mar 08 2009

Indipendenza, unico orizzonte logico per la Sardegna

Angelo Morittu @ 12:00

Bossi agli italiani

Durante l’ultima campagna elettorale per le regionali si è parlato spesso di Sardi, “sardosità”, autonomia, indipendenza, ma i risultati non sono stati molto diversi da quelli delle altre volte: solita gente, soliti intrighi, solite clientele, solite manovre. Il movimento indipendentista cresce, cresce di poco, pochissimo, ma alla fine sta passando il concetto che parlare di indipendenza per la Sardegna non è roba da disadattati e bombaroli ma sta lentamente conquistando la coscienza della gente “normale”.

Personalmente credo sia arrivato il momento di invocare l’indipendenza della Sardegna per necessità se non per legittima difesa della nostra sopravvivenza.
Eviterò di parlare di Sardi in quanto etnia, ma è indubbio che, mentre tutti gli abitanti considerino nel loro inconscio la Sardegna una nazione con tutti gli attributi territoriali, culturali, antropologici e storici, ben pochi sono propensi ad ammettere che il processo di assimilazione nello stato italiano è stato fortuito, inconsapevole e ad oggi in gran parte irrimediabilmente fallito.
Non è questione di nazionalismo, per quanto mi riguarda, non mi interessa quale che sia la nazionalità sul passaporto e tanto meno esaltare l’appartenenza ad un popolo sardo più o meno valoroso coi suoi miti più o meno fasulli.
DemocraticiL’aspetto che dovrebbe essere chiaro a tutti e che mai come in questi tempi la nostra isola è una lontana provincia del sub-impero italiano in decadente implosione, nonostante la continuità territoriale e culturale il gap economico e sociale rispetto ai paesi civili sta diventando sempre più grande. È da sempre che i nostri politici vengono nominati da apparati esterni al territorio, ma anche quando emergono autonomamente non trovano di meglio che trasferirsi in continente e restarci, nessuno ormai si ricorda della Sardegna se non come substrato e retroterra folcloristico della Costa Smeralda.
Ogni persona finora estranea a qualunque ideale sardista e tanto meno indipendentista (tale mi considero), ma mediamente dotata di capacità logiche, capirà che non c’è alcuna speranza, non dico di rinascita ma neppure di sopravvivenza, a rimanere attaccati all’Italia; si obietterà che è anacronistico rendersi indipendenti in un mondo sempre più globalizzato, ma, se riflettiamo un pò, è viceversa l’unico sistema per garantire un futuro ai nostri figli senza obbligarli ad andarsene.
Tra qualche settimana si voterà per le europee, quando mai si è farfugliato di Sardegna in quel palazzo, quanti rappresentati abbiamo mai espresso?
Mi risulta che quando si doveva decidere se attribuire una qualche rappresentate alla Sardegna, gli stessi nostri (dis)onorevoli si sono volpescamente defilati, chissà perché.La famiglia MastellaL’abbiamo capito o no che dopo tangentopoli, e l’ingresso di qualche pervenuto, la classe politica e affaristica italiana si è blindata nel palazzo e nei gangli vitali dello stato predisponendo tutti quei dispositivi che le permetteranno di governare e saccheggiare risorse senza più alcuna remora, pudore e timore.
Basta sfogliare non dico i giornali ma perlomeno il gossip per sapere che i prossimi leader politici saranno i figli e i figliocci di Berlusconi, Bossi, Rutelli, D’Alema, Cossiga, Craxi, Pisanu e Mastella, la moglie di Mastella, il figlio di Mastella e il cane di Mastella (citaz. D. Sepe).
Non credo sia Di Pietro ad incarnare le speranze di una sinistra ormai dissolta, mentre è ormai perduta la carica iniziale del Partito Democratico nonostante siano finalmente terminate le americanate da cinematografo di Veltroni, per non parlare del partito dei famigli di Berlusconi pubblicamente cementati dal delirio del potere ma pronti ad azzannarsi come lupi nei retrobottega dei palazzi.
Credo che ormai non possiamo più permetterci di aspettare le decisioni prese a 300 km di distanza e con anni luce di ritardo, possiamo e abbiamo l’obbligo di preparare un futuro migliore per i nostri figli, solo noi possiamo farlo, non possiamo più delegare alla solita classe politica che pensa solo al proprio mantenimento.

