feb 26 2009

Troppo bello anche per parlarne

Tore Cubeddu @ 10:39

cinemaindipendentesardoDopo i discorsi sul “babbo morto” volevo proporre un nuovo argomento di discussione. Premetto: non voglio aprire una discussione sulla scritta in maiuscoletto che sottotitola il quotidiano sardo più influente, ca no mi illudo e ca seo seneghesu e su diretore chi dd’eus zau no fiat indipendente meda, in tempos…  

ma, visto che mi occupo di cinema, vorrei sottolineare come certi eventi, in ambito culturale, passino inosservati semplicemente perchè non si ha un amico nei 3 giornali sardi maggiori.

Dopo lo strano caso di Benjamin Button ecco allora lo strano caso di Paolo Zucca, bravissimo regista oristanese che va a vincere Clermont Ferrand, regalando al cinema sardo il premio più importante dopo quello di Mereu a Venezia e custos giornales sardos nde chistionant in 4 rigas. Potzo iscrìere comente dd’iu a nàrrere? Allai ca custa est una cosa chi mi faet incazzae comente una bèstia.

In passato Enrico Pau arrivò tra i primi 75 selezionati e ne parlarono come fosse una delle conquiste maggiori dopo il Congo Belga (per il Belgio, naturalmente). Niente contro Enrico, anzi, però mi dispiace molto che dei giovani bravi, che riescono ad uscire dal provincialismo (e torramus a sa chistione de su “babbu mortu”) vengano ignorati e spesso esclusi da certi circuiti culturali. Forse toccano meccanismi e privilegi consolidati. Soru e sa Mongiu, candu depiant discùtere de cinema tzirriant semper a Cabiddu, Columbu, Pau, Piztianti e Mereu. Ma chie ddu narat oe (e a boghe arta) ca ddi at pitzinnos chi nche sunt colados a in antis dae tempus?

Vi riporto il comunicato stampa del premio:

“L’Arbitro” di Paolo Zucca, prodotto dall’Istituto Etnografico della Sardegna, vince il Premio della Giuria a Clermont-Ferrand

Il Festival Internazionale del Cortometraggio di Clermont-Ferrand, giunto alla sua 31a edizione, è la più importante competizione europea, nonché tra le più importanti al mondo, dedicata specificamente al corto. Su migliaia di film brevi provenienti da tutto il mondo, sono stati ammessi alla Competizione Internazionale 75 (settantacinque) lavori, tra finzione, animazione e documentari. Caratteristica saliente del Festival è quella di offrire una panoramica a 360 gradi della migliore produzione internazionale dell’ultimo anno: dalla Malesia agli Stati Uniti, dall’Africa equatoriale al Nord Europa.

“L’Arbitro” era l’unico corto Italiano in concorso insieme a “L’Estraneo”, prodotto in Italia dall’argentino Fabian Ribezzo.

“L’Arbitro”, scritto e diretto da Paolo Zucca, si è aggiudicato uno dei tre premi principali: Il Prix Special du Jury, che consiste in un trofeo (il Vergingétorix) e in una dotazione economica di 4.000 (quattromila) Euro. La giuria è composta da cinque registi di conclamata esperienza provenienti da Marocco, Cina, Inghilterra, Macedonia e Paesi Bassi.

