mar 07 2009

L’Editore, questo sconosciuto

Daniele Pinna @ 12:22

libri_1Scrivendo sul significato di una parola, almeno per chi scrive, è buona cosa ricercarne il senso. Volendo scrivere sulla parola Editore ho quindi evitato di dare per scontato il significato del termine e come un giovane studente ho guardato nel vocabolario.

Ecco cosa ci dice il De Mauro:

e|di||re
s.m., agg.
1a s.m. CO imprenditore, società o ente che pubblica libri, giornali, musicassette, videocassette e sim., o che produce informazione attraverso testate giornalistiche televisive | agg., che svolge attività editoriale: società, libreria editrice (abbr. ed., Ed.)
1b s.m. BU direttore di una pubblicazione periodica
2 s.m. TS edit. ⇒curatore [quadro 30]

Quindi discorso chiuso, è tutto qui. Basta rispettare la definizione ed ecco che sei Editore. No macché al massimo sei editore e la E maiuscola te la scordi, perché quella si guadagna sul campo e non sui dizionari.

Non voglio certo arrogarmi il diritto di definire io cosa sia un Editore, anzi approfitto di questo luogo per creare assieme una definizione, per capire il senso di un termine abusato e per condividerlo.

A mio modesto avviso di operatore del settore è un Editore un imprenditore che a suo rischio, dopo aver operato una scelta di carattere culturale e di mercato, decide di immettere nella filiera del libro, attravero distributori e librai o anche con vendita diretta un’opera per la quale riconoscerà all’Autore i suoi diritti morali ed economici. Per fare ciò si avvale di professionisti, editor, che lavorano sul testo insieme all’autore per un serio lavoro redazionale. A questa figura si aggiungono poi altre figure a seconda dell’organizzazione e della dimensione dell’Editore.

Direte voi: cosa c’è di nuovo in tutto questo?

Tutto e niente. Posto che la mia personale definizione di Editore è senza dubbio contestabile, mi chiedo se sia il caso che chi non fa quanto indicato qui sopra sia definito Editore.

E’ Editore colui che a pagamento dà alle stampe un numero imprecisato di copie di un libro con poco o senza nessun lavoro redazionale e dopo non ha nemmeno un canale distributivo degno di questo nome?

E’ Editore colui che dice di non far pagare la pubblicazione ma chiede all’Autore di acquistare un certo numero di copie?

Dite la vostra.


Condividi questo articolo:

  • Add to favorites
  • email
  • Print
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • MySpace
  • Technorati
  • Wikio IT
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • Twitter
  • del.icio.us
  • Upnews
  • Yahoo! Bookmarks

Post correlati



Tag:
  • Date un'edizione del pendolo a Michela Murgia, lei ne caverà una verità per ogni interrogativo. <3
  • @Alessandro Giammei, Giammei, è inutile che cerchi di fare il portoghese, ti ho visto. Sappi che come non basta la circoncisione per diventare ebrei, così non basta l'aver pubblicato con una casa editrice sarda per farti diventare sardo: nara cixiri anche tu, o abbandona codesto loco immantinente! :P
  • @Michela Murgia, hai ragione, anche se ormai non bastano più manco i ceci (qualche anno fa è uscita una canzone con tre tizie che spiattellavano la pronuncia a ripetizione, e poi c'hanno fatto il jingle del supermag). Un giorno sarà creolizzazione. Per ora mi contento di sottoscrivere il tuo commento sardo - dopo rapida scorsa alla mia edizione del pendolo - e a sottolineare l'orrore di quanto rileva francesca. La vanità è merce.