L’unico orizzonte logico è l’indipendenza, se siamo in grado di pensarla possiamo realizzarla, se rifiutiamo anche solo l’idea subiremo le idee degli altri, i nostri posteri ci giudicheranno.


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  • La questione, lo ripeto ancora una volta, è strutturale.
    Consideriamo le infrastrutture fisiche (strade, ferrovie, porti, aeroporti, ecc.), consideriamo i trasporti (quanto determinanti per un'isola!), le servitù militari, la gestione del patrimonio storico-archeologico-culturale-artistico, consideriamo ancora il controllo della leva fiscale, e persino (argomento spinosissimo che meriterebbe un bel thread di discussione apposito) la faccenduola della sovranità monetaria: in nessuno di questi ambiti strategici e decisivi la Sardegna ha l'ultima parola. A volte, nemmeno la prima. Né la cosa cambierebbe sostanzialmente se anche al governo e in parlamento ci fossero politici sardi tutti d'un pezzo e dignitosissimi (cosa che palesemente non è).
    Le ragioni di questa distanza tra necessità basilari e loro soddisfazione sono almeno due:
    1) le priorità della Sardegna coincidono solo in minima parte e marginalmente con quelle strategiche e basilari dell'Italia (pensiamo se si deve scegliere su quale infrastruttura investire i pochi denari pubblici a disposizione, tra la Salerno-Reggio Calabria o la Carlo Felice: la risposta, agli occhi di un governo italiano, di qualsiasi colore politico esso sia, non può essere che una);
    2) nel momento in cui esista un interesse nazionale da far valere, sarà l'interesse nazionale italiano ad avere la meglio su qualsiasi pretesa o aspettativa dei sardi (giustamente, del resto, visto che i sardi, come ribadito recentemente, non hano alcuna sovranità loro propria, nell'ambito dell'ordinamento giuridico italiano).
    Al di là di altre considerazioni (che attengono alla sfera della produzione di senso), queste argomentazioni mi sembrano piuttosto concrete e ineludibili. Non le si può ignorare e mi piacerebbe sapere cosa hanno da dire in merito gli esponenti sardi dei partiti politici italiani, specie quelli che occupano ruoli di responsabilità o rappresentanza politica.

    Nel frattempo, noi sui libri di scuola continuiamo a studiare le repubbliche marinare, i Guelfi e i Ghibellini, Venezia, Firenze e Milano, le vicende del papato, la disfida di Barletta, e tutta la pappardella ideologica risorgimentale. E non sappiamo un tubo della civiltà giudicale, del regime di autonomia pattizia dei villaggi sotto sotto la legge feudale in epoca spagnola, dei fermenti culturali settecenteschi, della rivoluzione sarda del 1794-1802, dei moti popolari contro la legge delle chiudende, della Caccia Grossa del 1899 (non al cinghiale, ma al "sardignolo"), della rivolta di Cagliari del 1906, e via enumerando. Come se fossimo davvero una terra senza storia (cosa impossibile e contraddittoria in sé stessa) e non invece una terra che nessuno si è preso la briga di raccontare. Prima di tutto a chi ci abita.
  • Daniele Addis
    Sono perfettamente d'accordo, Fois. Purtroppo peró ho perso ogni speranza di vedere espressioni di dignitá cosí alte come le dimissioni, soprattutto da parte degli esponenti del PDL. Aprendo una piccola parentesi ci sarebbe anche da sottolineare il fatto che, sia prima che dopo la campagna elettorale, gli stessi politici non abbiano smesso una attimo di denigrare le dimissioni da governatore di Renato Soru (uno dei pochi a cui la dignitá non manca, almeno cosí sembra) adducendo ad esse chissá quali secondi fini volti ad evitare chissá cosa. Chiusa parentesi.

    È evidentissimo che in queste ore tacciano e che si stiano scervellando per mettere a punto una strategia utile per pararsi il deretano... Cappellacci oggi è a rapporto da Silvio e Fitto e scommetto che tornerá con ampie rassicurazioni per il rifacimento della strada con tanto di gran sospiro di sollievo da parte dei popolani delle libertá che inizieranno subito a diffondere la lezioncina imparata a memoria.