L’Arbitro è uno dei tre progetti vincitori dell’edizione 2006 (la quarta) del concorso AViSa – Antropologia Visuale in Sardegna, annualmente promosso dall’Istituto Superiore Etnografico della Sardegna. È un cortometraggio della durata di 15 minuti girato per la sua gran parte in Sardegna, a Bonarcado, in provincia di Oristano e narra dei destini di due ‘ladroni’, le cui sorti si intrecciano tra le pietre e la polvere di un disastrato campo di calcio in occasione di un surreale derby calcistico di infima categoria. Uno dei due ladroni è un arbitro professionista, declassato per punizione nell’inferno calcistico della Sardegna interna, l’altro è un occasionale ladruncolo di agnelli, che si troverà a fare i conti con un suo compagno di squadra nel corso della partita. Il vero protagonista del film è però la folla scatenata dei tifosi, un gruppo compatto di volti e di corpi della Sardegna profonda, un ‘entità’ furiosa che palpita e agisce all’unisono, una compagine incontrollabile e capace di tutto.  Tra gli attori principali Luca Pusceddu, che interpreta il ruolo dell’arbitro, Gilberto Idonea (Le Conseguenze dell’Amore, Màlena) attore catanese nei panni del cinico capo della casta arbitrale, Franco Fais, mimo professionista allievo di Marcel Marceau, Alessandro Biolla nei panni di un improbabile ‘pibe de oro’ paesano, Enrico Sassu, che interpreta uno sprovveduto ladruncolo di agnelli, Teresa Matta e Giorgio Franco Zucca, entrambi attori teatrali di lungo corso. La gran parte degli attori non professionisti, in tutto più di un centinaio, sono stati reclutati dal regista a Bonarcado e nei paesi limitrofi, uno a uno, casa per casa. Solo grazie alla loro impagabile generosità è stato possibile realizzare questo piccolo e ambizioso ‘kolossal’.

Paolo Zucca, regista oristanese di trentacinque anni, ha già partecipato con alcuni suoi precedenti lavori a competizioni internazionali di grande rilievo. Finalista al Young Director’s Award di Cannes e al Globo d’Oro della Stampa Estera in Italia, ha co-sceneggiato nel 2003 il lungometraggio di Interesse Culturale Nazionale “Gli Angeli di Borsellino”. Attualmente lavora come regista pubblicitario e prepara il suo primo lungometraggio.


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  • forse sono storto, ma mi piace di più parlare con chi fa o fruisce che con chi critica. i riscontri me li da (o no) la gente come te, il famoso 'villaggio'. Oppure i compagni di strada, che, se ti amano, ti parlano chiaro - spesso mi hanno chiesto di 'criticare' - mi sono sempre rifiutato - invece accetto di dialogare - secondo me si cresce solo così - un giorno potremmo continuare in privato questa chiacchierata, e potremo rilassarci e parlare anche di noi stessi - rispetto alle tue scuse di prima per quel link: io non ho avuto assolutamente l'impressione che tu contrabbandassi qualcosa di personale. anzi, ho trovato elegante che tu mettessi il link e così uno decide se gli interessa o no. dunque, niente scuse - questo del link è un metodo che propongo di adottare per tutti noi, così non si tarpano i discorsi a metà - grazie per il link e per le altre indicazioni.
  • Andrea Massidda
    Non so, Alberto. Se io fossi un autore (romanzi, film, musica) avrei bisogno di una critica (naturalmente argomentata). In fondo chi ti critica è uno che in qualche modo ha dovuto riflettere sul tuo lavoro, sulla tua opera. Bello, no?

    Poi parlo da fruitore di cultura: ormai la produzione culturale è così vasta e priva di selezioni (chiunque può pubblicare tutto) che senza una guida di fiducia è difficile trovare casualmente opere che ti soddisfino davvero. Certo, puoi andare sul sicuro pescando i soliti nomi, ma se invece provi a caso (a me piace farlo) rischi grandi delusioni.

    Grazie a una recensione, recentemente ho potuto leggere un gioiello che mi permetto di segnalarvi. E' un libro misconosciuto che s'intitola "Impressioni d'America", di Giuseppe Giacosa (ed. Muzzio). Strepitoso e illuminante.
  • "In generale credo che si avverta una grande mancanza di critici letterari. E a questo proposito mi piacerebbe sapere da voi autori e addetti ai lavori che cosa ne pensate."

