mar 03 2009

Sulla punta della lingua

Michela Murgia @ 18:25

lingua-thumbIo sono felice che esista questo posto, e a quanti ci si sentono ancora ospiti vorrei davvero dire di cuore che, nel momento in cui hanno accettato di condividerne lo spirito, ne sono legittimamente diventati padri fondatori. Corona de Logu è un atto di pura scommessa sulle potenzialità delle persone, ed è anche l’espressione “fisica” di una fatica, che è quella del confronto, che in Sardegna pochi sembrano ancora desiderare di fare, meno che mai in contesti fortemente individualistici come quelli culturali, stanze chiuse dove spesso si finisce per accoppiarsi al buio tra consanguinei, con tutte le conseguenti deformità.  Però confesso che mi rammarico che la parte del leone la stiano facendo per il momento le derive dell’argomento “limba comuna”, a tutto svantaggio di cose meno iniziatiche. Tanto più che le secche del discorso limba mi rafforzano in molte delle tensioni che conservo in merito, e che non mi sono stancata ancora di voler condividere.

La prima è che per molti il sardo è questione di principio, e non di comunicazione. In questa logica l’italiano è una resa all’invasore, il sardo è l’eco della costante resistenziale, e scriverlo e parlarlo assume le connotazioni di un atto politico; davanti a questa convinzione è difficile persino affermare un concetto normale come il fatto che se continuiamo a scrivere in sardo, non tutti ci capiranno, e li escluderemo dalla conversazione.

Temo però sia proprio questo che si vuole ottenere con il gesto deliberato di non tradursi, perché chi non padroneggia la lingua sarda – in quanto “linguisticamente colonizzato” – è manifestamente concepito come pigro e in mala fede, uno che non è vero che c’è, ma più probabilmente ce fà. Con l’atto violento di limitargli (o negargli) la comprensione, lo si vuole da un lato ripagare del “tradimento” di aver fatto propria un’altra lingua, e dall’altro costringerlo con severa didattica a tornare al sardo per restare nel discorso, che pure lo riguarda. Il contorno di persone apparentemente sardo-parlanti offre a questa convinzione la conferma che esiste un codice del noi-sardi alla maniera in cui per Pigliaru esisteva il codice del noi-pastori. Se persone con questo sentire dovessero decidere di politica linguistica in Sardegna, è facilmente immaginabile dove si andrebbe a parare.

Non so se questo tentativo di definire una identità attraverso una lingua usata in modo “esclusivo” – nel senso proprio del termine – si possa chiamare “nazionalismo linguistico”, ma qualcosa mi dice di sì. E siccome la lingua non è un corpo contundente, qualunque atto teso a trattarla come tale  trova e troverà in me sempre una opposizione ferma.

La seconda considerazione attiene al concetto di lingua sarda come “performance”, come atto dimostrativo, e riguarda il complesso di inferiorità che attanaglia il sardo italo-parlante posto di fronte al sardo-parlante, meglio se in un contesto “alto” o percepito come tale. In questo gioco di specchi, colui che fa la performance accetta sa limba come marcatore di specialità, e la parla per far vedere al suo interlocutore che non è meno sardo di lui. Allora accettare la prova del nara cixiri equivale a mostrare la carta di identità, il che purtroppo mi conferma il sospetto che in questo orizzonte il sardo rischia di essere via di legittimazione, molto più che di comunicazione.

Sono convinta che l’idea di agire in modo coercitivo conduca dritta all’accanimento terapeutico sulla lingua, e grazie a questa e altre discussioni portate avanti altrove – dove molti interventi trattano la coercizione come scontata e persino giusta – ho l’opportunità di ribadire che io invece  rifiuto alla radice qualunque politica sulla lingua tesa a costringere per legge all’uso del sardo – standard o naturale a questo punto non fa differenza – quanti lo hanno abbandonato.

In questa convinzione non c’è solo il fatto che banalmente io consideri serio il rischio che si cerchi di distinguere tra un sardo e un non sardo sulla base della padronanza linguistica, o di qualunque altro totem simbolico. Rischio che comunque permane, e se ne vede qualcosa di più che la coda.

