<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" > <channel><title>Commenti a: Sulla lingua sarda (su ventu survat innuve cheret)</title> <atom:link href="http://www.coronadelogu.com/2009/02/25/sulla-lingua-sarda-su-ventu-survat-innuve-cheret/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.coronadelogu.com/2009/02/25/sulla-lingua-sarda-su-ventu-survat-innuve-cheret/</link> <description> </description> <lastBuildDate>Tue, 20 Jul 2010 20:37:27 +0000</lastBuildDate> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.0.1</generator> <item><title>Di: Mario Moi</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/02/25/sulla-lingua-sarda-su-ventu-survat-innuve-cheret/comment-page-1/#comment-114</link> <dc:creator>Mario Moi</dc:creator> <pubDate>Sun, 01 Mar 2009 11:51:32 +0000</pubDate> <guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=140#comment-114</guid> <description>Sono passato qui per caso, da sardo ormai da 20 anni fuori isola. Incuriosito dalla novità del progetto, dal sapere che nonostante si profilino cinque anni durissimi qualcuno abbia voglia di costruire cultura e civiltà. Nel mio piccolo, mi è capitato anche di lavorare con musica e parole, sempre cercando di evitare la banalità. Ecco perché leggere questo articolo mi ha lasciato una sconfortante sensazione, di una resa mascherata da vittoria. E perché invece sottoscriverei ogni parola scritta qui sopra da A.Masala. Ma anche questo non sarebbe bastato a farmi scrivere un commento. Se lo faccio è perché credo che un punto di vista come il suo sia imprescindibile, per costruire civiltà e cultura, soprattutto in tempi grami. Nei valori, nei principi il compromesso non è ammissibile.</description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sono passato qui per caso, da sardo ormai da 20 anni fuori isola. Incuriosito dalla novità del progetto, dal sapere che nonostante si profilino cinque anni durissimi qualcuno abbia voglia di costruire cultura e civiltà.<br /> Nel mio piccolo, mi è capitato anche di lavorare con musica e parole, sempre cercando di evitare la banalità.<br /> Ecco perché leggere questo articolo mi ha lasciato una sconfortante sensazione, di una resa mascherata da vittoria.<br /> E perché invece sottoscriverei ogni parola scritta qui sopra da A.Masala. Ma anche questo non sarebbe bastato a farmi scrivere un commento. Se lo faccio è perché credo che un punto di vista come il suo sia imprescindibile, per costruire civiltà e cultura, soprattutto in tempi grami.<br /> Nei valori, nei principi il compromesso non è ammissibile.</p> ]]></content:encoded> </item> <item><title>Di: Alberto Masala</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/02/25/sulla-lingua-sarda-su-ventu-survat-innuve-cheret/comment-page-1/#comment-8</link> <dc:creator>Alberto Masala</dc:creator> <pubDate>Wed, 25 Feb 2009 11:57:38 +0000</pubDate> <guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=140#comment-8</guid> <description>Credo che la prima forma di resistenza individuale e collettiva debba essere rivolta alla banalità. E marco carta adesso, i tazenda da sempre, non mi hanno saputo dare altro che banalità. Ora, il fatto che abbiano utilizzato il sardo per spacciare l&#039;immensità del loro vuoto, potrebbe essermi utile solo in chiave meditativa, zen, se quel drammatico vuoto non fosse pieno di parole e di suoni che fastidiosamente mi impediscono la meditazione... I furbetti in questione cavalcano due elementi che inutilizzano il discorso poetico da sempre ed in tutte le culture: la retorica formale e l&#039;assenza di sostanza. Se fosse un contratto sarebbe nullo per legge...sono stato allevato in poesia e di questa mi nutro tutti i giorni&quot;prite cantas ancora o russignolu...