mar 01 2009
Cagliari città-stato
Ai tempi di Andreotti le bizzarrie governative venivano varate a ferragosto, ma per Berlusconi va benissimo anche il carnevale. Tra frizzi, lazzi e barzellette, ci ha parlato del mangime forzato ai moribondi, di ronde da passeggio, dello sciopero virtuale e financo di centrali nucleari.
I sardi in festa hanno giubilato in piazza Renato-Cancioffali al ritmo della ratantira, davvero un brutto scherzo di carnevale per tanti Soriani sull’orlo di una crisi di nervi.
Ma davanti agli choc, l’homo sapiens-sapiens fin dalla notte dei tempi ha imparato a resistere, mettendo in atto tre strategie.
- Si sdraia sotto un riparo e aspetta che passi la nottata e/o il cadavere del nemico, magari sballandosi con sostanze psicotrope.
- Se ne va alla ricerca di una rupe sufficentemente alta e vi si getta anima e corpo.
- Ragiona sulla sua misera condizione ed elabora uno o più progetti di riscatto.
Orbene, la nostra morale cristiana, unita alla paura del dolore e all’alto costo dei narcotici, ci impone di passare senz’altro alla soluzione del terzo tipo.
Analizzando la concentrazione di potere politico, amministrativo, economico e mediatico, è evidente che Cagliari rappresenta la testa della Sardegna, la corona de logu, diremmo per restare in tema.
Ma Cagliari è stata ed è una città-stato, un’isola nell’isola, da quasi mille anni controllata da signori e potentati esterni, spesso a carico o in conflitto col resto della Sardegna. Una testa con buona parte del corpo atrofizzato, che spesso non sente più suo, a cui rifiuta l’ingresso di sangue fresco che potrebbe dargli nuovi virgulti vitali preferendo piuttosto rimanere attaccata artificialmente alle macchine.
Fuor di metafora, è quello che è successo a Soru e in passato ai sardisti, il primo rigettato e i secondi fagocitati dall’ameba cagliaritana.
La macchina del potere non ammette deragliamenti, tutto deve rimanere nelle sue rotaie, è ammessa la dependance affaristica terranovese, ma l’entità sarda non deve esistere, disturba (ho scritto entità non nazione).
Disturba il velluto di Soru, disturba la lingua sarda, disturba il pacifismo da straccioni, l’ecologismo terzomondista e anche quel certo modo anarchico di tenere la schiena dritta.
La sarditudine, intesa come roba da sardi in solitudine, è aborrita dal rampantismo d’accatto della classe dirigente regionale, non funziona, è anti-moderna, è ammessa solo in determinate occasioni festaiole come ebbi a scrivere su Altravoce e sul blog di Michela.
È auspicabile un riequilibrio dello strapotere cagliaritano, magari spostando il Consiglio Regionale ad Oristano. Sarebbe un operazione dall’alto valore simbolico ma anche economico che darebbe un sicuro impulso alle zone interne, un messaggio di vicinanza alle/delle istituzioni e di speranza nel futuro. Sarebbe anche uno stimolo alla creazione di infrastrutture veramente utili, altroché Betile, Tuvixeddu e nuovo stadio, la Sardegna ha bisogno di collegamenti veloci e sicuri, ha bisogno di ferrovie moderne e non solo di rami da dissecare e poi recidere, si darebbe sfogo anche ai costruttori che invece di buttare cemento sulle coste potrebbero creare nuovi posti di lavoro in funzione della Sardegna, e non delle solite signorie continentali che hanno già stabilito come, dove e di cosa abbiamo bisogno per vivere e ce lo mandano a dire tramite i nostri capataz arroccati in su casteddu ‘e Callari.
Obama per reagire alla crisi ha annunciato un grande piano di opere pubbliche: ponti, strade, edifici;
la stessa cosa farà l’Italia, miliardi per l’expo di Milano, la TAV, il ponte di Messina, le centrali nucleari, mentre per la Sardegna, dopo la tre-giorni Maddalenina, le solite cosette a Cagliari e nuovi lunapark per vacanzieri.
Bisogna pensare qualcosa di veramente importante, una cesura netta col passato, l’alternativa è sparire, sparire dentro Cagliari, dentro Olbia, Roma, Milano, Torino, Bologna, Sucorrunannudesavurca e ricoprirci di verguensa per il nostro fatalismo da eterni sottomessi.



