mar 11 2009

A chi serve la cultura

Michela Murgia @ 19:01

foto0056(il cartello si trova all’ingresso del mio palazzo)

Mi ha sempre incuriosito il modo in cui la politica si rapporta alla cultura, e ora che la signora Lucia Baire è stata nominata come assessore regionale preposto, la mia curiosità si rinnova. Non è una domanda disinteressata: nel mondo in cui mi piacerebbe vivere, la politica dovrebbe rispettosamente temerla, la cultura. Dovrebbe percepirla come un’autorità morale, una sorta di quarto potere, necessario e indipendente al pari di quello legislativo, esecutivo o giudiziario.

Da un certo punto di vista la cultura è stato davvero un oggetto maneggiato con cautela dalla politica. Tutti i sistemi di potere, anche quelli dittatoriali, hanno cercato di accattivarsi gli intellettuali, quando non di usarli, e restano tutt’oggi ben contenti quando riescono a farsene legittimare. È meno difficile di quel che sembra, perché quello che comunemente si intende per mondo culturale non è affatto un sistema indipendente. A molti operatori per portare avanti i loro progetti servono i soldi di cui la politica dispone, e non a caso la mappa dei finanziamenti sotto tutte le legislature ha ricalcato in gran parte quella delle simpatie politiche, dimostrando, casomai ce ne fosse bisogno, che il potere ha la tendenza a sostenere la cultura non in quanto produttrice di strumenti di democrazia, ma come dècor du regime.

Sul blog del deputato PdL Bruno Murgia durante la campagna elettorale lessi una cosa in merito che mi lasciò a bocca aperta; ve la riporto, perché è rivelatoria di come un certo mondo politico vede la cultura:
A destra [n.d.r. sulla cultura] il percorso da fare è comunque più tortuoso, perché a differenza degli eredi della grande tradizione comunista italiana, si è persa l’idea della cultura come generatrice di consenso democratico. Una peculiarità che era propria della visione di Gramsci, ma anche della visione di Mussolini e Gentile, impegnati da sempre a far passare una dimensione culturale della rivoluzione fascista.

Senza entrare nel merito della fondatezza dell’accostamento storico, la definizione resta preoccupante per tutti coloro che lavorano nella cultura intendendola come generatrice non di consenso (quella è la propaganda), ma di consapevolezza democratica (e quindi anche e soprattutto di dissenso). Una visione strumentale che personalmente mi auguro non sia condivisa dal nuovo assessore, e la domanda gliela porrei volentieri.

Agli operatori culturali a ogni titolo possibile resta un altro quesito, che qui dentro non possiamo permetterci di non fare. Se per molti di noi la possibilità di operare è serva del finanziamento pubblico, cioè in definitiva del potere politico, per quali altre strade può passare il mestiere/servizio del fare cultura che non vuole vendersi, né subire ricatti?


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  • [in risposta al primo pingback di bruno murgia]

    Dichiarazioni vergognose e di uno con il salame sugli occhi che dice a Michela di vedere male e Marcello di far parte di quelli che si autoproclamano intellettuali di turno?

    Basta la frase dove dice che la consapevolezza democratica è una chiave di interpretazione così sinistra e retrò da far dubitare seriamente dell’età di chi l’ha proposta per farmi dubitare seriamente della devianza di chi ha scritto.
  • chicco Gallus
    Omar,
    giuro non è per pibincheria, è solo che è buffo da leggere:
    hai scritto
    "affascinata dalle sirene del sadismo" suppongo al posto di Sardismo.
    Almeno lo spero, visto che la frase successiva è "le cui parole d’ordine, non a caso, sono sempre state “orgoglio e integrazione”… ma senza disturbare troppo"
    Scusa, è solo che i gli errori di battitura a volte diventano molto divertenti.
    Io sto cercando di immaginare il Divin Marchese rinchiuso alla Bastiglia che proclama "Orgoglio e integrazione ma senza disturbare troppo!".

