mar 07 2009

Quesito su una legge ingiusta

Chicco Gallus @ 14:04

integrazioneC’è una cosa di cui mi vergogno, e che vorrei cambiasse. Una legge dello Stato italiano. Quella che dice che si è italiani se si nasce da italiani, ma non dice anche che si è italiani se si nasce in Italia.
Ho controllato, giuridicamente si dice che in Italia vige lo Ius Sanguinis, e non lo Ius Soli. Il diritto di discendenza e non quello della terra.

Da profano, per chiedermi se trovo giusta una legge guardo cosa accade con quella legge. E poi mi figuro che cosa potrà accadere se cambia. Visualizzo uno scenario.
Un tempo, quando l’Italia era solo terra di emigrazione la cittadinanza per discendenza era una specie di garanzia, di risarcimento per chi doveva andar via, e forse anche un modo crudele di non mollare la presa su chi fuggiva, in tempi in cui la forza di una nazione si contava anche con il numero degli abitanti.
Allora lo Ius Soli, qui non aveva tanta importanza. Che non fosse in vigore cambiava poco.
Ma da pochi anni è cambiato tutto. Oggi l’Italia è terra di immigrazione.
Quindi con questa legge un bambino può nascere qui, crescere qui, imparare a parlare qui, andare a scuola qui, crescere, innamorarsi, costruirsi una vita ed una personalità, e non essere italiano.
Con questa legge un bambino può nascere qui e noi, come comunità, non ce ne facciamo carico. Non ne sentiamo la responsabilità, non ci sentiamo, come comunità responsabili nei suoi confronti.
Possiamo espellerlo, dicendogli “torna a casa tua”. Anche se è nato qui. Possiamo dirgli che i paesaggi, l’aria, il clima in cui è cresciuto non sono suoi, non gli appartengono. Possiamo dirgli che è estraneo, straniero, diverso. Possiamo dirgli “non sei uno di noi”.
Eppure nei paesi di immigrazione di solito vige lo Ius Soli. Chi nasce ha la cittadinanza. E non per questo quei paesi perdono la loro identità, anzi.
A me sembra che questa norma della quale come di tutte le norme siamo responsabili, sia crudele, e ingiusta.
Eppure non so di alcuna iniziativa per cambiarla.
Di più, sono convinto che una iniziativa per cambiarla scatenerebbe reazioni molto forti. Dal dileggio all’allarme, alle opposizioni feroci.

Sarà il posto giusto per parlare di questo? Credo di sì. Perché in questo forum, nel dibattito sulla lingua sarda viaggia sottotraccia un chiedersi a che condizioni si è sardi, e chi può dirsi tale. È come se avessimo da interrogarci doppiamente su questo argomento. Pur senza documenti che lo attestino, senza permessi di soggiorno ed espulsioni (non per quel che riguarda la Sardegna almeno, e per fortuna).
Quando è che apparteniamo a una terra, ad una nazione, ad una comunità e quelle a loro volta ci appartengono?

Bolemo scriri de custu pensieru, de custa brigungia, puru in sardu, ma no du sciu fai. Seu nasciu innoi, de unu babbu sardu e una mamma sarda. E no du sciu fai. M’intendu sardu, e italianu, e cittadinu de s’Europa. Seu sardu su propriu? E is pippius chi joganta in piazza Carmine, nasciusu innoi, fillus de cinesus, de senegalesis, chi teninti babbu e mamma de sa Nigeria, o de sa Romania, e che chistionanta su casteddaiu mellu de mei? Puitta deppinti dommandai su permissu, po narai de aressi italianus, sardus, casteddaius?

Scritto, faticosamente e con mille errori, in casteddaio e poi tradotto:
Volevo scrivere di questo pensiero, di questa vergogna, anche in sardo ma non ne sono capace. Sono nato qui, da un padre sardo e una madre sarda. E non lo so fare. Mi sento sardo, italiano, cittadino d’Europa. Sono sardo ugualmente? E i bambini che giocano in Piazza del Carmine, nati qui, figli di cinesi o di senegalesi, o che hanno i genitori venuti dalla nigeria o dalla Romania, e che parlano l’italiano e il cagliaritano meglio di me? Perché devono chiedere il permesso, per dire di essere italiani, sardi, cagliaritani?


