2004 noi di sinistra cercavamo l’uomo che ci facesse vincere il berlusconismo e cacciare i “mostri azzurri”. Atteggiamento assolutamente comprensibile, se non avessimo voluto combattere proprio con le stesse armi tanto criticate al nemico: un leader-satrapo, grande miliardario, celebre a livello internazionale , editore di un giornale, populista più di Peron e imperdonabile sfruttatore di stereoritipi pseudo identitari e vagamente razzisti (agghiacciante lo slogan: “Testardo, Orgoglioso e introverso, quindi Sardo…: Meglio Soru”. Perché mai dovremmo andare fieri di tre difetti che io, ad esempio, francamente non ho, nonostante sia sardo quanto lui?)

    Per ora mi fermo qui. Ma ho tante tante cose da dire.
  • Credo davvero che Soru non c'entri nulla con il punto importantissimo di questa discussione, o che sia talmente contingente che quel punto resta attuale a prescindere dalle elezioni, perché riguarda noi, non certo lui.

    Dire "dove Soru ha sbagliato?" è una cosa che a giochi in corso è stata fatta da molti di coloro che hanno accettato di abitare questo spazio, e per questo Marcello ha ragione quando dice che a babbu mortu ha poco senso.

    Resta invece viva l'altra domanda: "quale progetto culturale per la Sardegna?"

    Io non sono così sicura, come invece sembri esserlo tu Antonello, che le intenzioni di tutti gli operatori culturali fossero così pure, disinteressate e amanti del confronto da aver determinato il rigetto soriano per solo amore della democrazia. Credo invece che - al di là degli innegabili arbitrii di cui siamo (sempre stati) tutti consapevoli - le resistenze venissero prevalentemente da rendite di posizione percepite come traballanti, da richieste precise di progettualità laddove si era abituati all'improvvisazione, e dal terremoto che ha scosso molte certezze, soprattutto economiche, in contesti dove non veniva mai messa in gioco la qualità dell'offerta culturale effettiva, la sua efficacia, i suoi destinatari, la logica di rete in cui (non) era inserita, e tutti i parametri che sappiamo.

    Le nicchiette culturali come bacino di clientele erano un dato assodato, e che l'averci messo mano abbia spostato i clienti altrove, stupirà forse qualcun altro, non certo noi; dire che il problema era la democrazia potrebbe facilmente diventare un alibi, o darne a chi lo cerca disperatamente.

    La lettera della AES, quello di cui ha scritto Aldo Addis, è un esempio di cosa capita quando si toccano posizioni consolidate, mai messe in discussione, ma discutibili di sicuro. Anche quelle ha toccato Soru, e se riflettere sugli errori compiuti è ora un lavoro che tocca a lui e ai suoi, a noi rimane invece il compito di continuare a mettere onestamente in discussione le logiche malate che - Soru o non Soru - minano alla base l'idea stessa del fare davvero cultura in Sardegna.