    Fine dell'intermezzo di scemenza e buonumore, scusate.
  • @chicco Gallus,
    Ciumbia, che lapsus! Vedi, alle volte, che scherzi fa la disgrafia da tastiera...
    Certo, la parola giusta è sardismo, anche perché nel nostro caso più che di sadismo parlerei di masochismo. Per la precisione di sardo-masochismo.
    :D
  • Mi rifaccio a quanto sottolineato più sopra da Michela.

    Noto con preoccupazione, ma senza alcuna sorpresa, che moltissime voci largamente presenti nel dibattito pubblico sardo degli ultimi cinque anni, si sono repentinamente ammutolite, dopo le elezioni. E non danno segni di vita.
    Finché c’è stato Soru, l’intellettualità sarda, residente o disterrada, si è data da fare parecchio a sostegno di questa o quella misura, questa o quella iniziativa; o, nei rari casi di ingaggio dalla parte avversa, per contestarne l’opportunità e il merito. Una polarizzazione tutta interna alle logiche di legittimazione nella sfera pubblica politica e culturale “egemonica”, nonché - temo - non estranea nemmeno a logiche di spartizione e di accaparramento di posti al sole e di prebende.
    Ora che Soru ha perso le elezioni e soprattutto è uscito drammaticamente (per lui e per i suoi seguaci) ridimensionato dal punto di vista politico, è come se fosse crollato un idolo cui si era votata la propria fede e non si sappia più a che santo votarsi. Eppure, le questioni aperte negli anni scorsi rimangono sul tappeto e ne emergono di nuove non meno bisognose di una elaborazione intellettuale all’altezza dei tempi.
    Fanno eccezione a questo silenzio coloro che, evidentemente, anche nel passato erano rimasti immuni da qualsiasi forma di ingaggio, di organicità ai centri di potere, di adesione fideistica e/o interessata alle istanze culturali dei centri decisionali istituzionali. Sarà per questo che la partecipazione a Corona de Logu è così ridotta, rispetto agli inviti e persino alle iniziali adesioni?

    Le difficoltà del mondo intellettuale sardo a confrontarsi al proprio interno e con l'esterno, al di là dei circoli ristretti e più o meno confidenziali generati dalla reciproca frequentazione, esistono e sono grandi. Ed emergono prepotentemente se il medium utilizzato è internet, per ragioni insite nella natura del mezzo e nel rapporto problematico che col medesimo ha la maggior parte degli operatori culturali.