    Il fatto è che, anche se fossero persone degne e si dimettessero, i soldi per la strada non ci sarebbero comunque. Questo, per come la vedo io, è causato dal circolo intertrasfusionale tra Sardegna e Italia con soldi che vanno e che ritornano, solo che lo decide il governo centrale come devono ritornare. Non le sembra un esempio evidente della fallita autonomia il fatto che tutti i sardi, soprattutto del nord, sentano come prioritario il rifacimento della strada, mentre il governo ha stabilito che, dopo tutto, cosí prioritario non è? Vogliamo poi parlare delle bonifiche dei siti industriali? È stato stabilito che quelle sono a carico nostro, non di chi ci ha imposto gli scarti industriali italiani. Peró effettivamente non è che ci siano stati imposti, siamo noi che li abbiamo accettati... gli industriali hanno guadagnato, le fabbriche hanno chiuso e ci hanno lasciato la sporcizia. Ai sardi cosa ne è venuto? Poco e niente mi pare.
    Peró possono tranquillamente autoassolversi dicendo che l'amata-odiata Italia gli ha messo quelle industrie cattive, mica è colpa loro. Come reagiscono a quel punto? Danno la colpa ad una parte politica piuttosto che ad un'altra e votano per un governo italiano che ritengono piú buono e lungimirante. Quello vince, le cose non cambiano ed alle elezioni dopo votano l'altro e cosí via. Altro soggetto degno di biasimo è rappresentato dai rappresentanti sardi nel parlamento italiano, rei di non fare abbastanza per la nostra isola. E questo non da ora, ma addirittura dalla realizzazione dell'unitá d'Italia. Certo che in piú di cento anni non ce ne è andata bene una! Porca miseria che sfortunella, neanche uno che abbia fatto i nostri interessi! Vabbé, la prossima volta andrá meglio... o cosí o la morte e distruzione causata dall'indipendenza della Sardegna... meglio continuare a vivacchiare piuttosto che morire certamente di stenti suicidandosi assecondando un progetto indipendentista, no?
  • Riprendo il discorso di Marcello Fois, perché ci consente di riflettere su un punto nodale.
    Ipotizziamo di trovarci, nella realtà data, in una situazione ottimale.
    Il governo se ne straciccia delle promesse appena fatte (su cui ha ottenuto un successo elettorale netto); i politici sardi della maggioranza (poiché dalla minoranza è difficile incidere), sia in Italia sia sull'Isola, estendono la propria protesta sino al gesto clamoroso di dimettersi (almeno alcuni, diciamo, per non farla troppo astratta). Ebbene, sarei il primo a compiacermi per la loro dimostrazione di dignità personale e politica, ma il problema concreto rimarrebbe tutto intero e irrisolto. Il governo farebbe quel che preferisce fare, in nome di interessi più vasti e comunque distanti e diversi da quelli della Sardegna.
    Perché, ripeto, la questione è strutturale: in una relazione in cui, per necessità cogente dei fatti, al di là della volontà buona o cattiva di chiunque, esiste un rapporto di forza sbilanciato, non c'è azione o presa di posizione che possa modificare l'ordine delle cose. A meno di non procedere per atti eversivi, i quali però confliggerebbero con quell'ordinamento giuridico entro cui si è stabilito di operare. Cosa che nessun autonomista (lasciamo perdere chi si riconosce apertamente in partiti e/o schieramenti "italiani") potrebbe mai concepire.
    Insomma, da questa parte non c’è soluzione, nemmeno nella migliore delle ipotesi.
    E siccome a noi non bastano i gesti simbolici privi di effetti politici concreti, a me di pretendere da Bruno Murgia, o di un suo omologo a Roma, che si dimetta o che faccia gesti clamorosi (legittimi, per carità) del medesimo stampo, per protesta contro le scelte del suo governo, non interessa affatto.
  • Daniele Addis
    Sará sicuramente un mio limite, Fois, ma trovo difficile seguirla. A me pareva che il problema fosse ben isolato: il rifacimento della strada Sassari-Olbia. Per compiere questa opera la Sardegna aspetta che i soldi le siano forniti dal governo italiano. Lei ha tirato fuori, abbastanza genericamente, la mancanza di dignitá dei politici sardi come causa di tutto ció. I rappresentanti sardi nel parlamento italiano hanno reagito piú o meno tutti a questo mancato finanziamento, quindi, nello specifico, non vedo dove stia la mancanza di dignitá.
    Se vogliamo spostarci su un piano meno terra terra attinente alla generale e percepita mancanza di dignitá di molti politici sardi non posso che concordare con Lei: i politici senza dignitá sono sempre e comunque dannosi.
  • MARCELLO FOIS
    @Daniele Addis, Alcuni di quei politici sardi che protestano per la SS-OL lo fanno in decisamente in malafede perché avevano garantito sul loro onore che almeno le promesse base urlate durante la campagna elettorale, fonti energetiche, quarta corsia, autodetrminazione compiuta (i sardisti sono entrati per quello nel PDL), sarebbero stati mantenuti. Tuttavia, mentre "protestano" cominciano a dire che non sarà certo la Sardegna a segnare un arresto dell'unità del centrodestra italiano e che in fondo quella famosa quarta corsia non è poi così prioritaria... Lo stesso valga per le Centrali Nucleari... Ora il discorso è semplice, nella politica come la vedo io a prescindere dal sistema di riferimento, chi viene sputtanato così palesemente dai fatti si dimette e va a zappare...
  • MARCELLO FOIS
    La dignità del politico non è un benefit discutibile qualunque sia la forma istituzionale in cui opera. Qui non si tratta di difendere a tutti i costi il modello prescelto. E' possibile che non si riesca nemmeno per un attimo a isolare i problemi? Politici senza dignità sono comunque e sempre dannosi. Non si può "prescindere" dalla discriminante che siano dignitosi o meno.