C’è soprattutto la consapevolezza che le codificazioni spontanee del sardo finora attestate (campidanese e logudorese letterari di cui ha parlato Marco Pisano qui), sono avvenute attraverso la produzione artistica e letteraria, per bocca dei poeti, dei cantadores e dei predicatori, con precisi scopi di trasmissione di senso. E’ stata dunque l’esigenza di farsi capire bene da tutti che ha portato ad elaborare codici formali condivisi. Non nasce un codice linguistico se non è il contesto a richiederlo, a meno che ovviamente non si voglia fare un atto di forza, per ragioni che con il contesto, la comunicazione e il senso non hanno però nulla a che vedere. Queste ragioni, quali che siano, non sono le mie, e non voglio condividerle.

Rifiutare atti di imperio statale su una cosa così intima significa anche accettare la scomparsa eventuale del sardo, con tutta la ricchezza di cui pure sono consapevole, se non saranno motu proprio i sardi stessi a preservarlo vivo nell’uso, a dispetto di altri codici.


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  • Stamattina, mentre mi preparavo per andare al lavoro (a noi perdigiorno capita di lavorare di sabato), ho sentito alla radio l'oroscopo di Linfa Wolf (alzi la mano chi non sa di cosa parlo). La vegliarda fatucchiera, a proposito del mio segno zodiacale, sentenziava così: "Difficoltà di dialogo superabili".
    "Ciumbia!" mi son detto, "Anche nonna Linda se n'è accorta. Si vede che devo tornarci su".
    Dunque, eccomi qua.

    Cari Michela, Marcello, Giancarlo e Alberto, ci ho riflettuto su, cercando un minimo di distacco da tutta la faccenda.
    Ebbene, la conclusione cui sono giunto è che abbiate affontato l'esordio sulla questione "limba" in modo quanto mai maldestro.
    Dico maldestro, sapendo bene di andare così contro l'opinione di molti, che ci hanno visto più cha altro una dimostrazione di spocchiosa arroganza. Io non sono di questo parere. Secondo me si è trattato di un incidente in buona fede, dovuto alla scarsa dimestichezza col medium (no, Linda Wolf non c'entra, mi riferisco alla Rete, a internet) e poca consapevolezza dell'interlocutore (ossia, i frequentatori di forum e affini, una complessa categoria di persone, di solito molto suscettibile). Il che esula in buona parte dal "messaggio", dal merito della questione.
    Che le cose stiano così, lo dimostra la distanza che corre tra il primo pezzo "scherzoso" (una vera "beffa", più che un esercizio ironico, per quanto possano contare ormai queste distinzioni) e quello di Michela a cui si attacca, buon ultimo (per ora), questo commento. Guarda caso, a occhio, Michela è l'unica che sappia muoversi (direi "professionalmente") su internet.

    Questa dunque è la mia opinione.
    Ammetto serenamente che sia discutibile e confutabile come tutte le opinioni. Niente di quanto ci siamo detti, però, mi ha fatto cambiare idea (il contrario, caso mai).
    E non discuto nemmeno per scherzo il vostro diritto a non essere d'accordo e a dichiararlo nella maniera che ognuno ritiene più confacente.
    Solo, alla fin fine, le posizioni divergono e non sembrano conciliabili. Bisogna farsene una ragione.

    Da parte mia, se qualche lezione si può trarre dalla diatriba, la cercherò e ne farò tesoro. Promesso.
    Spero sia così anche per voi.
    In bonora!
  • giuseppe mulas
    Per Marcello Fois e Michela Murgia :

