mar 03 2009
Sulla punta della lingua
Io sono felice che esista questo posto, e a quanti ci si sentono ancora ospiti vorrei davvero dire di cuore che, nel momento in cui hanno accettato di condividerne lo spirito, ne sono legittimamente diventati padri fondatori. Corona de Logu è un atto di pura scommessa sulle potenzialità delle persone, ed è anche l’espressione “fisica” di una fatica, che è quella del confronto, che in Sardegna pochi sembrano ancora desiderare di fare, meno che mai in contesti fortemente individualistici come quelli culturali, stanze chiuse dove spesso si finisce per accoppiarsi al buio tra consanguinei, con tutte le conseguenti deformità. Però confesso che mi rammarico che la parte del leone la stiano facendo per il momento le derive dell’argomento “limba comuna”, a tutto svantaggio di cose meno iniziatiche. Tanto più che le secche del discorso limba mi rafforzano in molte delle tensioni che conservo in merito, e che non mi sono stancata ancora di voler condividere.
La prima è che per molti il sardo è questione di principio, e non di comunicazione. In questa logica l’italiano è una resa all’invasore, il sardo è l’eco della costante resistenziale, e scriverlo e parlarlo assume le connotazioni di un atto politico; davanti a questa convinzione è difficile persino affermare un concetto normale come il fatto che se continuiamo a scrivere in sardo, non tutti ci capiranno, e li escluderemo dalla conversazione.
Temo però sia proprio questo che si vuole ottenere con il gesto deliberato di non tradursi, perché chi non padroneggia la lingua sarda – in quanto “linguisticamente colonizzato” – è manifestamente concepito come pigro e in mala fede, uno che non è vero che c’è, ma più probabilmente ce fà. Con l’atto violento di limitargli (o negargli) la comprensione, lo si vuole da un lato ripagare del “tradimento” di aver fatto propria un’altra lingua, e dall’altro costringerlo con severa didattica a tornare al sardo per restare nel discorso, che pure lo riguarda. Il contorno di persone apparentemente sardo-parlanti offre a questa convinzione la conferma che esiste un codice del noi-sardi alla maniera in cui per Pigliaru esisteva il codice del noi-pastori. Se persone con questo sentire dovessero decidere di politica linguistica in Sardegna, è facilmente immaginabile dove si andrebbe a parare.
Non so se questo tentativo di definire una identità attraverso una lingua usata in modo “esclusivo” – nel senso proprio del termine – si possa chiamare “nazionalismo linguistico”, ma qualcosa mi dice di sì. E siccome la lingua non è un corpo contundente, qualunque atto teso a trattarla come tale trova e troverà in me sempre una opposizione ferma.
La seconda considerazione attiene al concetto di lingua sarda come “performance”, come atto dimostrativo, e riguarda il complesso di inferiorità che attanaglia il sardo italo-parlante posto di fronte al sardo-parlante, meglio se in un contesto “alto” o percepito come tale. In questo gioco di specchi, colui che fa la performance accetta sa limba come marcatore di specialità, e la parla per far vedere al suo interlocutore che non è meno sardo di lui. Allora accettare la prova del nara cixiri equivale a mostrare la carta di identità, il che purtroppo mi conferma il sospetto che in questo orizzonte il sardo rischia di essere via di legittimazione, molto più che di comunicazione.
Sono convinta che l’idea di agire in modo coercitivo conduca dritta all’accanimento terapeutico sulla lingua, e grazie a questa e altre discussioni portate avanti altrove – dove molti interventi trattano la coercizione come scontata e persino giusta – ho l’opportunità di ribadire che io invece rifiuto alla radice qualunque politica sulla lingua tesa a costringere per legge all’uso del sardo – standard o naturale a questo punto non fa differenza – quanti lo hanno abbandonato.
In questa convinzione non c’è solo il fatto che banalmente io consideri serio il rischio che si cerchi di distinguere tra un sardo e un non sardo sulla base della padronanza linguistica, o di qualunque altro totem simbolico. Rischio che comunque permane, e se ne vede qualcosa di più che la coda.
C’è soprattutto la consapevolezza che le codificazioni spontanee del sardo finora attestate (campidanese e logudorese letterari di cui ha parlato Marco Pisano qui), sono avvenute attraverso la produzione artistica e letteraria, per bocca dei poeti, dei cantadores e dei predicatori, con precisi scopi di trasmissione di senso. E’ stata dunque l’esigenza di farsi capire bene da tutti che ha portato ad elaborare codici formali condivisi. Non nasce un codice linguistico se non è il contesto a richiederlo, a meno che ovviamente non si voglia fare un atto di forza, per ragioni che con il contesto, la comunicazione e il senso non hanno però nulla a che vedere. Queste ragioni, quali che siano, non sono le mie, e non voglio condividerle.
Rifiutare atti di imperio statale su una cosa così intima significa anche accettare la scomparsa eventuale del sardo, con tutta la ricchezza di cui pure sono consapevole, se non saranno motu proprio i sardi stessi a preservarlo vivo nell’uso, a dispetto di altri codici.