&quot; (è in undici... attenzione... e quel &#039;non&#039; della citazione toglierebbe senso al successivo: &quot;caglia, ma no... prosíghi! Tue solu...&quot; ma anch&#039;io cito a memoria...) era uno dei tanti testi che mia nonna, cabuène mammaj Juanna &#039;e Campu, mi faceva recitare le sere in su foghíle. La stessa nonna che mi portava a sentir cantare i poeti mettendomi in chiaro, a suo modo... lei scarsamente alfabetizzata, le regole auree del cantare e praticare poesia. I fondamentali che in seguito ho elaborato: 1° saper attrarre l&#039;attenzione (il genio dell&#039;intuizione) 2° mantenerla fino in fondo senza cadute ritmiche o formali (la maestria) 3° trasportare senso e contenuto... (comunicando alla comunità la necessità e la rappresentatività di quei versi).Regole spesso disattese da Paulicu Mossa stesso. Figuriamoci Marco Carta e i Tazenda! Anzi, come ho detto nel mio articolo precedente, con l&#039;aggravante oppiacea dell&#039;essere funzionali al sistema di controllo sociale. Trasportano soltanto quell&#039;imbecillità necessaria a distrarre il popol bue dalla sostanza.Ho meditato molto e perfino scritto un libro sulla questione, ma non voglio citarlo perché non approfitto di una piazza collettiva per parlare di me (a tu per tu volentieri, magari con un bicchiere di vino). Come voglio smettere adesso di parlare di poesia... lo faccio già altrove.ma c&#039;è una domanda:&lt;em&gt;&quot;... è forse opportuno domandarsi se dentro questo sardo- sanremese noi ci riconosciamo oppure no.&quot;&lt;/em&gt;Per arrivare al punto sintetizzo: 1 – ogni lingua è una lingua perché contiene tutto e tutti. Dallo stupido al saggio. In questo il sardo è davvero una lingua. Oggi forse (come d&#039;altronde tutte le lingue) molto più sbilanciata verso la stupidità folklorica (il buon selvaggio di cui parlavo nell&#039;articolo precedente). Mala tempora currunt. 2 – ergo: parlare sardo non santifica, né essere nati in Sardegna. Come ho sempre sostenuto che non santifica occupare uno spazio sociale tout court... lo fanno anche i fasci. Per cosa lo utilizzi? Quale è il progetto? Cosa ci metti dentro? 3 - non mi è utile sotto nessun punto di vista dare un&#039;immagine così becera della Sardegna. Io non parlo la stessa lingua di marco carta né dei tazenda. Anzi... trovo che la loro operazione commerciale sia solo funzionale a mantenere quel livello di cui mi sono vergognato come mi vergogno quando, andando all&#039;estero ti dicono: &quot;italiano? Pizza, mafia, &#039;o sole mio...!&quot; e non ti dicono mai: &quot;Leonardo, Galilei, Giordano Bruno, Caravaggio, Pasolini...!&quot; 4 – non mi accompagno a chiunque. Soprattutto a chi potrebbe causarmi fastidi interiori (qui l&#039;interiorità si legga nelle sue due accezioni: spirituale e ventrale). Ibam forte via Sacra/sicut meus est mos... ricordi l&#039;incontro di Orazio col cretino rompiballe? Così come non credo nell&#039;identità (al mio paese non ero identico a nessuno, anzi, ero proprio diverso, e non frequentavo tutti). L&#039;identità mi metterebbe in un calderone che da sempre rinnego: i cretini, i Dimonios, gli opportunisti, i fascisti, quasi tutti i preti, Cappellacci, e così continuando...da tempo respingo dal mio lessico parole con una valenza così oscura (o se va bene stupida) come: identità, etnía, etnico, folklorico... e così via.dunque? credo e pratico l&#039;appartenenza, che si eredita, ma anche si coltiva e si sceglie perfezionandola sempre. Appartengo completamente alla terra sarda, ma non a tutto il popolo sardo. Appartengo profondamente alla lingua ed al pensare sardo ed in sardo. Ma cerco di pensare cose utili alla mia esistenza e, se ne sono capace, a quella degli altri. E poi, appartengo ai miei amici. A chi amo. Ai miei simili. A chi, oggi o fra quelli che mi hanno preceduto, scelgo o da cui sono stato scelto.Appartengo solamente a loro, e non solo in Sardegna.un saluto Alberto Masala</description> <content:encoded><![CDATA[<p>Credo che la prima forma di resistenza individuale e collettiva debba essere rivolta alla banalità.