    A questo discorso, tuttavia, non sono affatto estranee ragioni più profonde. E qui veniamo alla “seconda gamba” (uso una locuzione di M. Pira) del problema.
    Per chi, da sardo, esercita il proprio pensiero e intende darne conto pubblicamente è difficile orientarsi tra un orizzonte prettamente isolano e uno più ampio, ma dai confini incerti, che troppo spesso finiscono per aderire meccanicamente e passivamente a quelli dell’ambiente culturale italico.
    La legittimazione ufficiale nella sfera dell’elaborazione intellettuale, che alla fine ricomprende principalmente l’ambito accademico e quello dei mass media, è una legittimazione prevalentemente operata all’esterno della Sardegna o comunque attraverso una griglia interpretativa non-sarda.
    Ricordo una puntata di Fahreneit, su Radio3 RAI, in cui il conduttore presentava un romanzo di Mariangela Sedda edito dal Maestrale: desiderando esprimere una considerazione sulla pregnanza dell’essere sardi, così evidente a suo dire per tanti autori contemporanei, non trovò di meglio che attribuirla a una “regionalità particolarmente forte”. Il che evidenziava l’estrema difficoltà a trovare categorie sociologiche, antropologiche e letterarie in cui contestualizzare il fenomeno complessivo della letteratura sarda contemporanea di lingua italiana. E’ solo un esempio di quanto siano insufficienti le categorizzazioni culturali esterne, non dico a spiegare, ma almeno a mettere in ordine i concetti base di una visione d’insieme relativa al mondo culturale isolano.
    Mi riferisco naturalmente non solo agli scrittori, ma anche agli storici, ai giornalisti, ai docenti universitari, ai giuristi, agli esponenti delle professioni, all’intera schiera degli intellettuali non solo “universali” ma anche “specifici” (come li chiamava M. Foucault).
    Ora, questo problema di legittimazione ha diversi risvolti, alcuni dei quali sono veramente paradossali.
    Nel momento in cui si pretende un’attenzione specifica su temi relativi alla Sardegna, ma li si inserisce a forza in una narrazione “altra”, emergono difficoltà retoriche e semantiche che a volte conducono a vere aporie. Ci si auto-confina in una dimensione provinciale, da realtà periferica di un insieme più ampio e significativo, sminuendo l’universalità del messaggio, o della proposta, di cui si è portatori. Si accetta di essere filtrati e riproposti al mondo in funzione di una sfera storico-culturale diversa, nella quale, tuttavia, si ha una certa coscienza (a volte una sub-coscienza latente) di essere piuttosto degli abusivi che degli ospiti ben accetti, e di certo non uno dei soggetti fondanti. Non si trova la forza di rappresentare la propria produzione culturale nel contesto universale come auto-sufficiente, come produttrice di senso e di significati a titolo di soggetto attivo: al massimo, la si rappresenta come una cultura “regionale”, sia pure identitariamente particolare, nell’ambito italiano. La legittimità a parlare, a produrre narrazioni pubbliche, viene conseguentemente ricercata e ottenuta in quel medesimo ambito esterno, non presso la realtà socio-culturale sarda, che si assume di per sé o inesistente o non legittimante/legittimata.
    Così è, in modo palese e imbarazzante, per la storiografia, ad esempio, tipicamente in difficoltà a inserire credibilmente la storia sarda nell’alveo - già di suo problematico - della storia italiana e per questo affascinata dalle sirene del sadismo (le cui parole d’ordine, non a caso, sono sempre state “orgoglio e integrazione”… ma senza disturbare troppo). Il che, mutatis mutandis, vale anche per altre discipline sociali, almeno nella scarsissima misura in cui sono state coltivate in Sardegna. E in gran parte, seppure con frizioni e ambiguità crescenti (specie negli ultimi quindici anni), vale anche in ambito letterario. La storica difficoltà degli scrittori sardi, specie del passato, ad essere benevolmente accolti in Sardegna (penso a Grazia Deledda, o a Giuseppe Dessì, o a Salvatore Satta, tanto per citarne alcuni) ha la sua radice appunto nei criteri di validazione e di accreditamento cui si sono costantemente sottomessi i nostri autori. Una rinuncia, in realtà, benché solitamente intesa e presentata come una forma di apertura all’esterno della gabbia isolana.

    Insomma, di che stupirsi se oggi come oggi il silenzio pervade la scena intellettuale sarda? Finché non ci renderemo conto che la produzione di senso di cui siamo capaci non ha bisogno di alcuna legittimazione, né di alcuna tutela, che arrivi come un deus ex machina dall’alto e dall’esterno, non saremo mai veramente cittadini del mondo a pieno titolo. Rimarremo cittadini di periferia, nel più scalcinato dei paesi del mondo, di quel mondo occidentale, privilegiato e dominante di cui, beninteso, siamo comunque parte.
    Io non credo che la produzione intellettuale, artistica e letteraria della Sardegna sia semplicemente riconducibile a una realtà regionale, tributaria di una più ampia e includente cultura nazionale. Non è così per la nostra storia, non è già così per gran parte della nostra produzione artistica, artigianale e musicale, e sta perdendo senso anche per la nostra produzione letteraria, che, benché per lo più espressa in lingua italiana, mostra tutte le caratteristiche di una letteratura nazionale a sé stante, come tale rivolta al mondo, senza bisogno di validazioni oltremarine per avere senso e significato universali. Questo vale al di là di qualsiasi discorso politico e istituzionale.