    / 't§i§jri / !
  • Non pubblico con editori sardi per il momento, più per un concorso di circostanze che per scelta ponderata, quindi parlo solo del mio.
    Prima di uscire con Einaudi ho avuto la fortuna di esordire con una casa editrice piccola, ma serissima come la ISBN. Lì ho capito cosa vuol dire lavorare con un progetto editoriale, e quanto diverso sia dal pubblicare semplicemente quello che si pensa di poter vendere. Gli ho visto rifiutare libri sicuramente vendibili, che però non rientravano nella "mission culturale" che l'editore si era dato. Per contro, gli ho visto pubblicare cose che nessun altro avrebbe avuto il coraggio di mandare sul mercato, e prendersi anche la soddisfazione di vedersi dare ragione dalle vendite. Mi hanno sempre riconosciuto il lavoro, e per questo quando mi arrivano lettere di persone in perfetta buona fede che si sono sentite chiedere soldi per pubblicare, ho solo una risposta: se quello che scrivi è buono, pagheranno te; se non lo è, nessun editore degno di questo nome farebbe la figuraccia di pubblicarti. Tutto qua.
    Il resto lo ha già detto molto meglio di me Umberto Eco nel Pendolo di Foucault, parlando della cosiddetta casa editrice Manuzio. A chi mi chiede consigli sull'editore di cui fidarsi, io consiglio pag.146 dell'edizione Bompiani. Si capiscono tante cose, più che altro su quelli di cui non fidarsi.
  • Francesca Casula
    Marcello scrive: "Gli editori in Sardegna sono pochissimi perché è editore, in Sardegna e nel mondo, chi ha distribuzione, chi rischia in proprio pagando l’autore su cui punta e non facendosi pagare in nessuna forma da lui. E’ editore vero chi sceglie cosa vuole pubblicare in base alla politica editoriale che si è dato, perché dalle scelte che fa dipende la sopravvivenza della sua azienda. Chi ti ha risposto che aspettava i fondi regionali prima di pubblicare i tuoi manoscritti evidentemente non era un editore."
    Omar, valuta anche l'ipotesi che se uno di quegli editori veri di cui alla descrizione sopra non ti pubblica, potrebbe anche avere ragione. Voglio dire: non è che gli editori che non pubblicano il mio libro sono cialtroni, i giornalisti che non lo recensiscono sono venduti, i librai che non lo mettono in vetrina non capiscono niente, i lettori che non lo comprano (e invece comprano certa monnezza tipo...) sono vittime dell'offerta ingombrante dei grandi gruppi che soffocano il mercato... Magari è semplicemente che il mio libro vale poco, e questa è l'unica ipotesi che non avevo preso in considerazione.
    Tutto ciò sia detto non per Omar, che non conosco né punto né poco, ma in generale, per ciascuno di noi.
  • Quando aumentano a dismisura gli aspiranti scrittori e diminuiscono progressivamente i lettori ci vuol poco a capire come fare soldi. Uno si mette a vendere legittimazioni culturali.
    Qui nel lazio abbiamo una sedicente editrice che organizza 'concorsi letterari' per romanzi, sillogi e saggi, il cui premio è 'una proposta editoriale'. Tale proposta risulta essere, alla fine, qualcosa del tipo: "Ti stampo il libro, mi paghi le spese e io ti risarcisco in copie, che quindi in buona percentuale vendi tu".
    In pratica mi attiri con la competizione, mi incoroni d'alloro e poi mi sfili i soldi per stampare roba che tra 5 mesi (si bandiscono, guarda caso, concorsi in continuazione) nessuno ricorderà. Come fai a dire di no ad una 'proposta editoriale' quando te la fa uno che ti ha appena detto 'minchia, sei bravo, sei più bravo degli altri tiè'.
