mar 05 2009

Basta: dichiaro Cixiri

Bruno Tognolini @ 17:45

ceci“Signor Tognolini, se io avessi saputo che in questa corona de logu ( Michè traduci anche questo, il signore non sa cosa è la corona de logu) si poteva soltanto scrivere in italiano…” (da un post di Nanni Falconi su questo sito)

Basta, dichiaro Cixiri, Nuxis, Foxi, Puxeddu, Maxia…
Perché questo è il vero problema, adesso l’ho capito, finalmente!
Ecco l’ubi consistam, il where I belong!

È il contrario di ciò che l’amico Falconi sostiene qui sopra: io non sono un signore! Facciamoci su quattro risate e state a sentire.

Io non sono un signore, questo è ciò che ci divide, non il mare.
Quando scrivo in italiano (cioè quando scrivo, cioè sempre) sì: il mio è un italiano da signori.
Ma quando dico cazzate, da solo a casa mia, quando canticchio o faccio lo scemo fra me e me, no. Viene fuori un sardo, il mio sardo, che non è da signori, per niente!
Chi ha scritto quegli articoli còlti in sardo còlto sì che è signore, loro sì. E pensare che quando venivano a Cagliari a studiare con me, al Dettori, erano solo maioli biddunculi. Dalu, Selis, Tonara, Lodè… Forse ora si stanno vendicando. Ahi, che terra di vendetta! Perché io allora ero un signore agli occhi loro: mischino di me, figlio di ragioniere dell’ufficio acquedotto di Cagliari e di maestra che insegnava nel Sulcis. Però… Oh! Casteddaiu!
Casteddaio burdo, dichiaro cixiri, sì!
Ski-lellè di Via Firenze, angolo Via Pineta, non lontano dallo stadio Amsicora, dove andavo a vedere segnare Riva e Domenghini. Nenè noi skillellè lo prendevamo per il culo dicendo che correva così tanto sulle fasce laterali perché era abituato con la lancia in mano rincorrendo gazzelle. E quelle lance, così vicini eravamo all’Africa, noi a Casteddu non voi de is biddas, che quando arrivavano sulla spiaggia del Poetto – dicevamo fra noi per ridere – gliele rilanciavamo indietro. Invenzioni verbali e narrative da pisciarsi dal ridere, di ski-lellè casteddai fine anni ’50 e tutti gli anni ‘ 60. Io sono quello, ho quel nocciolo dentro. Dichiaro Cixiri col nocciolo del cuore. Un casteddaio burdo e corrotto che dichiara orgoglioso, come ognuno della sua d’infanzia, la sua Mammalingua.
Volete sentire? Due esempi.

Prima composizione poetica, raccolta nei muretti in Via Firenze, dove la cantavamo con Gavino, Salvatore, Tonino, Sergio Cocco Tataèa, e altri; e poi perfezionata in Via Generale Cagna, ancora più vicino all’Amsicora, con Ninuccio, Agostino, mio cugino Marcellino Edù (“Mincamiainculurù” – rispondeva lui), e tante volte cantata che non l’ho dimenticata mai più. È mio patrimonio. Primo documento linguistico che propongo al consesso per dire cixiri, e comprovare la mia ontologia sarda. Sull’aria di “Quando spunta la luna a Merchiaro”.

“Quando spunta la luna a Sant’Elia
E su giarrettu cuccara in sa nassa
S’affaccia a sa ventana sa bagassa
T’ingurtiri s’anguidda bia bia”

Vi posso assicurare, come poeta per bambini più noto e stimadu in su continente, Rodari torrau in terra, mi nanta, e ita brigungia, chi no è beru!, premio Andersen 2007, White Raven (cercate sul web) 2009, vi posso giurare: questa quartina è bellissima! Una così io devo ancora mangiare molto per pensarla.

UNICA NOTA. Nutro parecchi dubbi sulla purezza sarda, campidanese e perfino cagliaritana della locuzione “s’affaccia”; ma garantisco assolutamente sulla sua perfetta e piena appartenenza alla limba parlata fra Via Firenze e Via Generale Cagna.

Di un’altra composizione poetica posso dare più ampio documento.
La fonte e il territorio di reperimento sono gli stessi. Credo mi sia stata insegnata da Ninuccio, che era grasso ma inarrestabile, invincibile, carogna.