    E' cosi' strano quello che dice Omar ?
    Semplicemente non concorda sul modo di prendere l'argomento a barzellette,perlomeno questa era la sensazione,argomento lingua sarda da normalizzare che sia LSC,LSU,LDS,LCD,CLK,CGL,CISL,UIL, l'argomento a 360° con prese di posizione che prevedano una proposta alternativa.
    Che siete esseri umani e non Dei dell'Olimpo non c'e' bisogno di dircelo,e non l'ho letto neanche tra le righe in quello che ha scritto Omar.
    O dobbiamo aspettarcela da Marco Carta questa elaborazione intellettuale?Anche lui e' un'artista.Poi se non vi interessa proprio o non lo ritenete importante siete sempre liberi di sbeffeggiare chi invece sente questa esigenza,e ci mancherebbe altro.
  • MARCELLO FOIS
    @giuseppe mulas, Ti ringrazio per il riconoscimento della libertà d'opinione, troppo buono.
  • giuseppe mulas
    @MARCELLO FOIS,
    Figurati,solo per questa volta pero'!(qui metterei una faccina che sorride ma non so come si fa,fai finta che ci sia). :) Adiosu.
  • Caro Omar, manco mi sogno di confezionare "una presa in giro di chi si occupa del sardo". Se tu vedessi qualcuno che lo fa, chiamami che ti darò una mano a contestarlo. Ma le mire del mio scherzo le ho già chiarite in un commento. Perché non considerarle? E poi avrei scritto qualcosa contro me stesso, perché mi occupo di sardo (pubblicamente) da molto tempo. Oppure esiste un solo modo di occuparsene? Magari quello ottuso ed esclusivista dell'estensore della mia lettera frassa o quello scellerato di chi potrebbe usarla come "corpo contundente" (prendendo in prestito l'immagine di Michela Murgia), e chi non condivide quel modo è un nemico della patria. Fois "si occupa di sardo" immettendolo nei suoi romanzi, e non certo in direzione macchiettistica, non parificato all'italiano in termini quantitativi ma sicuramente in quanto a dignità. Michela Murgia (a quanto apprendo da un suo commento su questo sito) lo farà con un suo nuovo lavoro. Alberto Masala porta il suo sardo in giro per il mondo, e al contempo compone testi per il tenore di Bolòthana, dicendo dell'oggi (non di Clori ermosa). Questi sono esempi di un sardo funzionante e funzionale. Di sicuro atti concreti verso la lingua sarda, senza doversene inventare una e imporla.
  • Gentile Signor Corda, purtroppo è il senso dell'ironia che non sempre riesce a raggiungere tutti i soggetti. Se ho scritto che è facile trovare una pronuncia dietro una grafia che non le corrisponde, non è detto che Lei debba prendere tutto alla lettera; in certi casi, L'avverto, potrebbe significare l'esatto contrario: difficile; in altri ancora impossibile. Proprio come nel caso presente, dove non ho "indovinato" una pronuncia, premiando il Suo test attitudinale (occhio: questo inciso è ironico), ma ho molto più semplicemente ricordato la lingua dell'originale in quanto conosco il testo (a ciò si deve anche la velocità con cui ho risposto validamente al test). In assenza di questa conoscenza, non s'indovina proprio nulla, o uno indovina quello che gli pare.

    Poi non capisco. Ma se non Le dà piacere cambiare lùmene in nòmene perché lo fa? La LSC è anche uno strumento sadomaso? L'amore per la lingua ideale ha già raggiunto lo stadio di perversione?

    > Gentile Nanni, molto interessanti le versioni da Lei riportate, anche lo schema delle rime (ABBA) è quello più classico nella tradizione sarda per le strofe di quattro versi. Sul significato di molle dovrei pensarci ancora; la Sua interpretazione è interessante.

    > p.s. per il Signor Corda - Non ho fatto un grande sforzo a trovare lo schema della strofa, come non ho trovato mai difficoltà a contare le sillabe da quando me l'hanno insegnato alle elementari. Poi mi hanno detto che in poesia "11 sillabe" si può dire anche "endecasillabo", ma già sapevo contare fino a 11. O la pronuncia originale di undici è dodici nella sua variante?
  • E io che pensavo d'aver scherzato con la mia finta lettera dell'anno 2069, dove si fantastica l'adeguamento dei nostri poeti in Limba Sarda Ufitziale Unificada. Ma ecco la prima traduzione di Gian Pietro Cubeddu, noto Padre Luca (o Lucca) (1749-1829) editata in LSC dal Corda nel 2009.
    Diamo uno sguardo all'obsoleta versione in rozzo dialetto logudorese:

    A nùmene mi naro Padre Lucca,
    a provégliu mi naran Padre Solle;
    sos versos chi mi essin dae 'ucca
    paren esser bettados a su molle.

    I fautori della Lingua dicono che non c'è nessun problema a scorgere le tracce del dialetto dietro l'innocente patina grafica (?) dell'ufficialità (quante volte si legge qui e altrove una pericolosa confusione fra coerenza di sistema grafico e uniformazione fonetica). Niente di più semplice leggere una "u" dietro una "o" (nòmene; ma forse questo vocalismo si deve a innovazione cordiana); leggere "rg" e pronunciare "gl" (provérgiu); e che problema c'è a togliere una "b" a "bessint" e a "buca"? (se volete, un'altra volta, parliamo del "-t" finale e di quella bocca con una "c").
    Cari amici, dico: almeno si lascino stare gli antenati, se non altro per rispetto, ma per rispetto anche della loro tecnica: quell'èssere dell'ultimo verso, in luogo di esser, dona a Padre Lucca un erroraccio metrico: un endecasillabo in 12 sillabe; bello!
  • Davide Corda
    @Giancarlo Porcu,

    Gentile signor Porcu, evidentemente lei vorrebbe avere il monopolio degli scherzi e delle provocazioni. Mi dispiace per lei ma il sense of humour è molto più diffuso di quanto creda.