<br /> E marco carta adesso, i tazenda da sempre, non mi hanno saputo dare altro che banalità.<br /> Ora, il fatto che abbiano utilizzato il sardo per spacciare l&#8217;immensità del loro vuoto, potrebbe essermi utile solo in chiave meditativa, zen, se quel drammatico vuoto non fosse pieno di parole e di suoni che fastidiosamente mi impediscono la meditazione&#8230;<br /> I furbetti in questione cavalcano due elementi che inutilizzano il discorso poetico da sempre ed in tutte le culture: la retorica formale e l&#8217;assenza di sostanza. Se fosse un contratto sarebbe nullo per legge&#8230;</p><p>sono stato allevato in poesia e di questa mi nutro tutti i giorni</p><p>&#8220;prite cantas ancora o russignolu&#8230;&#8221; (è in undici&#8230; attenzione&#8230; e quel &#8216;non&#8217; della citazione toglierebbe senso al successivo: &#8220;caglia, ma no&#8230; prosíghi! Tue solu&#8230;&#8221; ma anch&#8217;io cito a memoria&#8230;) era uno dei tanti testi che mia nonna, cabuène mammaj Juanna &#8216;e Campu, mi faceva recitare le sere in su foghíle. La stessa nonna che mi portava a sentir cantare i poeti mettendomi in chiaro, a suo modo&#8230; lei scarsamente alfabetizzata, le regole auree del cantare e praticare poesia. I fondamentali che in seguito ho elaborato:<br /> 1° saper attrarre l&#8217;attenzione (il genio dell&#8217;intuizione)<br /> 2° mantenerla fino in fondo senza cadute ritmiche o formali (la maestria)<br /> 3° trasportare senso e contenuto&#8230; (comunicando alla comunità la necessità e la rappresentatività di quei versi).</p><p>Regole spesso disattese da Paulicu Mossa stesso. Figuriamoci Marco Carta e i Tazenda! Anzi, come ho detto nel mio articolo precedente, con l&#8217;aggravante oppiacea dell&#8217;essere funzionali al sistema di controllo sociale. Trasportano soltanto quell&#8217;imbecillità necessaria a distrarre il popol bue dalla sostanza.</p><p>Ho meditato molto e perfino scritto un libro sulla questione, ma non voglio citarlo perché non approfitto di una piazza collettiva per parlare di me (a tu per tu volentieri, magari con un bicchiere di vino). Come voglio smettere adesso di parlare di poesia&#8230; lo faccio già altrove.</p><p>ma c&#8217;è una domanda:<em>&#8220;&#8230; è forse opportuno domandarsi se dentro questo sardo- sanremese noi ci riconosciamo oppure no.&#8221;</em></p><p>Per arrivare al punto sintetizzo:<br /> 1 – ogni lingua è una lingua perché contiene tutto e tutti. Dallo stupido al saggio. In questo il sardo è davvero una lingua. Oggi forse (come d&#8217;altronde tutte le lingue) molto più sbilanciata verso la stupidità folklorica (il buon selvaggio di cui parlavo nell&#8217;articolo precedente). Mala tempora currunt.<br /> 2 – ergo: parlare sardo non santifica, né essere nati in Sardegna. Come ho sempre sostenuto che non santifica occupare uno spazio sociale tout court&#8230; lo fanno anche i fasci. Per cosa lo utilizzi? Quale è il progetto? Cosa ci metti dentro?<br /> 3 &#8211; non mi è utile sotto nessun punto di vista dare un&#8217;immagine così becera della Sardegna. Io non parlo la stessa lingua di marco carta né dei tazenda. Anzi&#8230; trovo che la loro operazione commerciale sia solo funzionale a mantenere quel livello di cui mi sono vergognato come mi vergogno quando, andando all&#8217;estero ti dicono: &#8220;italiano? Pizza, mafia, &#8216;o sole mio&#8230;!