mar 11 2009

A chi serve la cultura

Michela Murgia @ 19:01

foto0056(il cartello si trova all’ingresso del mio palazzo)

Mi ha sempre incuriosito il modo in cui la politica si rapporta alla cultura, e ora che la signora Lucia Baire è stata nominata come assessore regionale preposto, la mia curiosità si rinnova. Non è una domanda disinteressata: nel mondo in cui mi piacerebbe vivere, la politica dovrebbe rispettosamente temerla, la cultura. Dovrebbe percepirla come un’autorità morale, una sorta di quarto potere, necessario e indipendente al pari di quello legislativo, esecutivo o giudiziario.

Da un certo punto di vista la cultura è stato davvero un oggetto maneggiato con cautela dalla politica. Tutti i sistemi di potere, anche quelli dittatoriali, hanno cercato di accattivarsi gli intellettuali, quando non di usarli, e restano tutt’oggi ben contenti quando riescono a farsene legittimare. È meno difficile di quel che sembra, perché quello che comunemente si intende per mondo culturale non è affatto un sistema indipendente. A molti operatori per portare avanti i loro progetti servono i soldi di cui la politica dispone, e non a caso la mappa dei finanziamenti sotto tutte le legislature ha ricalcato in gran parte quella delle simpatie politiche, dimostrando, casomai ce ne fosse bisogno, che il potere ha la tendenza a sostenere la cultura non in quanto produttrice di strumenti di democrazia, ma come dècor du regime.

Sul blog del deputato PdL Bruno Murgia durante la campagna elettorale lessi una cosa in merito che mi lasciò a bocca aperta; ve la riporto, perché è rivelatoria di come un certo mondo politico vede la cultura:
A destra [n.d.r. sulla cultura] il percorso da fare è comunque più tortuoso, perché a differenza degli eredi della grande tradizione comunista italiana, si è persa l’idea della cultura come generatrice di consenso democratico. Una peculiarità che era propria della visione di Gramsci, ma anche della visione di Mussolini e Gentile, impegnati da sempre a far passare una dimensione culturale della rivoluzione fascista.

Senza entrare nel merito della fondatezza dell’accostamento storico, la definizione resta preoccupante per tutti coloro che lavorano nella cultura intendendola come generatrice non di consenso (quella è la propaganda), ma di consapevolezza democratica (e quindi anche e soprattutto di dissenso). Una visione strumentale che personalmente mi auguro non sia condivisa dal nuovo assessore, e la domanda gliela porrei volentieri.

Agli operatori culturali a ogni titolo possibile resta un altro quesito, che qui dentro non possiamo permetterci di non fare. Se per molti di noi la possibilità di operare è serva del finanziamento pubblico, cioè in definitiva del potere politico, per quali altre strade può passare il mestiere/servizio del fare cultura che non vuole vendersi, né subire ricatti?