    A me non piace in generale l' operazione di trascrittura e normalizzazione delle poesie in quanto ritengo che vada rispettata ogni scelta dell' autore.
    Il mio obiettivo era infatti verificare le reazioni rispetto alla poesia del Cubeddu, per verificare se la LSC dà un senso di "artificialità" quando non è viziata da pregiudizio legato all' acronimo. Ovviamente il suo intervento ha evitato che ciò accadesse.

    Per quanto riguarda la parola nòmene: nessuna innovazione, è una forma esistente, dato che la norma LSC non prevede alcuna regola al riguardo l'ho reputata essere un buon compromesso tra "nòmini" e "nùmene". Io tra l' altro dico "lùmene" quindi può immaginare quanto piacere possa avermi dato farlo.

    - Le faccio comunque i complimenti per essere riuscito a leggere immediatamente secondo la pronuncia originale che avrebbe desiderato l' autore, in effetti non me lo sarei aspettato così presto.
    Con un altro piccolo sforzo sarebbe anche riuscito ad evitare di leggere le e finale di "èssere" dimodochè il computo delle sillabe desse il risultato di 11. Di sicuro è molto più facile fare questo piuttosto che verificare se un verso è endecasillabo oppure no...
  • Nanni Falconi
    @Giancarlo Porcu,

    Eo nd'apo àteras duas de versiones de custa cuartina.

    Sos de bitti mi narant Padre Solle
    però su numen meu est Padre Luca;
    sos versos chi mi 'essint dae 'ucca
    parent esser bettados in su molle.

    babbu a s'imbesse si l'ammentat goi

    Sos de Bitti mi naran Padre Solle
    Però su numene meu est Padre Lucca;
    Sos mutos chi m'essin dae 'ucca
    paren esser vetados dae su molle.

    essende chi su molle no est àteru che cussu chi como in Patada si narat moju ( arnia) mi paret sa pìus pretzisa siat sa de babbu, ca cheriat narrer chi sos mutos suos fint dulches che mele.
    Betare a su molle non cheret narrer nudda, ma mi poto puru irbagliare..
  • Davide Corda
    @Nanni Falconi,

    Salude tiu Nà, cussa depet esser una licèntzia poètica po fagher rima cun "Solle" e l' apo chèrfida lassare gai.
    Est probàbile chi sa peràula siat "mollu" o "mògliu", roba chi impreaian sos catolazos po sestare sas iscarpas.
  • Nanni Falconi
    @Davide Corda, e a nzi modu non cambiat nudda in sa rima
    "dae su" a su vessu de " a su, in su"
  • Nanni Falconi
    @Davide Corda,

    nono, nono! est molle= moju= mogliu. legedi su Puddu.
  • Davide Corda
    @Nanni Falconi,

    Apo chircadu in su Puddu e narat su chi so nande deo:

    http://www.ditzionariu.org/lemmi_search.asp?par...
  • nanni falconi
    @Davide Corda,
    emmo, ma puru molle= mògliu. Si as su cartaceu abbàida sa pagina ifatu.
  • Davide Corda
    A nòmene mi naro Padre Luca
    A nòmene mi naro Padre Luca,
    A provèrgiu mi narant Padre Solle;
    Sos versos chi mi bessint dae buca
    Parent èssere ghetados a su molle.

    Sos chi t' ant famada pro èssere bella
    Sos chi t' ant famada pro èssere bella
    Istaia mirende·mi unu die.
    Dae pustis chi miro in cara a tie
    Non mi parent bellas sas ermosas;
    Non nego chi non siant gratziosas,
    Ma tue ses in totu singulare.
    Chi bi nd' at bellas non potzo negare
    Però che a tie bi nd’ at mancu una.
    Si sas àteras sunt che sa luna
    Tue ses sole in mesu sas istellas.
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