    Ma temo che gli intellettuali sardi, troppo abituati evidentemente a guardare al Palazzo, non se ne stiano rendendo conto e siano rimasti ammaliati da un incantesimo che li condanna a restare intrappolati un limbo di incompiutezza e debolezza etica, mentre ogni cosa intorno a loro, e prima di tutto nella terra di cui si sentono i portavoce e i migliori rappresentanti, si muove e si evolve.
    Spero di essere smentito.
  • Antonio Maccioni
    Sono d'accordo: in quel caso la riflessione riguarda l'informazione in senso stretto. Nel tuo discorso, però, mi sembra comunque rilevante: quando uno strumento di comunicazione è impegnato (in qualunque modo lo faccia, fosse anche in modo subdolo) nella generazione del consenso, appunto, la stessa cultura che dovrebbe "mediare" verrebbe sottoposta a un discernimento preciso e compromettente. Mi interessava evidenziare la polarizzazione della situazione attuale: le varie proposte di legge fioccate nei giorni scorsi non sono altro che un tentativo di "allineamento" tra vecchi e nuovi media. Perché un allineamento verrà raggiunto di sicuro: è ancora da vedere, però, "chi" allineerà "chi". Con la lettera dell'autore che citi il salmo finiva in gloria! :-) Non riportavo comunque il pensiero di un autore (del "Rondoni", diciamo così, come si direbbe del "Leopardi"), ma una pagina davvero profonda e interessante che scuote comunque la modernità della produzione letteraria o del "fare letteratura", nel mondo di oggi. Non ho capito bene a cosa ti riferisci. Se hai colto un attacco alle "agenzie" letterarie in genere (intese non come agenzie letterarie di per sé, ma come "promotrici" di un prodotto letterario in un'economia di mercato), io invece l'ho sempre letta diversamente. Bisognerebbe scrivere cose belle, leggere cose belle e far leggere cose belle: in buona sostanza, se vogliamo, il senso è tutto qui.
  • Caro Antonio, poni alcune questioni che riguardano l'informazione e i suoi mutamenti, anche di efficacia, in rapporto ai nuovi media. Tenendo conto del fatto che il percorso che mi ha portato a pubblicare passava dritto per la vituperata orizzontalità di rete, mi interrogo da un po' sull'influsso che quel meccanismo ha invece sulla produzione di contenuti letterari. Per questo l'elaborazione che hai fatto mi interpella, ma non lo fa di sicuro con gli argomenti di Rondoni. Devo dirti che il tuo interessante salmo purtroppo con lui non finisce in gloria...
  • Antonio Maccioni
    Interessante Michela. E' un problema davvero ben radicato nella storia, anche del pensiero (qualcuno tentava di riepilogare), ed oggi più che mai attuale. Volevo però proporvi un altro punto di vista sulla vicenda (certamente discutibile, e apparentemente riferibile ad altre questioni), richiamando il rapporto vecchi/nuovi media...
  • Marcello caro, traslato non lo sei stato per nulla, e in questi termini condivido ogni virgola della tua lettura.
    Però, quando abbiamo deciso che questo spazio sarebbe potuto esistere, sapevamo che le premesse erano quelle che dici, altrimenti il bisogno di farlo non lo avremmo visto, che almeno tra di noi di parlarci non abbiamo mai avuto paura.
    Io forse, ma solo perché sto in internet da anni in questo modo, ero più preparata ad affrontare il fatto che ci sarebbe stata una difficoltà enorme a smettere di considerare il confronto come minaccia, anche tra quelli che spontaneamente avessero aderito. Una mentalità non cambia aprendo un sito, e che la difficoltà ci sia lo dicono chiaramente anche i numeri di queste prime tre settimane di vita: a fronte di circa 200 email di invito spedite ad personam, sono "appena" 48 i registrati (di propria sponte, quindi non afflitti da quell'analfabetismo informatico che potrebbe giustificare il silenzio) che sono stati abilitati a postare; eppure solo 15 in questo lasso di tempo hanno interagito, gli altri fanno il pesce in barile, e ciascuno avrà sicuramente la sua validissima motivazione, ma tant'è: seus nos e tottu, guarda caso proprio quelli che non avevano timore di dire la loro anche altrove, sul web o meno.