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    gregge variopinto, qualche pecora nera si può anche tollerare, ma solo se ha
    bei fianchi e turgide mammelle.
  • Posto che ciò che dice Michela (e diceva anche Angelo) è condivisibile in pieno, ho paura che, dal punto di vista pratico, subentrino dei problemi giuridici e soprattutto politici insormontabili.
    Se tutti gli stati della Terra (o almeno una buona parte di essi) decidessero di rendere vincolante, giuridicamente vincolante (ossia con la previsione di una forma coercitiva o puntitiva, in caso di vioolazione), la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, molti dei problemi relativi alle diverse (ed eterogenee) forme di cittadinanza e di riconoscimento dei diritti civili cadrebbero.
    Oggi come oggi, tuttavia, mi pare impossibile. Checché se ne dica, l'ordinamento giuridico di gran lunga prevalente sul pianeta (ossia la forma-stato, o stato-nazione) è ben lungi dal volersi estinguere, benché minato all'interno e dall'esterno da forze difficilmente controllabili. E un tale sistema inevitabilmente prevede confini e diritti "nazionali" separati (sia pure con alcuni inevitabili adattamenti e armonizzazioni a livello internazionale e/o sovranazionale). Senza la possibilità di concedere la "cittadinanza", che discende da una sovranità giuridica piena e vigente, superiorem non recognoscens, lo stato perderebbe gran parte della propria ragion d'essere. Non mi pare che la maggior parte degli stati attuali sarebbe disposta a cedere, su questo punto.
  • Ciao Michela
    E' vero, è il punto che fa riguardare da capo con grande attenzione a tutto il problema.
    Vediamo.
    C'è un problema con il concetto stesso di cittadinanza.
    Cioè, per il fatto stesso di stabilire chi è cittadino e chi no si crea una discriminazione.
    Suppongo che l'unica soluzione a questo sia la fine del concetto di cittadinanza.
    Ognuno potrebbe dire "sono nato a Olbia, mia mamma è di Buenos Aires e mio babbo è di Shangai, sono cresciuto a Kiev, sono residente a Mogadiscio da due anni" senza che questo sia altro che la descrizione come è arrivato a essere come è. Oggi funziona così se tutte le città citate sono nello stesso Stato. Ad esempio
    "Sono nato a Alghero, mia mamma è di Benevento e mio babbo è di Milano, sono cresciuto a Savona, sono residente a Taranto da due anni".
    Quindi per arrivare a questo bisognerebbe che la un nuovo concentto, non più di cittadinanza, funzionasse più o meno come oggi funziona la residenza all'interno dell'Italia (semplifico, ma spero il ragionamento stia in piedi).
    Cioè una persona la cambia semplicemente comunicandolo.
    Dopodichè ha pieni diritti civili e politici, può abitare lì, paga le tasse lì, vota lì.
    Mi sembra una prospettiva desiderabile, soltanto non immagino praticamente come si potrebbe fare per realizzarla. Forse attraverso l'Onu, o per tappe, per macroblocchi di stati che pian piano si integrano. E suppongo ci possano volere anche dei secoli di sforzi.

    Diciamo che proponendo l'introduzione anche dello Ius Soli mi auguro un risultato molto più limitato, con delle contraddizioni non risolte (penso a chi arrivasse in Italia a un mese di età, o un giorno, o un'ora) ma anche più facile da raggiungere.
    A me pare valga la pena di cercare di ottenerlo.
  • Bisognerebbe sì abbandonare i concetti di cittadini e cittadinanza e la Costituzione dovrebbe parlare di persone
  • MARCELLO FOIS
    @Manuel, E ci pappiamo la Rivoluzione Francese, che tanto era Francese che ci frega a noi? Erano anche mangiapreti. :-)
  • @MARCELLO FOIS,

    Durante la fase giacobina della Rivoluzione francese, l’idea di cittadinanza come virtù collettiva gode della sua massima espansione: essa viene contrapposta ad altre identità alternative (che fondavano l’Ancien Régime come la proprietà, la famiglia, la religione) considerate negativamente ed esaltata fino ad essere diritto potenzialmente estendibile a tutta l’umanità, in un corps politique che è per definizione comunità di uguali.

    Ed è proprio l’appartenenza "orizzontale" ad una comunità a costituire uno degli idealtipi del concetto di cittadinanza che trae le sue origini fin dai tempi remoti della politeia greca.