    A questo punto, a parità di spesa, non è meglio stamparsi tutto direttamente in una tipografia che ammette di essere tale?
    Chi chiede soldi per stampare libri e si fa chiamare editore è uno psicotruffatore, un profittatore delle umanissime velleità letterarie altrui.
    Invece che stampare libri intasando il sistema non si potrebbero convertire certe dispensatrici di ISBN in fucine di attestati personalizzati? Risparmio di carta e inchiostro, ti fai dare gli stessi soldi e in cambio offri una pergamena: "sei uno scrittore, complimenti, ora cortesemente apri un blog"
  • Francesca Casula
    @Alessandro Giammei, a parità di spesa, non è meglio stamparsi tutto direttamente in una tipografia che ammette di essere tale?
    Per sovrappiù, Alessandro, in tipografia si spende meno (chiedere preventivi per credere). Però non puoi far finta con gli amici e i parenti che "ti abbiano pubblicato un libro", non hai il nome su un catalogo... Questo si paga.
  • giuseppe mulas
    @Alessandro Giammei,
    Si infatti alla fin fine il succo del discorso e' lo stesso dei book fotografici per aspiranti attori/ici ,modelli/e, veline etc., cambia il settore ma la logica e' la stessa.
    E ora che mi viene in mente non si discosta molto dai siti per ricerca lavoro che anziche' trovarti opportunita' concrete,ti inviano mail promozionali di Master a pagamento,ma per questo argomento ci vorrebbe un post specifico.
    Giocano sulle aspirazioni delle persone,da che mondo e' mondo.
  • Capisco il succo della questione, Daniele, e intravedo la sfumatura un po' amara del tuo discorso.
    Conosco, marginalmente ma per esperienza diretta, qualcosa del mondo "editoriale" sardo (le virgolette sono d'obbligo).
    Mi sono fatto l'idea che gran parte di ciò che viene usualmente accreditato di tale definizione non la meriti. Non in senso morale, ma proprio in senso tecnico. Gli editori veri (quelli che possono riconoscersi nella definizione del dizionario) in Sardegna mi sembrano ben pochi, rispetto al numero di "case editrici" accreditate come tali.
    Sarà un problema di distribuzione sciagurata e incontrollata dei contributi pubblici? Sarà questione di indolenza e di pigrizia imprenditoriale? Non lo so.
    Certo è che le librerie sarde sono intasate di robaccia, e quella di provenienza isolana fa la sua bella parte. So anche che se presento un testo a un "editore", nove volte su dieci mi dice che, sì, gli interessa, ma aspetta i soldi (pubblici) prima di potermi dare una risposta. E so ancora che molto di quello che esce poi in libreria non è passato nemmeno di striscio attraverso il lavoro professionale di un editor.
    Ho sentito dire, a qualcuno che era riuscito a veder stampato un suo testo, una cosa del genere: "E non ho dovuto versare un soldo!". Naturalmente il testo in questione era reperibile in parecchie librerie, come un libro confezionato a regola d'arte (cosa che, sin dalla prima occhiata, un lettore mediamente esperto poteva serenamente negare).
    Qui, secondo me, a parte tutto il resto, entra in gioco anche quella dannata passione per la mediocrità professionale di noi sardi. Per noi è un punto d'onore non fare mai bene, fino in fondo, il nostro lavoro, qualunque esso sia. Perché meravigliarsi che lo stesso valga in campo culturale e, in questo caso specifico, editoriale?
  • @Omar Onnis, scrivesti:
    Qui, secondo me, a parte tutto il resto, entra in gioco anche quella dannata passione per la mediocrità professionale di noi sardi. Per noi è un punto d’onore non fare mai bene, fino in fondo, il nostro lavoro, qualunque esso sia.