&#8221; e non ti dicono mai: &#8220;Leonardo, Galilei, Giordano Bruno, Caravaggio, Pasolini&#8230;!&#8221;<br /> 4 – non mi accompagno a chiunque. Soprattutto a chi potrebbe causarmi fastidi interiori (qui l&#8217;interiorità si legga nelle sue due accezioni: spirituale e ventrale). Ibam forte via Sacra/sicut meus est mos&#8230; ricordi l&#8217;incontro di Orazio col cretino rompiballe? Così come non credo nell&#8217;identità (al mio paese non ero identico a nessuno, anzi, ero proprio diverso, e non frequentavo tutti). L&#8217;identità mi metterebbe in un calderone che da sempre rinnego: i cretini, i Dimonios, gli opportunisti, i fascisti, quasi tutti i preti, Cappellacci, e così continuando&#8230;</p><p>da tempo respingo dal mio lessico parole con una valenza così oscura (o se va bene stupida) come: identità, etnía, etnico, folklorico&#8230; e così via.</p><p>dunque? credo e pratico l&#8217;appartenenza, che si eredita, ma anche si coltiva e si sceglie perfezionandola sempre.<br /> Appartengo completamente alla terra sarda, ma non a tutto il popolo sardo. Appartengo profondamente alla lingua ed al pensare sardo ed in sardo. Ma cerco di pensare cose utili alla mia esistenza e, se ne sono capace, a quella degli altri.<br /> E poi, appartengo ai miei amici. A chi amo. Ai miei simili. A chi, oggi o fra quelli che mi hanno preceduto, scelgo o da cui sono stato scelto.</p><p>Appartengo solamente a loro, e non solo in Sardegna.</p><p>un saluto<br /> Alberto Masala</p> ]]></content:encoded> </item> <item><title>Di: Salvatore Cubeddu</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/02/25/sulla-lingua-sarda-su-ventu-survat-innuve-cheret/comment-page-1/#comment-6</link> <dc:creator>Salvatore Cubeddu</dc:creator> <pubDate>Wed, 25 Feb 2009 10:22:04 +0000</pubDate> <guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=140#comment-6</guid> <description>istimados, lassu custa prima firma mea in custu zassu pro iscrìere su calchi cosa subra sa chistione de cussu artìculu e mescamente subra sa frase &quot;...e la Regione dovrebbe fare uno sforzo maggiore per dare praticità a questo principio, senza discutere su quale sardo scegliere, ma insegnandolo in tutte le varianti&quot;. custa est una frase ideologìca, por ite, chi unu siet o no siet de acòrdiu sa Regione, cun Soru, a pustis de 50 annos de autonòmia at provadu de fàghere calchi cosa de a beru. Esistit unu istandard, chi si podet impreare o chi podet serbire comente riferimentu, ma est ora de dda finire cun custos mischineddos de sa limba chi ancora si nche iscudint a terra comente ambiddas foras de s&#039;abba candu mancu s&#039;abizant chi s&#039;abba est a pagu tretu. E pois dd&#039;iu a chèrrere bìere custu pitzinnu, &quot;ogni variante&quot;, 380 limbas, o fortzis 500, ca dd&#039;schidimus ca in Busache da josso chistionant in manera diferente de Busache de susu... Ojamammia, fintzas in custu semus divididos... atreche bentu nou... zirat semper cussu, comente unu trumunzolu</description> <content:encoded><![CDATA[<p>istimados, lassu custa prima firma mea in custu zassu pro iscrìere su calchi cosa subra sa chistione de cussu artìculu e mescamente subra sa frase &#8220;&#8230;e la Regione dovrebbe fare uno sforzo maggiore per dare praticità a questo principio, senza discutere su quale sardo scegliere, ma insegnandolo in tutte le varianti&#8221;. custa est una frase ideologìca, por ite, chi unu siet o no siet de acòrdiu sa Regione, cun Soru, a pustis de 50 annos de autonòmia at provadu de fàghere