  • Daniele Addis
    Ma cosa possono fare i politici sardi, a prescindere dal fatto che siano dignitosi o meno, se il governo italiano non dá i soldi? Protestere? Hanno protestato piú o meno tutti, compresi i politici sardi all'interno della maggioranza. Abbandonare il partito? Sarebbe un bel gesto di protesta, ma del tutto inutile.
    Attendo lumi su questo, perché sinceramente non vedo cosa avrebbero potuto fare.
  • Daniele Addis
    Postilla
    Se la Sardegna fosse indipendente non sarebbe necessario andare a Roma ad elemosinare a capo chino per il rifacimento di una strada che causa una decina di morti l'anno e svariate di decine di feriti.
  • MARCELLO FOIS
    @Daniele Addis, Per questo basterebbero politici sardi dignitosi.
  • Oliver Perra
    @MARCELLO FOIS, Mi sembra che il problema non e' stato la mancanza di politici sardi dignitosi, ne abbiamo avuto una caterva (potrei citare Mario Melis, lo stesso Soru, ma ce ne sono stati altri prima e ne verranno altri). Il problema secondo me sta proprio nei rapporti istituzionali, la differenza che passa tra essere una regione, con tutto cio' che implica in termini di marginalita' nei rapporti istituzionali di potere, e avere la sovranita'.
  • @MARCELLO FOIS,
    Il problema, Marce', posto così sembra congiunturale: se i politici sardi in Italia fossero bravi, tali problemi non ci sarebbero, o sarebbero attenuati.
    Invece, secondo me, la magagna è strutturale.
    La natura formale e sostanziale dei rapporti tra Sardegna e Italia non può che condurre alla sudditanza.
    Se un politico sardo arriva in parlamento, o addirittura a cariche ministeriali, ciò succede perché c'è stata una selezione dal basso, magari operata alla luce di un cursus honorum pubblico di tutto rispetto, oppure perché è stato selezionato e cooptato dai poteri (partitici, lobbistici, economici) esterni all'Isola? E a quali interessi risponderà un politico così selezionato? Se persino intellettuali sardi universalmente rispettati, come un Guido Melis (tanto per non fare nomi...), arrivano a sostenere la necessità di ampliare o intensificare l'attività del poligono del Salto di Quirra, come sola occasione di sviluppo per una fetta notevole del nostro territorio (la servitù come unico destino possibile!), significa che si è perso ogni sostanziale punto di contatto con una visione strategica, di largo respiro, calibrata sulle necessità e i problemi della Sardegna e non sui disegni del sistema di potere centrale.
    Le dinamiche causate da tale inevitabile e ineliminabile subalternità, anche in regime autonomistico, sono quelle con cui ha dovuto fare i conti (arrendendosi, alla fine) persino un personaggio nient'affatto arrendevole o accondiscendente come Renato Soru. Se pensiamo a chi c'è adesso al governo dell'Isola, è facile intuire quanto poco conteranno le vaghe e debolissime garanzie formali della nostra autonomia regionale di fronte agli appetiti e agli interessi di chi detiene il controllo del potere.
    E quanto conterà la voce di un’isola lontana (se vista dall’Italia) e poco popolosa, non decisiva per nessuna delle dinamiche di conquista delle posizioni di vantaggio a livello statale, priva (per fortuna nostra) di un tessuto criminale organizzato e di peso economico rilevante (oltre che dal peso ricattatorio notevole), facilmente accontentabile con un po’ di successo televisivo di qualche suo nativo più o meno integrato nel sistema?
    Se non ci è chiaro questo, nemmeno dopo i cinque anni di aperta rottura politica rappresentata (in positivo, secondo me) da Soru e dai suoi, quand'è che lo capiremo?
  • Si parla di free-software e io tendo le orecchie.
    Mi piace molto questo accostamento fatto da Bruno Tognolini. Le sorgenti devono essere aperte.
    Purtroppo, le nostre sono state chiuse. Spesso con la nostra complicità, se non direttamente da noi stessi.
    Ma le vene d'acqua non possono essere tenute sepolte per sempre.
    Qualche anno fa, nella mia città, Nuoro, si aprì una voragine in una via nemmeno tanto periferica, una strada trafficata in mezzo a isolati di condomini. L'espansione dell'abitato non aveva potuto risparmiare quella zona, vicina al centro, nonostante si trattasse del vecchio canalone di un piccolo rio che da tempo immemorabile vi scorreva. Ho detto immemorabile, ma la memoria degli uomini è corta. Che laggiù un tempo serpeggiasse per pochi mesi all'anno il piccolo rio Mughina nessuno lo sapeva più. Che là sotto ci fosse una vena acquifera, una delle tante che alimentavano la città, nessuno lo ricordava. Così come nessuno fece caso, al momento di approvare il progetto del nuovo palazzetto dello sport (mai costruito, per altro), che lo si intendeva ubicare in località Sas Benas (ossia, appunto, "le vene" acquifere): un colpo di genio di un ingegnere distratto o ignorante (in più d'un senso), scongiurato dall'intervento di qualche geologo responsabile (perché le competenze e la coscienza civica ci sono, a volerle cercare).
    Perché cito questi episodi insignificanti di insipienza umana? Perché mi sembrano esemplificativi della nostra condizione storica e culturale. Noi ignoriamo le vene che scorrono sotto i nostri piedi, abbiamo dimenticato (lasciamo stare se per nostra colpa esclusiva o perché spinti a farlo da forze superiori) ciò che sapevamo e che abbiamo saputo per tanto tempo, non siamo nemmeno più in grado di leggere il nostro territorio, pure riempito di segnali dai nostri padri, con la loro lingua che è ancora in buona parte la nostra.
    Ma le vene sotterranee non sempre lo rimangono e la storia procede per sovrapposizione di strati, per sedimentazione. Quel che c'è sotto condiziona quel che c'è sopra e può riemergere quando meno lo si aspetta.