    Scusa Omar, sugli editori non ho tanto da dire, se non che a volte ho notato valanghe di libri più o meno validi "acquistati" dai vari enti pubblici per chissà quale fioretto socio-culturale, la roba buona regalata agli amici e quella scadente a scuole e/o biblioteche.
    Sul punto quotato invece mi aspetto un chiarimento poiché normalmente non sei portato a luogocomunare, penso davvero che questa volta hai esagerato con gli effetti speciali :|
  • MARCELLO FOIS
    @Omar Onnis," Qui, secondo me, a parte tutto il resto, entra in gioco anche quella dannata passione per la mediocrità professionale di noi sardi. Per noi è un punto d’onore non fare mai bene, fino in fondo, il nostro lavoro, qualunque esso sia. Perché meravigliarsi che lo stesso valga in campo culturale e, in questo caso specifico, editoriale?"
    Sarebbe un problema sardo e Lombrosiano? Ti secca molto se non mi riconosco in questa passione? Conosco moltissimi sardi che hanno la passione opposta e cioè quella di fare le cose per bene, in tutti i campi, persino in editoria e in campo culturale. Omar quando leggevo i tuoi post sul forum di IRS tiravo un sospiro di sollievo, devo dirti che eri uno dei pochi motivi per cui mi interessava leggere quelle discussioni. Non so se sei in un brutto periodo o qualcuno qua dentro ti sta antipatico o hai qualche conto aperto, ma il punto è: che fine ha fatto quella persona acuta, profonda, intelligente che conoscevo? Senza polemica e col cuore in mano se tu rileggi con senso critico la frase che ho riportato, e che tu hai scritto, non ti viene il sospetto che forse, dico forse, quindi prendi con beneficio di inventario, stai confondendo il privato col pubblico? Il discorso generale che è assolutamente trasversale e sovraregionale, con un discorso privato (mi pare di aver capito che hai avuto esperienze dirette di rifiuto da parte di editori)? Gli editori in Sardegna sono pochissimi perché è editore, in Sardegna e nel mondo, chi ha distribuzione, chi rischia in proprio pagando l'autore su cui punta e non facendosi pagare in nessuna forma da lui. E' editore vero chi sceglie cosa vuole pubblicare in base alla politica editoria le che si è dato, perché dalle scelte che fa dipende la sopravvivenza della sua azienda. Chi ti ha risposto che aspettava i fondi regionali prima di pubblicare i tuoi manoscritti evidentemente non era un editore. Ma questo è un territorio dove è non solo lecito, ma richiesto, raccontare il peccato e il peccatore. :-) (spero di aver capito come si fanno le faccine.
  • @MARCELLO FOIS,
    Marce',
    è proprio destino che non ci capiamo.
    La mia provocazione era ovviamente un'iperbole (se c'è una cosa che non stiamo lesinando da queste parti sono le figure retoriche!). Riprendevo tra l'altro un post che avevo scritto sul mio blog qualche tempo fa e che aveva a suo tempo causato qualche commento perplesso.
    Ti ringrazio per l'attenzione clinica che mi riservi (e dire che lo psichiatra ero io: per referenze, chiedere ad Angelo Morittu!), ma ti assicuro che riesco a separare il mio senso critico dalle mie vicende personali, con una certa naturalezza, sin dall'età di otto anni (tanto tempo fa, dunque).
    Gli esempi che ho fatto non sono autobiografici, se non nella misura in cui si rifanno a scene cui ho assistito di persona. Ma vogliono essere più che altro esemplificazioni di modi di fare e di situazioni che, anche alla luce del post di apertura della discussione, non devono essere poi così rari.
    Sulle difficoltà dell'editoria sarda qualche idea ce l'ho, anche perché ho la malsana abitudine di frequentare le librerie e di avere amici librai. Al di là dei problemi contingenti, il settore è afflitto dal fattore restrittivo strutturale delle dimensioni del mercato.
    Proprio oggi leggevo su Megachip un pezzo alquanto significativo, che non lascia molti dubbi su quale possa essere il bacino d'utenza commerciale del mercato librario, in Italia e anche in Sardegna.
    Investire risorse su un mercato come questo significa veramente essere degli idealisti, specie se non si può contare, come giustamente rilevi tu, su una rete distributiva ampia ed efficiente (che costa parecchio).
    Tuttavia, le riserve nascevano - mi pareva di capire dalle parole di Daniele - dall'estensione arbitraria della qualifica di editore. In Sardegna esistono ufficialmente svariate decine di case editrici. E' un dato che fa a pugni col fattore restrittivo di cui sopra, per di più applicato a 1'600'000 abitanti, di cui forse, esagerando, 5/600'000 possono essere lettori.
    Far passare per un libro edito a regola d'arte un testo che invece è stato stampato a pagamento presso un tipografo, non mi sembra corretto verso il lettore e rischia di inquinare il mercato librario, finendo per far perdere credibilità proprio a quelle piccole ma valorose realtà editoriali che invece fanno onestamente, coerentemente e spesso molto bene il loro mestiere.
  • Francesca Casula
    @Omar Onnis, Togli pure tutti gli aggettivi "sardi" dal tuo commento: la realtà trascende i confini isolani http://scrittoriesordienti.wordpress.com/2008/1...
  • @Francesca Casula,

    Leggendo questo interessante link non mi posso esimere dal notare una cosa.
    Si scrive che le case editrici a pagamento non hanno mai recensioni da veri giornalisti e questo purtroppo non è affatto vero.
  • @Omar Onnis,

    Non mi meraviglio infatti. Voglio comunque precisare una cosa.
    Il ragionamento vale ovviamente per alcune realtà pseudo editoriali sarde ma è valido per tantissime altre realtà nazionali. Ci sono fior di nomi che usano far pagare le pubblicazioni.
    E sia chiaro anche un altro aspetto. Non ho nulla in contrario verso realtà imprenditoriali che offrono un servizio di stampa: si tratta appunto di società che offrono servizi editoriali.
    Non sono Editori, tutto qui.
blog comments powered by Disqus