    Bisogna bypassarli. Se ce n'è uno buono verrà fuori da solo e sarà un piacere DIALOGARCI (se è intelligente sarà il primo a volerlo). Agli altri bisogna proprio togliere il sostentamento, cioè noi stessi.
    Il mondo è fuori di lì, la vita è altrove.
  • MARCELLO FOIS
    Guarda Salvatò che se ti ho offeso mi scuso, ma il nuorese (la lingua e l'uomo) come sai è più secco di quello che dice, stavo indicando una linea di principio e non certo facendo rimproveri... Certo che tutto passa attraverso la nostra pelle e le nostre esperienze, ma, ti ripeto, dobbiamo marcare una differenza assoluta rispetto al passato e marcare questa differenza significare cominciare a mettersi in gioco proprio da noi stessi e dalla nostra pelle. Mi spieghi per essere franchissimi che significa che i tuoi libri non trovano un editore? Che sono bellissimi libri che nessuno capisce, o che non hai abbastanza santi in paradiso per essere pubblicato? L'editoria la conosco e molto bene e ti posso dire che a differenza della vulgata corrente è molto difficile che un capolavoro rimanga inedito. Viviamo in un Paese in cui pubblicare è facilissimo. Altra cosa è essere scrittori. Tutti gli scrittori che conosco sono prima o poi pubblicati, ma conosco anche troppi scriventi che hanno amici in editoria. Tutto dipende dal progetto che abbiamo in mente. Non ti arrendere perché la buona scrittura una strada la trova sempre. Ancora scusa se i toni sono sembrati troppo aggressivi, ma si cheries chi deo favedde su sardu, deo connosco pezzi su nugoresu e su nugoresu est su ch'est, un'azzicu barroseddu. Abbracci Marcello
  • tore cubeddu
    caro Marcello, non ti preoccupare, anche il giovane seneghese, scritto, parlato e uomo non è senza spigoli. Poi volevo solo aggiungere che il commento con riferimento al mio lavoro è frutto di un momento di sconforto. Nel senso che per tutte le cose, per le sceneggiature e per il romanzo, aspetto, come tanti... ma in questi ultimi tempi la sensazione di frustrazione artistica, soprattutto nel cinema, sta diventando generale. Mi confronto spesso, non solo perchè ci lavoro, con tanti giovani registi e autori e siamo tutti nella stessa barca, non ci sono soldi, nè qui nè altrove e a quel punto è difficile fare il salto di qualità, anche avvalendosi di mezzi e professionisti. Tornando alla questione di Paolo, non credo che l'articolo sul giornale possa migliorare il suo lavoro, ma la notizia della vittoria di un festival è importante e ritengo giusto che si sappia, a prescidere da tutto. Infondo l'unione dedica per esempio pagine intere a produzioni "amatoriali", senza nemmeno valutarne la reale qualità artistica.
    Infine, per quanto riguarda la letteratura, visto che questo è uno spazio che può e deve discutere della situazione culturale in Sardegna, la questione che ha sollevato Daniele Pinna sulle recensioni è pericolosa, ma ritengo lo sia anche il fatto che certe tipografie/case editrici, si facciano pagare per pubblicare e in più si rifacciano del resto delle spese vendendo agli enti pubblici libri senza alcun valore nè artistico nè scientifico, mortificando la sana crescita di un mondo che, come dice Marcello, si accorge se qualcosa vale (o almeno lo spero).
  • Andrea Massidda
    Chiedo scusa sinceramente per il link, ma - credetemi - non volevo assolutamente autopromuovere nulla: il mio era soltanto un esempio qualsiasi per chiarire che se spesso i quotidiani non recensiscono alcuni libri non è per una questione di amicizia o di conoscenze. In generale credo che si avverta una grande mancanza di critici letterari. E a questo proposito mi piacerebbe sapere da voi autori e addetti ai lavori che cosa ne pensate.