    Con il superamento della fase rivoluzionaria francese e l’approdo al modello di Stato liberal-democratico dell’Ottocento, questo idealtipo si carica di sfumature diverse, legate all’etnia, alla cultura, alle tradizioni, ai riferimenti al concetto di nazione che tende a pian piano a diventare patria (nazionalismo).

    Attualmente la maggior parte degli stati europei, fra cui l'Italia, adotta lo ius sanguinis, con la rilevante eccezione della Francia, dove vige lo ius soli fin dal 1515.

    Mi rendo conto che quello che chiedo sarebbe un ideale, uno ius soli universale, però sperare è lecito. E non è che perché c'è stata la rivoluzione francese non si possa pensare in meglio per doverle portarle rispetto.
    E' un argomento difficile questo comunque...
  • MARCELLO FOIS
    @Manuel, tentavo solo di ricordare che l'unica strada per essere moderni è quella di avere radici, perché il paradosso di tutta questa impostazione è la visione di un modello nuovo senza il peso specifico del dato di fatto e della storia in atto. Riferirsi al passato millenario (davvero millenario) della Sardegna come "precedente" di un'autonomia perduta e poi non tenere conto che questi 150 di unità d'Italia sono stati equivalenti a qualche millennio e che noi siamo direttamente provenienti da quelle radici, rende palese la differenza che c'è tra passatismo e radici... L'appunto sulla Rivoluzione Francese era una piccola procovocazione in questo senso... :-)
  • @Chicco Gallus, è un parallelo brillante, per quanto mi riguarda. L'idea di cittadinanza umana mi pare più che sufficiente per fondare diritti e doveri.
  • Chicco, ci ho pensato, e credo che andrei a monte della faccenda.

    Mi fa problema il concetto di cittadinanza come discriminante non tanto di una appartenenza, quanto di un'affermazione o negazione di determinati diritti civili. Il cittadino può fare cose che il non cittadino non può fare, e si tratta di cose che confinano spesso con i diritti umani.
    Ricordo che durante la seconda guerra mondiale la prima cosa che il Reich chiedeva agli stati alleati o sotto il suo controllo era di dichiarare gli ebrei apolidi (cioè non cittadini in assoluto) ed espellerli, perché in quel modo chi si sarebbe più curato della loro sorte? I non cittadini sono figli di nessuno.

    Firmare prima una dichiarazione dei diritti umani in cui si stabiliscono pari diritti per tutti, e poi accettare senza colpo ferire il concetto di cittadinanza, che rimette in essere le distinzioni tra persona e persona, conserva ai miei occhi qualcosa di insormontabilmente contraddittorio.
    La cittadinanza non è legata tanto al concetto di terra o di sangue, ma piuttosto all'idea che sia legittimo fare delle differenze nel diritto tra le persone all'interno della stessa area geografica (vedi Milano che cerca di non far andare all'asilo i figli dei migranti, o la Lega che vorrebbe tanto che nemmeno si potessero curare).

    Se dovessi mettere in discussione qualcosa, non sarebbe lo ius soli o lo ius sanguinis, ma questa presunta legittimità.
  • Avevo già scritto un commento all'articolo di Daniele Pinna ma mi sono reso conto che ne stavo facendo una parafrasi. Perciò, al momento, non posso che sottoscrivere i suoi criteri.
  • @Giancarlo Porcu,

    Forse hai sbagliato articolo.
    ;)
  • @Daniele Pinna, Tzess! Evidentemente volevo sottoscrivere anche la bella riflessione di Chicco Gallus (che ringraziamo per l'ospitalità)
  • Ius Sanguinis o Ius Soli, tra i due concetti non saprei dire quale sia il più ingiusto, visto che nessun essere umano decide da chi e dove nasce. Questa tendenza è ricollegabile ad un certo concetto di naturalità che si sta affermando ultimamente.
    Bisognerebbe superare queste vetuste categorie razzistiche e nazionalistiche, la citata questione linguistica per alcuni ha anche una valenza nazionalistica, per altri culturale e umana, sono due cose molto diverse.
    Si dovrebbe arrivare allo Ius Personis (non so se si scrive così), il concetto è chiaro, ognuno dovrebbe poter andare dove vuole senza chiedere il permesso a nessun suo simile e non sentirsi marchiato e legato per forza a chi l'ha generato o al luogo dove è venuto al mondo.
  • @Angelo Morittu,

    Francamente il concetto è tutt'altro che chiaro.
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