    Ciò nonostante, è corretto l'appunto che fai tu: anche tra di noi in queste tre settimane i modi di intervento sono stati spesso aggressivi, talvolta proprio ostili, anche subdoli in certi casi, comunque rivelatori di una disabitudine di base a considerare l'altro a prescindere da. In questo ci siamo dentro tutti, chi più, chi meno, chi niente affatto; ma dov'è la novità? Non è esattamente quello che ci succede ogni giorno fuori di qui? Me lo hai insegnato tu che per molti funziona così: "la prima risposta è NO, poi si discute".

    Eppure percepisco, in te e anche in alcuni altri, la delusione latente davanti a questi NO, come se vi avesse presi di sorpresa il fatto che in questo posto alla fin fine non salti fuori a carrettate quella buona disposizione d'animo che "fuori" comunque non incontriamo, o siamo cauti a nostra volta nel mostrare. Allora ecco che la domanda torna necessaria: perché? Con tutto quello che abbiamo da fare, e con tutti i rischi che corriamo a mettere nero su bianco posizioni che tu giustamente chiami autolesioniste, perché?

    Non posso rispondere per nessuno, ma per me, al di là della passione erotica per la parola che ho comunque modi meno conflittuali per sfogare, è prezioso che anche negli incespicamenti, negli equivoci e nei piccoli affronti alle nostre posizioni che scrivendo inevitabilmente ci facciamo subire a vicenda, resti comunque la possibilità di dirci qualcosa che merita di essere condivisa, e/o di farcene metafora.
    Avevamo detto che l'unica linea era la buona fede, invece io sono disposta a non dare per scontata nemmeno quella, e a starci dentro comunque, perché ogni resistenza che avverto è un motivo in più per confermarmi che questo posto è (e diventerà sempre più) una urgenza, e non certo per chi ci scrive. Anche lo stare qui è metafora. Non stancarti...
  • MARCELLO FOIS
    @Michela Murgia, Non era una resa, quella parola è proprio assente dal mio vocabolario.
  • MARCELLO FOIS
    Michela, capisco bene quello che dici, ma ho sempre trovato umiliante dover chiarire dei fondamentali che a me sembrano patrimonio indispensabile per pensare di accedere alla categoria di "intellettuale". Sono sempre stato un ingenuo da questo punto di vista e spesso ho pagato di persona la tendenza a presumere negli altri questa forma di impegno etico anche autolesionista. Ma questa per quanto mi riguarda ha sempre rappresentato una discriminante decisiva. Io credo fortemente nella condizione applicativa del proprio patrimonio relazionale. Tu hai una passione questa sì "erotica" per il parlarsi, io per farsi metafora del proprio pensiero. Le due condizioni non si contraddicono, anzi si completano perché come giustamente dici "si avverte il bisogno" anche di dare un nome alle cose. Io e te rappresentiamo su questo argomento due punti di vista che non sono in contrasto, ma investono su due settori diversi: tu quello della forza della parola persuasiva, io su quello dell'esempio persuasivo. Io sono assolutamente affascinato dalla pazienza con cui tu sempre ribadisci valori e azioni che per me dovrebbero essere, specialmente in spazi come questo, dove ognuno decide di entrare liberamente, assolutamente scontati, direi propedeutici. E invece continuo a scontrarmi con gente che ancora deve "parlare alla nuora perché suocera intenda", o che approfitta di ogni appiglio per scalare la propria privatissima montagna. Se non ci riconosciamo in due tre dati di base veramente questo si trasforma in uno spazio di autocoscienza per alcolisti anonimi. E invece io mi aspetto selezione, attenzione, mi aspetto quel salto di qualità che poi è la differenza tra parlare di cultura e fare cultura. Io cerco di spiegare, forse male, che certi deficit nell'analisi dell'attualità cogente, addirittura certo rifiuto di considerare la situazione in atto, sono solo l'espressione di una precisa sindrome da adattamento, e che non ho alcuna