    Infine, per i messaggi privati concordo con Marcello. Del resto chiunque voglia contattarmi può scrivermi un'email o chiamarmi al cellulare (Tore, comunque grazie per l'invito che accetto con grandissimo piacere).
  • ell'e nois non nos cumbidamus? a mie "tassigheddas" nudda? custa mi la marco... O Tore, diaul'e brullas... sigo in italianu ca, si andas a bidere b'at unu munton'e zente cullegada dae onzi part'e logu, non sardos ebbìa. Ma no est ki no m'aggradessat si tue bi la sighis in sardu... antzias... su fatt'est ki non mi kelzo foltzadu a boltare pro mi fagher a cumprendere.
    (e noi non beviamo? a me niente bicchierini? questa me la segno... Tore, scherzi a parte... continuo in italiano perché, se vai a vedere c'è un sacco di gente da tutte le parti che si collega, non solo sardi. Non perché non mi piaccia che tu continui in sardo... anzi... ma non voglio sentirmi obbligato a tradurre per farmi capire).

    Ottimismo, sì e no... serenità, certo.
    Ma è proprio necessario pubblicare? essere pubblici? e non ci sono altri modi per esserlo? O non si è già risolti nel fare, nel pensare?

    allora parliamo delle motivazioni etiche e politiche del comparire in pubblico o del restare in privato (conosco tante persone meravigliose che lo fanno). Quanto queste motivazioni abbiano a che fare col narciso - nessuna frecciata, ognuno faccia i conti col proprio rigore - sarà la vita a decidere - e la vita non ha nè amici né pietà -

    Credo che sia importante comparire solo se è necessario al trasportare altro da sé - se si è investiti o delegati alla funzione di portare un carico in nome di altri - e questa funzione potrà essere revocata in ogni momento.

    esempio sano e concreto:
    il poeta del villaggio canta finchè il suo popolo gli riconosce rappresentatività e capacità - quando non ne ha più la voce, lo fanno smettere e canta un altro - Attenzione: la qualità del suo canto può essere altissima, planetaria...

    esempio malsano e concreto:
    nella civilizzazione occidentale il poeta non viene nominato, ma si autoproclama in un sistema protetto che ne tutela l'esistenza fatto di connivenze e complicità con altri, spesso mediocri come lui. Insieme creano 'sistema'. Attenzione: non tutti sono così.

    Ma ognuno può cantare per conto suo... e questo mette allegria al villaggio.

    mi piacerebbe vivere nel primo sistema.
    Per questo cerco di sviluppare una coscenza da 'indio contemporaneo' senza complessi di inferiorità nei confronti delle altre culture. Se i sardi avessero un orgoglio da 'nativi', quante cose cambierebbero! E' che cercano sempre di somigliare ai loro padroni per essere ammessi in una corte dove, se va bene, saranno servi o camerieri. E rideranno di loro. Bisogna prima decolonizzare sé stessi, il proprio cervello e l'essere - poi bisogna riconnottare e reinventare i meccanismi del comparire.

    elemento 1 - l'orgoglio da nativi (o indios), non contiene in sé valenze culturalmente secondarie o subalterne. E' tranquilla consapevolezza.
    elemento 2 - si può avere questo spirito anche in contesti metropolitani o mondiali.

    vogliamo giocare a fare degli elenchi? ecco alcuni esempi di indios - cito solo quelli scomparsi o lontani, e solo in scrittura, poi c'è la musica dove questo discorso è già più avanti, e il cinema, e le arti visive...:
    Allen Ginsberg, Henri Michaux, Antonin Artaud, Pier Paolo Pasolini, Gabriel Garcia-Marquez, Grazia Deledda, Sebastiano Satta, Salvatore Satta, Sergio Atzeni, William Burroughs, Aimé Césaire... ad libitum...