    Noi non siamo una frazione isolata e renitente all'assimilazione di un insieme più vasto, di una comunità storica più ampia. Noi siamo, già per conto nostro, una comunità storica (oltre che geografica). Una comunità storica che, nel corso dei secoli, ha prodotto almeno due civiltà e un suo universo di segni, di simboli e di pratiche che la distinguono dalle altre in termini culturali. Questo è un dato di fatto storico, su cui non può esserci obiezione.
    Si potrebbe obiettare sul senso da attribuire oggi a questa constatazione. Ma non lo si può fare ugualmente, perché gran parte del nostro essere nella storia ci è precluso dalla quasi totale ignoranza di noi stessi. Eppure, come le vene d'acqua, anche quelle della memoria - di una memoria che definirei bio-storica, perché incorporata in noi sotto forma di segni, anche fisici o fisiologici (la atrofizzazione di un muscolo facciale, una malattia trasmessa col sangue, ecc.) -, prima o poi tornano in superficie e riaprono una sorgente che si credeva chiusa. E la sorgente è vita.
    Vita significa prima di tutto vita materiale, esistenza al mondo come esseri animati, che hanno necessità fisiologiche e spirituali.
    Chi deve soddisfare le nostre? Prima di tutto noi stessi, direi.
    Siamo oggi in grado di farlo liberamente? Solo in misura molto limitata.
    Vagliare e analizzare le cause storiche di questa limitazione può servirci anche a trovare una possibile soluzione al problema. Senza obnubilamenti ideologici, beninteso.
    Mettere tutto questo in parallelo con istanze politiche con cui non condividiamo nulla (se non forse una o due parole decontestualizzate e private di referente umano concreto, storico), istituendo così un paragone del tutto arbitrario, significa non aver compreso o, più semplicemente, ignorare (in buona fede o in modo colpevole, non so) ciò che sta venendo in superficie in Sardegna in questi anni e che sarà sempre più evidente nei prossimi.