intenzione di adattarmi in alcun modo. Non posso certo essere felice, dal mio punto di vista, di passare gran parte del mio tempo a convincere qualcuno che la comunicazione è un valore di per sè, perché attiene al mettersi in gioco e quindi al pericolo di cambiare idea. Mentre si passano le ore a parlare di varianti, piuttosto che di Pop Art, non si è risolto il problema che niente di buono può scaturire da un movimento che è geneticamente rivendicativo e quindi naturalmente, interiormente, inconfessatamente, inferiore. Senza la pratica di sé tutto appare minaccia, e minaccia è la prima parola che mi viene in mente a leggere il 90% dei post di Corona de Logu. Secondo me questo è un discorso preliminare, è il discorso dei discorsi direi. Sono stato troppo traslato?
  • alessandro martometti
    @MARCELLO FOIS, Ciao Marcello (ti do del tu: ricordo che ce lo demmo a Torino anni fa, quando in fiera stappammo insieme una bottiglia di bianco nello stand di Eleuthera. “Salute! Alla libertà!” disse Raffaele, e dal vivo suonava meno retorico che ora, scritto), comprendo e condivido quello che dici.
    Al di là del generico rischio di avvitarci in un gorgo di rimandi e citazioni dotte che ci allontanerebbe, se non altro in termini di tempo, dal mettere mano all’argomento (in questo contesto non mi è parso di leggere interventi fatti “a capocchia”… Sfoggi di cultura fine a se stessi, ecco), la mia preoccupazione principale è quella di mantenere il discorso su di un piano largamente accessibile, evitando che un eccesso di figure celebri scacci alcuni che potrebbero invece intervenire e dire la loro in maniera proficua per la discussione. Discussione che, proprio se e in quanto capace di chiarire e raccordare presupposti etici, analisi e impegni pratici, mi pare urgente fare adesso e in modo quanto più possibile allargato a tutti.
    Nello stile di scrittura, nel proporsi e nell’interagire delle varie persone sul sito io vedo, credo di vedere, più o meno gli stessi atteggiamenti che si hanno in genere quando ci si incontra fisicamente in luoghi reali: ognuno a modo suo, tic e idiosincrasie compresi. E, per quanto mi riguarda, va bene così. Con in più questo, però: dietro alle parole vedo un interesse, una passione forte e condivisa che non è possibile trovare dietro ogni cantonata di strada. E’ abbastanza per mettere le gambe sotto un tavolo metaforico e parlare, parlare senza dimenticare che si vuole giungere a fare. Io per me non sento il bisogno di un fumoir in cui passare un’ora fra pari. Frega un cazzo. Mi occorre uno spazio di confronto per fare le cose nel modo più cosciente possibile.
    Credo che anche il passare da una natura rivendicativa a una qualche forma di indipendenza propositiva passi da qui.
    Peraltro il ribadire i concetti in un contesto come questo serve come il pane: ciò che è scontato per tizio magari non lo è per caio, e in quel caso se il primo lo dice dà al secondo l’occasione per farlo suo. E’ banale ma vero, e si può andare avanti.
    Mi pare che, nello specifico, passato il momento delle strette di mano preliminari, stessimo avviandoci verso la discussione vera e propria, fatta di rimandi etici e agganci al contingente, insieme o disgiunti non saprei né mi pare questione dirimente.

    Quando è stato postato l’articolo ne sono stato felice; quando poi mi è parso che la discussione stentasse a partire ho incominciato a pestare i piedi perché io invece la volevo; poi bene o male è partita e ora sta a noi essere tanto bravi da portarla avanti al meglio pur senza avere, in fatto di relazioni personali, fatto studi appositi.
    “Oppure”, come ebbe a dire Martinazzoli (citazione!) dopo essersi ormai dimesso da tutto “Mi dimetto da uomo!”
  • Marcello, ci sono due piani in questo discorso, e io non solo non riesco a separarli, ma ho anche ritegno a farlo, se non in più tronconi di discussione che scorrano paralleli per praticità.