calchi cosa de a beru. Esistit unu istandard, chi si podet impreare o chi podet serbire comente riferimentu, ma est ora de dda finire cun custos mischineddos de sa limba chi ancora si nche iscudint a terra comente ambiddas foras de s&#8217;abba candu mancu s&#8217;abizant chi s&#8217;abba est a pagu tretu. E pois dd&#8217;iu a chèrrere bìere custu pitzinnu, &#8220;ogni variante&#8221;, 380 limbas, o fortzis 500, ca dd&#8217;schidimus ca in Busache da josso chistionant in manera diferente de Busache de susu&#8230; Ojamammia, fintzas in custu semus divididos&#8230; atreche bentu nou&#8230; zirat semper cussu, comente unu trumunzolu</p> ]]></content:encoded> </item> <item><title>Di: Michela Murgia</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/02/25/sulla-lingua-sarda-su-ventu-survat-innuve-cheret/comment-page-1/#comment-5</link> <dc:creator>Michela Murgia</dc:creator> <pubDate>Wed, 25 Feb 2009 08:50:19 +0000</pubDate> <guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=140#comment-5</guid> <description>Natalino, i segni preziosi di una nuova attenzione alla lingua ci sono, e di certo - a te così attento al tema - non saranno sfuggiti. Ti riporto qui un articolo dell&#039;Unione di ieri a proposito di uno studente che si è laureato con una tesi in limba.&quot;Uno studente di Serrenti ha deciso di scrivere e discutere la sua tesi di laurea in sardo: è la prima volta che accade nella facoltà di Lettere. Ha discusso la tesi di laurea in limba, per la precisione in campidanese: un giovane studente di Lettere ha scelto di scrivere e illustrare il proprio lavoro in sardo. E così Daniele Carta, 23 anni, ha conseguito ieri mattina la laurea triennale in Beni culturali presentando una tesi sul patrimonio archeologico di una zona del Medio Campidano dal titolo “Su sattu de Serrenti in s&#039;aedadi prenuraxica e a su tempu de is nuraxis” (L&#039;agro di Serrenti nell&#039;età prenuragica e al tempo dei nuraghi). Un momento speciale anche per la facoltà di Lettere e filosofia e i docenti della commissione, tra i quali c&#039;era anche il preside Roberto Coroneo. L&#039;INIZIATIVA Quello di Daniele Carta è infatti un caso raro (anche se la legge 482 del 1999 prevede questa possibilità) preceduta soltanto da pochi casi simili. «Da quand&#039;ero piccolo mi piace scrivere in sardo», racconta lo studente, nato a Serrenti. A stimolare l&#039;iniziativa è stato anche il relatore Giovanni Ugas, docente di Preistoria e protostoria al dipartimento di Scienze archeologiche dell&#039;Università. «Lui stesso ha tenuto lezioni in sardo e mi ha sostenuto in questo progetto. Fin dall&#039;infanzia in famiglia ho sempre parlato il sardo e devo dire che la cosa più difficile è metterlo per iscritto. Ho dovuto fare da autodidatta perché purtroppo nelle scuole non viene insegnato». L&#039;APPELLO Si tratta di un problema gravissimo, secondo il relatore Giovanni Ugas, che lancia un appello: «Sono preoccupato perché i giovani non parlano il sardo e il rischio che la lingua scompaia è forte. Invece bisognerebbe insegnarlo a partire dalle scuole materne e la Regione dovrebbe fare uno sforzo maggiore per dare praticità a questo principio, senza discutere su quale sardo scegliere, ma insegnandolo in tutte le varianti». I PRECEDENTI Non sono molti i precedenti e riguardano per lo più iniziative isolate: come quella dello studente Giorgio Demurtas, che nel dicembre 2003 si era laureato in Ingegneria elettrica discutendo la tesi in sardo. Impresa ripetuta lo stesso anno dalla studentessa di Economia Giovanna Busu, con una tesi sul linguaggio giuridico nella lingua sarda. A queste e altre, oggi si aggiunge anche Daniele Carta il cui lavoro è stato premiato dalla commissione col voto di 103 su 110, che lo studente ha festeggiato assieme al padre Efisio, alla madre Francesca, alla sorella Valeria e ai tanti amici e colleghi che ieri hanno seguito la discussione. Lui ha già deciso di proseguire il percorso verso la laurea specialistica che, manco a dirsi, scriverà e discuterà in sardo.