    Ora, la domanda che ci dobbiamo fare, da persone che amano riflettere sulle cose e rendere partecipi gli altri delle proprie riflessioni, è se desideriamo lasciare che questi processi seguano la strada apparentemente segnata del rimbecillimento televisivo, della scarnificazione della carogna fino all'estrema consunzione, o se invece sia possibile diffondere consapevolezza, aprire le menti a un orizzonte diverso e provare a traghettarci, come sardi, in un futuro che sia strutturalmente diverso dal nostro presente e dal nostro passato prossimo. Non in un futuro migliore, perché questo chi può garantirlo? Ma sicuramente un futuro in cui esistano le basi perché la vita dei sardi sia più ricca di possibilità, più piena e più dignitosa.
    Se questa aspirazione significa volersi chiudere al mondo ed essere avvinti in luoghi comuni, presi in derive etno-centriche e in un universo di segni di tipo folkloristico, allora non ci stiamo capendo sul significato elementare delle parole. E non perché usiamo codici linguistici diversi!
  • LA FONTE APERTA

    Concordo con Marcello Fois: la parte di Sardegna che ha votato Cappellacci, anche ai miei occhi la parte peggiore, non può sentirsi indipendentista perché si sente, e brama essere, dipendente. Ma aggiungo: la parte che pare ai miei occhi migliore, quella che sento più viva e creativa, quella su cui posano le mie speranze, non si sente indipendentista perché è indipendente, nell’anima e nella cultura e nel mondo.

    Mi suonano tristi, vetusti e vinti gli accenti separatisti, da qualsiasi parte vengano. Suonano malinconici e introversi i canti navajos, i gridi maori, gli orgogli insanguinati dei Balcani, i colpi di mitra irlandesi proprio in questi giorni; suonano inutile dissipazione di segno e di senso, manierismo, accelerazione d’entropia i nomi in due lingue nei cartelli segnaletici dei luoghi, i testi nei documenti; suonano sinistramente comici i riti dell’ampollina d’acqua sporca padano-celtica di Bossi. Sono fenomeni disomogenei, si dirà, e sto facendo di ogni erba un fascio: ma alle radici di ciascun’erba, in questo fascio, si avverte un sentore comune, una linfa amara, che sa di rinuncia e chiusura, paura e indurirsi dell’anima.
    I sistemi che cercano un rigor, una rigidità non un rigore, una consistenza perché si sentono franare e non hanno imparato a fare surf sulle frane; i sistemi che travolti dal vento globale cercano di ri-consistere a specchio di un nemico oppressore colonizzatore e invasore, di fronte a una minaccia; i sistemi che a tal fine mortificano la forza dei loro stessi giovani prospettandogli un futuro-minaccia, rubandogli il futuro-promessa che noi abbiamo avuto (Galimberti); Oriana Fallaci, e nel mio campo, la letteratura per ragazzi, ahimè la splendida narratrice Silvana De Mari, che vogliono aprirci gli occhi davanti a uno di questi nemici, e predicano invasate da furor profetico la rinuncia al relativismo, il recupero dell’orgoglio culturale e religioso e sociale del nostro occidente, un tono muscolare che ci renda tosti, noi molli e concavi, di fronte al duro e convesso Islam; donne che incitano alla durezza e al sangue, da noi non suona nuovo, vero?
    I sistemi che cercano una consistenza di “natzione” in territori sempre più piccoli, sempre più frammentati, perché pare che un corpo piccolo sia più facile tenerlo insieme, come un zizigorru, nel vento della storia che sta tirando forte, anziché alzare le vele, o ricordare che cando si tenet su bentu est prezisu bentulare. Questo indurirsi a noce nel piccolo per resistere al vento del mondo, questo contrarre bicipiti e addominali per essere piccoli e duri e puri mi spaventa, mi rattrista, nella mia terra, e soprattutto dalla mia terra mi estrania.
    Io non andrò con loro, con nessuno di loro, sardi, leghisti, tirolesi, catalani o baschi.
    Andrò con altri, che per fortuna sono molti, dispersi, smarriti, raminghi e fratelli.
    Sono molti, per fortuna sono i più e sono ovunque, in Sardegna e nel resto dell’immenso mondo. Quando si passano accanto si riconoscono, non si chiedono l’un l’altro cixiri, o altre ardue pronunzie password maori o scozzesi.
    Può darsi che ora siano deboli, questi raminghi, coi muscoli poco tonici, poco tenuti.
    Ma mi conforta ancora, a capo degli anni, ciò che di loro dice lo Stalker, il Pathfinder, il Cercasentieri di Andrej Tarkovskij, che le vie le sapeva vedere.