    Da un lato c'è l'aspetto contingente, e ne stiamo parlando perché tocca direttamente l'attività di molti di noi; dico noi in senso civilmente solidale, perché l'attività principale degli scrittori fortunatamente non dipende dai soldi pubblici, e lo considero benedizione.

    Dall'altro c'è il piano etico, che fonda il contingente, o così voglio sperare. Ma qualcosa mi dice che tutte le derive a cui accenni sorgano perché questo rapporto non è né chiaro, né condiviso, non dico dai politici, ma nemmeno dagli operatori. Diciamo pure da nessuno.
    Per questo pensare che sia prioritario parlare delle "scelte pratiche in ordine ai nuovi assetti politici", dando per scontato che l'etica che fonda (o dovrebbe fondare) queste scelte sia talmente conosciuta da essere tautologica, è una presunzione i cui riscontri contrari letteralmente ci sommergono. Non c'è alcuna riflessione etica comune in corso in Sardegna sulla cultura, e non credo che aprirla qui con quelli che accettano di farlo sia parlare del sesso degli angeli.

    Almeno per quanto mi riguarda, chiarire quali siano le misure delle scelte è propedeutico ai discorsi più operativi, anche se può tranquillamente viaggiare in parallelo. Lo dico perché non credo che sia del tutto vero quello che dici qui:
    La maggior parte delle cose che scrivete su questo argomento, Alberto, Michela, Omar, Bruno ecc. ecc. sono enormemente più chiare, quasi insite direi, in tutto ciò che siete, a tal punto che spianarle in questo esercizio di ordinaria tassonomia non fa altro che farle sembrare più povere o, nel migliore dei casi, tautologiche.

    A costo di sembrarti ingenua, ci sono cose che ho capito di pensare nel momento stesso in cui le scrivevo in risposta a qualcuno, e non perché questo sia una specie di gruppo di autocoscienza, non lo credo neanche lontanamente; piuttosto constato che ci sono elaborazioni personali che non trovano luoghi di confronto di alcun genere su questi temi, e mi piace pensare che questo specifico spazio possa servire anche a quello, se di quello si avverte il bisogno.

    Fermo restando che alcuni questo bisogno potrebbero legittimamente non sentirlo affatto, e - per restare dentro la metafora del sesso - lasciare i preliminari a dopo.
  • MARCELLO FOIS
    C'è persino una cultura della chiarezza , un'etica della trasparenza, un atto di rispetto del finanziamento pubblico che, in quanto pubblico, che andrebbe sottoposto al vaglio di chi lo rende possibile: il contribuente.
    C'è persino una cultura della misura che, in quanto unità metrica, va sempre gestita in rapporto alle persone a cui si rivolge.
    C'è persino una cultura dell'onestà intellettuale che dovrebbe impedire di saturare le possibilità che uno spazio nemmeno tanto ampio offre.
    C'è persino una cultura della discrezione che dovrebbe impedire la concentrazione di molti soldi nelle mani di pochi e favorire l'allargamento delle possibilità in base alle idee e non in base alle relazioni.
    C'è persino una cultura del "segerarsi" (rendersi conto) della propria posizione del mondo, tutte le volte che si rivendica qualcosa senza considerare quanto si è capaci e di quale alternativa si è in grado di proporre.
    C'é persino una cultura del rispetto e del riconoscimento reciproco, che impedisce l'umiliazione di considerare gli altri solo "fortunati" e se stessi solo "incompresi".
    Si può andare avanti, ma il succo è che chi ha una cultura da esprimere, la esprime nella vita, nell'esistere, nel fare.
    C'è una cultura dell'onestà intellettuale che non teme rovesci politici o cambi di giunta.
    Questo credo possa rispondere alla domanda delle domande: il nuovo assetto politico in Sardegna ci richiederà in quanto intellettuali un contributo? Io credo di sì, che lo farà.
    Quanto più la risposta sarà conseguente alla domanda, tanto più si potrà stabilire anche in misura vige, anche in questo straordinario spazio, una cultura dell'adeguarsi.
  • Se ho afferrato bene il messaggio di Marcello, il succo sarebbe questo: va bene fare i "saputi", ma ad un certo punto bisogna ritornare sul concreto (ossia nell'alveo della politica).
    Potrebbe anche essere la via giusta per rientrare pienamente in topic.