    a.m.
  • Tore, dai. :)
    Non è quello il punto. E' che il livello qui si spera non sia quello dei 4 amici al bar che si parlano già, e non hanno bisogno di questo posto per dirsi le cose.
    Vorremmo tutti, spero, che chi entra qui potesse sentirsi legittimo anche se non conosce nessuno di noi, e anche se per caso - lo dico con delicatezza - non avesse la fortuna di essere sardofono. Per questo eviterò, e lo dico per me, i toni che suggeriscono aria di cricca.
  • L'Unione Sarda che pubblica, con notevole spreco di spazio, recensioni di libri pubblicati a pagamento da La Riflessione.
    Ecco un esempio.
  • MARCELLO FOIS
    Certo Daniele, ma in quel caso però si fanno responsabilmente i nomi e i cognomi e ci si prende la responsabilità di ciò che si dice. Cambiare le cose significa innanzitutto cambiare i linguaggi, dire e non dire appartiene alla vecchia guardia. Quando la Mongiu parla di "ciarpame e puttanate pazzesche", sta dicendo qualcosa che tutti pensano e nessuno, per opportunità, dice. Quindi Daniele accordiamoci che se si "denuncia" si "denuncia" "de visu" e si "denuncia" con sostanza non perché si sospetta e o per sentito dire. E per favore, "si denuncia" per la crescita di tutti. m
  • Tore Cubeddu
    Perdonate, pensavo di non aggiungere nulla e mi dispiace che qualcuno abbia potuto anche solo pensare che io stessi cercando di autopromuovermi o di autocommiserarmi o di fissare appuntamenti. Scrivo quello che penso e sento. Rispondo a quello che leggo. I commenti sono commenti. I commenti sui fatti o i pensieri sono commenti, semplicemente commenti. Ognuno ha il suo modo, ognuno ha le sue idee. Ognuno vive, a suo modo e sulla propria pelle ciò che succede, non sono capace di erigermi a moralizzatore universale e distaccato, tutto passa attraverso la mia pelle e il mio lavoro, se questo è un elemento discriminante allora ditelo che torno nel mio orticello e quando avrò la possibilità mi occuperò del campo del vicino...
  • Non sono certo avvezzo alla lettura del sardo ma ho comunque capito il discorso. Condivido che questo spazio non debba diventare uno luogo di autopromozione e di lacrimevoli richieste da parte di chiunque.
    Sarebbe comunque utile che si denunciassero i comportamenti che offendono il lavoro delle persone, che lo sviliscono e non per un discorso di difesa del proprio orticello ma perchè tutti, senza esclusioni, sono parte in causa, nel momento in cui i già miseri spazi dedicati alla cultura vengono occupati da veri e propri abusivi in ragione di misteriose - mica tanto - logiche.
  • Sono d'accordo con Marcello. Certi riscontri - e così la loro assenza - dicono più sul quotidiano che recensisce o non lo fa piuttosto che sull'autore/artista recensito o meno.
  • MARCELLO FOIS
    Bobò as bidu chi tue puru as'incumizau a faveddare de cosas generales e ses finiu in sos particolares? Su libru tuo, sos film tuos... Es gai chi su suspettu, e sa critica, chi medas pessones ana pro custas discussiones, chi si faveddet solu "pro domo sua", cominzat a essere prus chi unu suspettu. Unu chi leghet cosas de su genere si narat: custos sun tottus amicos, si la narant e si la rident. Mi cumprendes amicu? E non est nemmancu troppu bellu de piccare inoche appuntamentos privados, custas cosas non si fachene in locos pubblicos commente a custu (Andrea lu connosches, lu podes muttire pro contu tuo). Marcello.
  • C'è talmente ciarpame che non siamo disposti a spendere nè poco ne nulla per un editore che non fa nemmeno editing... Ci sono puttanate irracontabili... ci sono cose per cui vi dovreste vergognare... e come dice Bachisio Bandinu la vergogna è uno dei migliori sintomi. Io c'ero quando la Mongiu ha detto questo ai rappresentanti degli editori sardi ed oggi dimostra che aveva ragione da vendere. Mi spiace in questo caso capire che il giornalista preferisce fare il "pezzo" sull'autore che deve recuperare i costi e non sul libro dello stesso autore (è diverso). Credo invece che su un regista che vince un premio internazionale non debba aver bisogno dello sponsor ma sia un dovere informarsi e portarlo agli onori della cronaca. Ho appena letto La Sardegna al bivio...
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