&quot;No est custu unu signale bellu de su &#039;entu chi sulat?</description> <content:encoded><![CDATA[<p>Natalino, i segni preziosi di una nuova attenzione alla lingua ci sono, e di certo &#8211; a te così attento al tema &#8211; non saranno sfuggiti. Ti riporto qui un articolo dell&#8217;Unione di ieri a proposito di uno studente che si è laureato con una tesi in limba.</p><p>&#8220;Uno studente di Serrenti ha deciso di scrivere e discutere la sua tesi di laurea in sardo: è la prima volta che accade nella facoltà di Lettere. Ha discusso la tesi di laurea in limba, per la precisione in campidanese: un giovane studente di Lettere ha scelto di scrivere e illustrare il proprio lavoro in sardo. E così Daniele Carta, 23 anni, ha conseguito ieri mattina la laurea triennale in Beni culturali presentando una tesi sul patrimonio archeologico di una zona del Medio Campidano dal titolo “Su sattu de Serrenti in s&#8217;aedadi prenuraxica e a su tempu de is nuraxis” (L&#8217;agro di Serrenti nell&#8217;età prenuragica e al tempo dei nuraghi). Un momento speciale anche per la facoltà di Lettere e filosofia e i docenti della commissione, tra i quali c&#8217;era anche il preside Roberto Coroneo. L&#8217;INIZIATIVA Quello di Daniele Carta è infatti un caso raro (anche se la legge 482 del 1999 prevede questa possibilità) preceduta soltanto da pochi casi simili. «Da quand&#8217;ero piccolo mi piace scrivere in sardo», racconta lo studente, nato a Serrenti. A stimolare l&#8217;iniziativa è stato anche il relatore Giovanni Ugas, docente di Preistoria e protostoria al dipartimento di Scienze archeologiche dell&#8217;Università. «Lui stesso ha tenuto lezioni in sardo e mi ha sostenuto in questo progetto. Fin dall&#8217;infanzia in famiglia ho sempre parlato il sardo e devo dire che la cosa più difficile è metterlo per iscritto. Ho dovuto fare da autodidatta perché purtroppo nelle scuole non viene insegnato». L&#8217;APPELLO Si tratta di un problema gravissimo, secondo il relatore Giovanni Ugas, che lancia un appello: «Sono preoccupato perché i giovani non parlano il sardo e il rischio che la lingua scompaia è forte. Invece bisognerebbe insegnarlo a partire dalle scuole materne e la Regione dovrebbe fare uno sforzo maggiore per dare praticità a questo principio, senza discutere su quale sardo scegliere, ma insegnandolo in tutte le varianti». I PRECEDENTI Non sono molti i precedenti e riguardano per lo più iniziative isolate: come quella dello studente Giorgio Demurtas, che nel dicembre 2003 si era laureato in Ingegneria elettrica discutendo la tesi in sardo. Impresa ripetuta lo stesso anno dalla studentessa di Economia Giovanna Busu, con una tesi sul linguaggio giuridico nella lingua sarda. A queste e altre, oggi si aggiunge anche Daniele Carta il cui lavoro è stato premiato dalla commissione col voto di 103 su 110, che lo studente ha festeggiato assieme al padre Efisio, alla madre Francesca, alla sorella Valeria e ai tanti amici e colleghi che ieri hanno seguito la discussione. Lui ha già deciso di proseguire il percorso verso la laurea specialistica che, manco a dirsi, scriverà e discuterà in sardo.&#8221;</p><p>No est custu unu signale bellu de su &#8216;entu chi sulat?</p> ]]></content:encoded> </item> </channel> </rss>
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