    Rimangono tutte le connotazioni e i rimandi sollevati da questo thread. L'elencazione di Michela potrebbe essere un pro memoria per altrettante discussioni in cui suddividere il discorso complessivo.

    In ogni caso, il mio riferimento alla "convergenza" e alle nuove idee che le si legano (e che attengono a diversi ambiti, pure interconnessi, come l'informatica, la linguistica, la critica testuale, le analisi sociologiche, le prospettive politiche, ecc.) voleva essere una suggestione su una nuova possibile strada da percorrere sia nella produzione culturale (in senso ampio), sia nella sua socializzazione e, non ultimo, nei suoi rapporti con il sistema di potere (con qualsiasi sistema di potere).
    Aggiungo solo che, secondo me (ma è quasi una banalità), più sono diffusi, decentrati e condivisi i media e la consapevolezza circa le loro funzioni e le loro potenzialità, meno essi possono diventare strumenti di dominio.
    Non per niente, oggi, il potere preferisce di gran lunga un medium per sua natura autoritario come la TV (Pasolini docet) alla Rete. Come mai infatti non si incentiva adeguatamente la connettività, la diffusione della banda larga e la sua accessibilità, mentre si sbandiera come enorme successo tecnologico quella porcheria del secolo scorso che è il digitale terrestre? Da notare che la Sardegna, ultima per operatività della rete internet (ma non per accessi in proporzione alla copertura infrastrutturale), è stata la cavia per l'impianto del medesimo digitale terrestre in Italia! Solo una coincidenza, naturalmente...

    Per finire, non vedo sinceramente quale sia il problema nell'avere musei e biblioteche (io lavoro in biblioteca!) e contemporaneamente anche festival, manifestazioni itineranti e multimediali, rassegne e convegni vari. In questo ambito non si va per elisione (una cosa esclude l'altra, tipo la boiata che le biblioteche o internet danneggerebbero le vendite dei libri) ma per accumulazione, per reciproco sostegno: più si fa e si diffonde cultura, più lavorano e possono essere a loro volta promotori e diffusori i vari agenti sul territorio (istituzionali e non). Inoltre, moltiplicando l'offerta si comincia a disinnescare quel filtro che il potere (fondamentale erogatore di finanziamenti) per sua natura, anche con le migliori intenzioni, necessariamente impone.
  • Mi viene da chiedere una cosa.
    Usare i fondi pubblici per un evento culturale è peccato, vergogna?
    Il fondo pubblico è denaro pubblico che il politico nella sua funzione di amministratore della cosa pubblica è chiamato a gestire.
    Se io organizzo il Festival X offro alla colletività qualcosa che si suppone la collettività voglia, che sia un Festival della letteratura o del cioccolato.
    In questo senso gli organizzatori devono in qualche modo essere ripagati della loro fatica in base al loro ruolo ed alla loro funzione e nella forma che si ritiene opprtuna (denaro, autopromozione, soddisfazione personale).
    Rimane comunque fermo il principio per cui i soldi servono ed a qualcuno vanno chiesti. Le opzioni sono: fondi pubblici, aziende private in qualità di sponsor, fondi costituiti attraverso donazioni di singoli individui.
    Il problema sta nel considerare i "fondi pubblici" soldi dei "politici".
    Posto comunque che si tratta di soldi di tutti quello che un organizzatore del Festival X si deve chiedere e se quello che lui ha in mente deve o meno pesare sulle tasche di tutti. Sta organizando qualcosa che interessa alla colletività o no?
    Scusate il ragionamento fin troppo basso e pratico.
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