    Rinunciarci incartandoci sugli errori di Soru sarebbe buttare il bambino con l'acqua sporca.
  • Io mi illudo di parlare di principi e tu continui a spiegare qualcosa che per me è chiarissima e che non mi sono mai nemmeno sognato di mettere in dubbio. Il quadro dell'era Soru come l'hai esposto è talmente tremendo che adesso piuttosto che di autocritica ci sarebbe bisogno di organizzare una festa per la fine della tirannia. Morto il re, viva il re. Per fortuna ha vinto Cappellacci. Quello che verrà non potrà che essere migliore: e abbiamo risolto il problema politico. Il problema Culturale, l'attitudine "creativa" all'autodeterminazione, l'indipendenza intellettuale restano in altissimo mare. E quelle sono falle che non si possono celare dietro nessun Presidente caratteriale e antidemocratico. Sei un poeta Antonello sono sicuro che capisci cosa intendo.
    Con affetto vero Marcello.
  • Caro Marcello
    l'autocritica non ci avvicina per niente al divino perché il divino non tollera autocritica. gli unici che si possono permettere l'autocritica sono gli umani. Sono coloro che aspirano alla divinità... che non amano l'autocritica. Gli sconfitti che non sanno fare autocritica meritano invece di essere declassati da sconfitti a perdenti. Tanto più coloro, anche noi, che oggi possiamo parlare solo a "babbu mortu". Ma sai oggi io non mi ritrovo a parlare da un osservatorio qualunque. Nello specifico il mio lavoro non è il lavoro dello scrittore, del musicista, dell'artista: io posso parlare da un osservatorio che è quello di un centro che ha un ruolo pubblico, che non è "assistito" ma è finanziato dalla Regione per svolgere un servizio pubblico. Bene, se tu, come penso, hai seguito le vicende della Cineteca sarda (la raccolta delle firme alla fine di un percorso che ha cercato di parlare all'amministratore senza essere ascoltato) saprai che io, noi, coloro che hanno sostenuto il nostro lavoro contro le operazioni di cancellazione della nostra storia, non abbiamo aspettato di parlare a "babbu mortu", ma abbiamo cercato - invano, è un nostro demerito - di proporre una cura per guarire il malato prima dell'estrema unzione. Solo che il malato non solo non ha accettato la nostra cura, ma non ha nemmeno voluto ascoltare in che cosa consisteva la cura che proponevamo e che diagnosi ne era il fondamento. Noi che chiedevamo di discutere dei criteri di qualità di cui tu parli eravamo ignorati proprio per questo: al destino della cineteca ci stava pensando qualcun'altro e noi eravamo elemento di disturbo per altri progetti, altri obiettivi stabiliti fuori dalle regole. Altro che qualità! Altro che eccellenza! Altro che standard! No, quando parlo di autocritica non parlo della mia cameretta e del mio doppio servizio: io parlo di metodo, di stile di governo, di trasparenza, di condivisione, di democrazia. La democrazia è un po' come la pulizia di un palazzo: il tuo palazzo è bello e pulito di fuori, così cerca di mostrarsi, ma dentro ha degli ambienti, dei piani, degli uffici, che sono sporchi e malridotti, lasciati marcire. Il palazzo non è pulito e non è democratico. Gli operatori e coloro che conoscono il nostro lavoro e ne riconoscono l'importanza hanno cercato di parlare, hanno organizzato una raccolta di firme, tv e quotidiani ne hanno dato notizia... bene, quanti sono intervenuti pubblicamente a sostegno della cineteca? Non tutti quelli che mi aspettavo, perché è vero, loro forse stavano pensando alla loro cameretta. Però potevano firmare... per chiedere non la luna, ma per chiedere di essere ascoltati! Però sai, molti non hanno firmato: come le decine di dipendenti regionali che ci hanno dato la solidarietà solo a voce, perché avevano paura di firmare in un clima di intimidazione e di ritorsioni. Allora noi che non volevamo un trivano (tre dipendenti per una cineteca!) come quello che abbiamo, ma volevamo una casa più grande con molti operatori, per un progetto più ampio... noi che abbiamo un progetto mentre chi voleva cancellarci non lo aveva, noi pensavamo in grande e non piccolo! Noi non siamo quelli che "hanno preferito le proprie due camere e cucina piuttosto che rischiare un progetto ampio". Noi abbiamo creduto in un progetto più ampio, ma nessuno si è preoccupato di conoscerlo nè di farci conoscere altri progetti più ampi.
    Marcello, io parlo di democrazia, di dialogo, di consultare, di condividere, di costruire a partire dall'esistente, non sono la servetta che sta pensando a tenere ordinato lo sgabuzzino. Io parlo dello stile necessario per progettare, costruire, per individuare standard, criteri di qualità, ecc. Noi volevamo costruire l'eccellenza costruendo non nel deserto, ma a partire da un progetto che in 45 anni ha raggiunto - nonostante i nostri limiti - risultati straordinari, in termini di presenza nel territorio, di offerta culturale, di formazione, di servizio pubblico e quant'altro. La precedente amministrazione voleva distruggere questo per costruire non si sa che cosa. Questo con la sinistra non ha niente a che fare.
    antonello zanda
  • A parte l'accenno alla propria esperienza privata (ma in realtà pubblica), Antonello Zanda solleva una questione generale cui non si può sfuggire: quella dell'autocritica di chi ha sostenuto Soru e ne ha avallato ogni scelta, in nome di petizioni di principio quasi sempre giuste ma altrettanto spesso separate dalla realtà materiale, storica, su cui intendevano intervenire.