    “Che diventino deboli come bambini,
    perché la debolezza è potenza, e la forza è niente.
    Quando l’uomo nasce è debole e duttile.
    Quando muore, è forte e rigido.
    Così come l’albero: mentre cresce, è tenero e flessibile,
    quando è duro e secco, muore.
    Rigidità e forza sono compagni della morte.
    Debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza.
    Ciò che si è irrigidito non vincerà”
    STALKER, Andrej Tarkovskij, 1979

    Ciò che è morbido ha futuro, ciò che fluisce e scorre. E arriva inatteso, sorprende.
    Il software, per esempio, la molle industria: chi l’avrebbe detto mai che non era la pietra, la scogliera o il cemento, ma Tiscali, la sorpresa della Sardegna. Gioverà fare un giro nel sito del CRS4, l’avanzatissimo centro di studi sardo per l’Information Society, che sta preparando l’Ubiquitous Computing, l’Ubiquitous Communication, le Interfacce Intelligenti. “La visione globale – è scritto – è quella di un accesso ad internet possibile per tutti, in ogni momento e in ogni luogo, e su ogni tipo di supporto: una vera e propria Internet Pervasiva”. Pervasiva, non contrattiva. Ubiqua, non delimitata da limbe, tradizioni, natzioni.
    La lingua è molle, è software: Linux e Mozilla sono open source, fonte aperta, scrittura condivisa da mille amanuensi sviluppatori di tutte le razze, in mille parti del globo, che scrivono in una lingua digitale sola, la vera Lingua Standard che sta scrivendo il mondo, che non è stata imposta per legge da nessuna parte. Perché è liquida, soft, fonte aperta, e non può essere né imposta né fermata. Questo ha futuro, non i linguaggi proprietari irrigiditi nel rigor mortis vetusto dei brevetti di Windows e Mac.
    La fluidità genetica crea mondo, crea forme evolute e adatte, cioè futuro, così nella biologia come nella cultura. Lo scambio malizioso di stringhe linguistiche geniche, le identità culturali virali che si incistano in altre culture, codificando proteine, cioè generando senso, opere, mondo. Gli africani e gli asiatici e i latinos e gli slavi fra noi, di cui i leghisti e tanti altri difensori delle italiche identità dicono concessivi: stiano pure, ma devono vestirsi come noi, parlare come noi, pisciare come noi, diventare noi. Noi chi? Noi italiani o noi sardi? E invece per fortuna nel silenzio, nel forno buio del pre-culturale, costoro ci stanno cambiando. Ci stanno dando l’occasione per cambiare. E visti i chiari di luna, sarà in meglio
    La cultura sarda è viva perché è molle e fluida in noi, scorre nel sangue come una vena carsica elusiva, invisibile e potente. La stringa virale poetica perfettamente bilanciata, di undici sillabe esatte, cinque di qua, cinque di là e una al centro, che mia zia Nietta da bambino mi cantava in un canto sardo, è migrata come un trattino di RNA messaggero, nel buio della mia formazione, in altre ottave, in altre cellule per codificare altra poesia, che ha generato altri libri. E lì si è persa! Non è mai più riconoscibile, né conservabile in codici o musei, perché si è trasformata, ha generato. Non risponde più Cixiri a nessuno.
    Perché la lingua è il più molle degli organi. Organo d’amore per eccellenza. Fatto solo di muscoli e nervi, cioè volontà ed azione, senza neanche un setto di cartilagine, senza altro supporto.
    L’impresa di trasformarla in tessuto osseo è al tempo stesso demente e disperata.