(con andamento da ouverture lento e maestoso)
S’atra dì chi ci seu passau
Boghendi conca fia de sa ventana
Tenia su bruncu parìara una rana
Issu m’ha fattu subìttu azziccai
(1)
E deu di nau: Bairìndi Bugìnu!
Attura attentu tui facc’e caghinu
De non fai mera sciucchèzzas
(2) cun mei

(tempo dimezzato, rapido e concitato)
Lassamind’andai – Calamì sa manu – Fill’e bagassa – Caghineri
O ri segu su paneri…
Po su zugu mi d’appu pigau, unu corpu ‘e conca si d’appu donau
E’ sa botta proibìa chi m’anti imparau a Sant’Elia
Calincuna dì te l’insegnerò
(3)
Stai attento perecabò (4)”

BREVI NOTE
(1) azziccai : nella grafia Unificata di Via Cagna io Ninuccio e Marcellino Edù (“Mincamiainculurù”) non avremmo mai scritto “atzikkài”
(2) sciucchèzzas (“sciocchezze” in sardo di Via Cagna)
(3) perecabò. Non ho fatto ricerche, perché faccio un altro mestiere, ma una certa sensibilità all’ontogenesi e filogenesi linguistica, innata e poi sviluppata nella professione, mi suggerisce che la locuzione derivi da “pe’ de caboni”, piede di cappone; in cosa fosse offensivo esser tacciato di avere i piedi simili a quelli di un gallo mi è sempre sfuggito; non mi sfuggiva che bisognava offendersi quando ce lo si sentiva dire. Offendersi e picchiare…

Nota del trascrittore: questa canzone la so cantare accompagnandomi con la chitarra, e quando ci troveremo se il vino è abbastanza vedrete e sentirete.

Però…
Offendersi e picchiare. Non è vero che quei periodi erano del tutto felici.
Erano tempi violenti. La virilità si misurava in noi bambini in una rigida scala gerarchica di colpi, pugni, sputi, calci e schiaffi. Io ero il penultimo, picchiavo solo Gavino, gli altri mi picchiavano tutti. Chissà Gavino, mischino.
Be’, quel campo di tenzone, di battaglia, in trentatrè anni di continente, credevo d’essermelo scordato. E invece eccoli che mi aspettavano, nell’isola, i corpus de conca. E ciò che è peggio, eccolo rinascere anche in me, il barroso…

Però è servito, ho capito in cosa consiste la differenza.
Io come sardo non sono un signore, sono vero e  nativo e DOC come quella infanzia di strada. Vi posso dire altre canzoncine, altri cixiri. So bene che la poesia cagliaritana conta ben altri versi e suoni e stili, che quando è stato il tempo ho letto e goduto (ricordo una poesia bellissima di Canelles – credo – appunto sul “Maiolu”). Ma questa era la mia lingua nativa, la lingua di strada, non quella dei libri. Sono un signore in italiano, perché dalle strade sono passato ai libri. Come sardo sono rimasto in quelle strade. Altri forse hanno fatto la via inversa.

Sono sardo, cagliaritano. Sono sardi i cagliaritani?
Vogliamo, con una gigantesca sega a motore, escindere Cagliari a semicerchio e lasciarla andare alla deriva verso Gibilterra? Con Cappellacci e tutti i burdi cagliaritani incrociati con continentali commercialisti? E mia mamma mischina, che ha ottant’anni? E mio fratello che insegna inglese ai sardi del Liceo Artistico e ha la opel corsa? E mia sorella che insegna italiano alle medie e deve fare per obbligo corsi di sardo (chissà chi li tiene, chissà quanto prende).
No, dài, non mandateli via dalla Sardegna, sono parenti miei.

Proveniamo da estremi, da estremi.
Ma sulla stessa Isola.
E facciamoci quattro risate.
Non sardoniche, po prexeri…
Cixiri.


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  • Simona Tilocca
    Buongiorno,

    qualche parola per presentarmi:

    avendo letto uno degli interventi del mio amico (e agente) Daniele Pinna, ho preso coraggio, forte anche del fatto che la mia iscrizione, materialmente, l'ha eseguita Michela. Ho le spalle coperte...