    La pervicace mancanza di condivisione denuncia in Soru e in molti suoi acritici seguaci una profonda sfiducia nelle capacità altrui e nella intelligenza e sensibilità di quei medesimi sardi che però si vorrebbe contemporaneamente esaltati da un orgoglio un po' posticcio e di comodo, sol perché rivestito di velluto. L'approccio ideologico di fondo, evidente in certe misure troppo sbilanciate a favore di una gestione "privatistica", imprenditoriale, di beni collettivi (vedi faccenda Abbanoa) non ha fatto che scontentare senza distinzioni possibili anche molti che pure non erano indifferenti all'apparato simbolico (prima ancora che politico) mobilitato da Soru. L'ottusità di rivolgersi esclusivamente a chi la pensava allo stesso modo, senza alcuno sforzo di mediazione per conquistare nuovi consensi, per convincere della bontà delle proprie scelte, ha isolato la giunta regionale su molte questioni che invece meritavano ben altro esito. La fallita imposizione fiscale su seconde case e natanti di lusso (misura sacrosanta in linea di principio, ma abborracciata, varata in fretta e furia senza nemmeno valutare le obiezioni tecniche dell'ufficio legale della Regione), la vertenza entrate con lo stato (nient'affatto risolta con successo, nonostante le vanterie dello stesso Soru), la questione ineludibile delle servitù militari (Soru dice che non le vuole, i suoi compagni di partito a Roma ne sollecitano il potenziamento), la rigidità del piano paesaggistico regionale (normativa meritoria quante altre mai, ma pericolosamente astratta di fronte a un territorio che non può essere solo un parco o una riserva naturale, perché è anche luogo antropizzato, in cui esistono, vivono, lavorano, agiscono gli esseri umani), l'operazione meramente propagandistica del master-and-back (è illusorio formare all'estero, a spese pubbliche, giovani intelligenze, senza creare prima di tutto in casa propria le condizioni perché quelle stesse intelligenze possano ritornare ed esercitarsi proficuamente e con adeguate gratificazioni). Insomma, l'elenco è lungo e potrebbe proseguire. Si tratta di ambiti d'azione o di scelte puntuali in cui il governo Soru ha sì aperto nuove prospettive emancipatorie, ma ha clamorosamente fallito nella realizzazione pratica. Almeno su questi aspetti, se non su quelli generali e ideali del "progetto Soru" (per altro anch'essi sottoponibili a critica, com'è ovvio che sia), è del tutto lecito aspettarsi un minimo di autocritica da parte di chi tali azioni ha condiviso o difeso.
    Abbandonare il terreno dell'elaborazione teorica per affrontare la più prosaica valutazione del rapporto costi/benefici è comunque un'operazione che va fatta. Così come, procedendo in senso inverso, va fatta l'analisi della prospettiva storica in cui si iscrive la contingente vicenda Soru (troppo enfaticamente etichettata come "epocale"). Difendendo le proprie ragioni, se si hanno argomenti per farlo, ma con la massima onestà intellettuale. Anche nell'interesse di Soru e del suo progetto politico.
  • Caro Antonello, l'autocritica è un'attività che ci avvicina al divino. Capire i propri errori significa spesso evitare di ribadirli, altre volte ribadirli con dolo, dipende. Ora tu fai un discorso a "babbu mortu" dimenticando che questa attività divina che è l'autocritica ha il compito di guarire un malato non di compiangere un morto. Tu per esempio parli di Cultura nella sua accezione più ampia e poi finisci per parlare di Cineteca nella sua accezione più privata dimostrando che dai e dai non si riesce mai a parlare del palazzo ma solo delle due camere e cucina che si occupano. E' chiaro che non voglio sminuire il tuo osservatorio, ma dal mio punto di vista è altrettanto chiaro che il cosiddetto mondo culturale in Sardegna parla solo ed esclusivamente di soldi. Ricominceranno, a Dio e a Silvio piacendo, i proventi a pioggia, senza nemmeno il tentativo di costruire dei criteri di qualità, e finalmente il mondo culturale isolano tornerà al calduccio del piccolo cabotaggio a cui aspira. La mia idea è che errori ne siano stati fatti a caterve, ma anche che a quegli errori marchiani si sia aggiunto il primato della sussistenza su quello del progetto. Gli scrittori scrivono e tirano la carretta, i registi fanno regie e rischiano in proprio. I musicisti suonano. Vi viene in mente qualche altra categoria che abbia la stessa autonomia e la stessa potenza di fuoco in Sardegna? Ebbene fateci caso, nessuna di queste categorie portanti nasce in Sardegna, tutt'alpiù ritorna in Sardegna. Che è affatto differente. In Sardegna si lavora e si pretende di lavorare da assistiti, specialmente in ambito culturale. I sardi non assistiti stanno fuori. Quello che scrivi Antonello è assai più indicativo di questa sindrome di quanto tu pensi. Perché è sempre un'analisi che finisce prima del corridoio fuori dalla sede della Cineteca. Il tentativo di stabilire degli standard, il rifiuto di forme sussidiarie, la necessità di concepire eccellenze, tre errori che non si sono fatti fra i tanti che l'amministrazione Soru ha fatto, avrebbero dovuto essere pretesi a gran voce dagli stessi operatori, che invece hanno preferito le proprie due camere e cucina piuttosto che rischiare un progetto ampio. Esattamente come questa deprimente sinistra che pur di ritornare al calduccio delle satrapie locali, e liberarsi dalla responsabilità del governo, non ci ha pensato due volte a consegnarsi meni e piedi a Berlusconi.
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