    Non mi manca, per fortuna, e mi consola la voce dei grandi sardi, padri miei.
    Per dire solo l’ultimo che ho letto, appena ieri, in un libro collettivo di scrittori sardi appena uscito per Fandango Libri (“PASSAGGI DI TEMPO”, libro + DVD): in un breve racconto che altro non è se non un ragionare ventoso, bellissimo e celeste, intitolato (sic!) “Il fantasma della Sardegna”, Salvatore Mannuzzu dice così.

    “Questa polvere impalpabile di res gestae, che rende opache le cose, questo fuggire di esse, restando uguali, è la Sardegna. Non si pensi di trovarne epifanie evidenti; e si diffidi di quelle celebrate. I segni disponibili sono minimi, le indicazioni soltanto oblique.
    (…) Giacché l’identità troppo nominata dell’isola sfuma: si rifugia in un’ombra, in uno stelo cresciuto su una terrazza diroccata (reperto di quale guerra, di quale pace?)…”

    Di quale guerra? Di quale pace? L’impresa di trasformare il muscolo elusivo della lingua in tessuto osseo, come tutte le imprese simili nei secoli, fallirà. Resterà una fonte aperta, una ferita aperta, come dev’essere, che butta sangue libero. Un’open source.
  • @Bruno Tognolini, Bellissimo pezzo, alto, pulito, lirico. Non so nulla e non ho il tempo per occuparmi di baschi, kosovari, catalani, tirolesi etc etc ma conosco perfettamente la cappa di cemento che ci sta colando addosso, cemento non solo metaforico che sta iniziando a "tirare" e che alla fine trasformerà tutto in scoglio. Chi rimarrà sotto la colata verrà inesorabilmente pietrificato, perché biasimare chi decide si sottrarsi all'abbraccio mortale dei pietrificatori delle coscienze?
    L'indipendenza e' prima di tutto un habitus mentale, invero diventa un termine blasfemo in bocca a gente come Bossi & Co, ma è un giusto e perfetto paradigma di internet e di Linux.


    PS
    Tuttavia, caro amico Bruno, accostare Linux, e tutto l'open source, ai problemi linguistici affrontati in altri topic dimostra che la ricerca di uno standard è cosa buona e giusta. Come tutti i linguaggi (open o closed), ha le sue regole e le sue rigide convenzioni, le eventuali modifiche al kernel di linux vengono approvate da un nucleo ristretto di mantainers e previo placet di Linus Torvalds dopo accuratissime verifiche, evidentemente per mantenere vivo e sano tutto l'accrocchio. Questione di policy poiché anche se è vero che tutti a casa loro possono mettere mano al codice, il kernel ufficiale in distribuzione è "lavorato" solo da persone di provata capacità e fiducia.
  • Daniele Addis
    @Bruno Tognolini,
    Ma nemmeno io credo che la frammentazione degli stati in territori sempre piú piccoli sia la soluzione di tutti i problemi, il fatto è che vedo una certa differenza tra un piccolo territorio all'interno di uno stato, separato solo da confini inventati da altri uomini su una carta, ed una grossa isola al centro del Mediterraneo separata da un ampio tratto di mare dall'Italia e pressoché equidistante da Spagna e Francia.
    Vogliamo mettere sullo stesso piano l'isola che non c'è padana con l'isola che c'è e c'è sempre stata Sarda? Fatelo pure, ma mi riesce quanto meno difficile seguirvi.
    Continuo dopo, ora i crucchi vanno a pranzo ed io li seguo ;)
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