    Sono nata in Sardegna, ad Iglesias, e sono cresciuta in un modo schizofrenico, imbevuta di cultura mineraria e però da una generazione di genitori convinti che un bambino che parlasse il campidanese fosse un bambino poco colto. Non fu colpa loro, erano i tempi. Sentivo mia madre parlare con la mia nonna in una lingua diversa, che sapevo essere della loro vita in comune ma non della nostra, una lingua che associavo alla guerra, alla povertà, alla difficoltà, per i bambini di allora, dii frequentare le scuole. Mia nonna e mio nonno lavoravano in miniera, a Monteponi, mia nonna sapeva fare solo la sua firma e, quando la conobbi, era troppo stanca per racontarmi le storie del focolare. Mio nonno non l'ho mai conosciuto, ma so che suonava il clarinetto. Mio padre era figlio di una procidana e di un agente di custodia dell'Anglona, si coglierà il nesso.

    Io parlo l'italiano. E lo scrivo. Piuttosto bene, pare. Penso in italiano, mi emoziono in italiano, sogno in italiano. Ogni tanto, nei momenti di forte ira, o gioia, mi scappano parole, o modi di dire, un pò in campidanese, un pò in un napoletano inizio secolo, quello di mia nonna (per me un delinquente sarà sempre un mariuolo), un pò così un pò cosà.

    Da qualche anno, dalle Marche e dal Lazio nei quali ero finita, sono tornata in Sardegna. Mi sento come una bambina che impara a parlare e, contrariamente a un tal Soriga che mi dicono essere scrittore, vorrei recuperare quella parte di me che mi appartiene, ma che si innesterà, giocoforza, su una italiana.

    Come me, siamo tanti, tutti sardi, se il sangue non è acqua.

    O facciamo i quarti e gli ottavi come per la nobiltà o, Dio ce ne scampi, altre orrende pagine della nostra storia. Non credo sia il caso.

    Leggerò tutti con attenzione e rispetto, e così spero verso di me. Anche in Italiano. Intanto prendo lezioni, assieme a Manuel. Parto avvantaggiata, cixiri, con Maxia, strexiu e meixina (medicina dalle mie parti) li so già pronunciare.

    Ariosu

    Simona
  • giuseppe mulas
    Un po di buonumore e di atmosfera casteddaia non dispiace mai!Pero' sciucchezzas non si puo' sentire!Se lo dici in giro si potrebbe sentire una voce di sottofondo tipo questa:" la' e' arribbau me-ne-vado,ma de innui 'nde' bessiu custu? Ascu' o skillelle' lixerami' su logu ca pottu is manusu pighendimi' a scraffingiu!!Zacca stradoni!" molto meglio xollorius!
  • @giuseppe mulas
    Hai ragione. Probabilmente "sciucchezzas" l'ho aggiunto io chissà quando tappando una falla nei ricordi di bambino. Ma non essendo quella canzone un testo canonico non ha senso emendare l'errore. Ninuccio di Via Generale Cagna non protesterà.
    Le lingue si mescolano, le acque si inquinano. Nell'acqua totalmente pura non vivono pesci.
  • giuseppe mulas
    @Bruno Tognolini, La sua risposta cosi' seriosa mi costringe a fare una seria analisi riguardo al mio umorismo!Eppure un sacco di gente dice che sono simpatico!Non e' chi mi funti pighendi po cu'?Adesso faccio un salto in cricca e faccio chiarezza!
  • @giuseppe mulas
    No dài Giuseppe, non ti conosco ma non mollarmi anche tu. Io andando via da Cagliari a 25 anni ho perso lo scherzo. I continentali non capivano le mie battute e ho smesso di farle. Son diventato serio, forse a volte un po' serioso, però... Le ultime due frasi che hai scritto mi hanno tirato fuori due risate così belle. Ecco dove erano nascoste. Nella lingua. E del resto le risate, gli scraccagli, dove altro vuoi che stiano? E qui ci fermiamo, chi no cagaus a foras.
  • Nanni Falconi
    @Bruno Tognolini, A me mi chiamano tziu Falconi e mi piace, so intradu in edade e un po' di deferenza non mi guasta l'umore. Se le va bene la chiamerò tziu Tognolini,dato che sa dire cixiri. :)
  • @Nanni Falconi, Tziu Tognolini suona un po' strano, ma anche Tziu Falconi, a pensarci bene. Chissà perché mi fa venire in mente il Falcone Guzzi, grande moto. Anche io sono entrato in età, Tziu Falconi, e la ringrazio. Ci meritiamo rispetto.
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