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  • Massimiliano
    Forse entrambi partite dallo stesso presupposto, ovvero che la cultura sia una cosa ben identificabile e a cui sia imputabile una qualche funzione: nel primo caso, la generazione del consenso, nel secondo un processo di crescita delle virtù democratiche. Non credo valido nessuno dei due: il primo presuppone forse di identificare la cultura con coloro che se ne fanno portavoce, ovvero gli intellettuali. Questi sono un gruppo di persone ben definito che ha una dimensione pubblica, e grazie a questa caratteristica può *generare* (o meglio *spostare*) il consenso. Questo ragionamento forse non coglie bene la funzione della cultura, però ha il merito di arrivare ad una conclusione pragmatica che si dimostra anche veritiera quando si accettano le premesse (*gli intellettuali fanno cultura*, presupposto che per me è assolutamente sbagliato). Nel secondo caso, e qui correggimi se sbaglio, la cultura servirebbe a far *crescere* l'individuo, e questa crescita andrebbe di pari passo con lo sviluppo della consapevolezza democratica. Non condivido questa tesi, banalmente perché a mio avviso si può avere una grande cultura e non avere la minima consapevolezza democratica. Ma forse prima di andare avanti vorrei capire esattamente cosa intendi per *funzione della cultura*.
  • @Massimiliano, In questo contesto ho usato la parola cultura nella più ampia accezione possibile, quella che ci coinvolge tutti, che poi credo sia anche la più corretta: sono operatori di cultura tutti coloro che elaborano contenuti (= visioni della realtà), li selezionano, li veicolano, li promuovono, li diffondono e li difendono con tutti i mezzi personali e collettivi a loro disposizione. Per me il romanziere che scrive una storia "fa cultura" nella stessa misura in cui la fa la bibliotecaria che quel romanzo ti mette in mano quando le chiedi un consiglio; l'attore che sceglie una sceneggiatura e ne scarta un'altra, il custode di una memoria storica che si dà da fare perché sia conosciuta e condivisa, il poeta che si fa voce di una comunità, l'editore che sceglie a quali mondi dare spazio sulla carta, il musicista che genera rabbia o bellezza con il suo strumento, il giornalista che racconta i fatti perché nessuno faccia scelte senza sapere, il blogger che ai suoi 200 lettori offre riflessioni per dire non quello che essi non sapevano, ma forse quello che non sapevano esprimere... tutti gli operatori di cultura rivelano l'uomo all'uomo, se mi si passa la citazione teologica.
    Questo lo fanno a prescindere dai contenuti, e nessuno di noi può dire se il teatro lirico sia più efficace de La Pola, o Paolo Fresu di Marco Carta, in questa invisibile catena degli effetti.

    Tutto questo, preso insieme o franto, offre strumenti per comprendere la realtà e interpretarla, e per organizzare rispetto ad essa il proprio stare, che sia di dissenso, di consenso, o di non senso. Maggiore è la varietà di strumenti che hai, più è definito e consapevole questo processo di collocazione. Questa è per me la cultura, ed ecco perché la politica dovrebbe trattarla con la cura con cui si maneggiano i veleni, perché una persona dotata di questi strumenti è meno manipolabile, se non proprio libera.

    In quest'ottica, dato un regime di risorse scarse come quello in cui siamo noi, la politica può fare tre tipi di scelte:
    1) promuovere progetti o eventi culturali che trasmettono visioni della realtà ad essa favorevoli, o che semplicemente non diano fastidio.
    2) fregarsene tout court dei progetti, e finanziare secondo il principio di dare occupazione al maggior numero di persone, che diventano automaticamente clienti del politico in vista del rinnovo del voto.
    3) riconoscere un valore sociale nella funzione della cultura che ho espresso, e finanziare i progetti nella misura in cui corrispondono a quella funzione, dentro un quadro di regole certe.

    Le tre cose non si escludono a vicenda, certo; ma accettarle come ineluttabili dati di fatto significa anche dare per scontato il rapporto di controllo della politica sulla cultura, realizzato attraverso i flussi di denari. Quello non è discutibile?
  • Massimiliano
    @Michela Murgia, Condivido le premesse, ma sottolineo una cosa, a mio avviso molto importante. Tutto quello che hai scritto essere cultura, e che condivido, ha un carattere estremamente personale. In altre parole, di fronte all'incredibile quantità di esperienze che la vita è in grado di offrire (dalla lettura di Hegel al semplice scambio di commenti in un blog), è difficile stabilire ciò che è davvero cultura, oppure ciò che lo è in misura superiore ad altro. Mi spiego: si potrebbe pensare che tutto è cultura, perchè tutto può servire alla nostra crescita come individui e aiutarci a trovare la nostra particolare identità nella realtà che abbiamo intorno. Purtroppo, il tempo a disposizione, le risorse e i nostri stessi limiti (fisici e intellettuali), ci impongono di selezionare solo alcune delle esperienze che possiamo fare: è difficile dire quali contribuiscano meglio alla nostra crescita culturale.

    Se è difficile per noi, figuriamoci per la politica, che dovrebbe operare la migliore selezione possibile per tutti (o almeno ci dovrebbe provare), semplicemente perchè non possono esserci risorse per tutto. Supponiamo pure che agisca in buona fede, ovvero scartiamo il punto 1), e lasciamo da parte anche il punto 2), che rientra nel primo caso (la promozione della cultura per fini strumentali): rimane il punto 3). Se però è già difficile per un solo individuo selezionare i migliori progetti culturali, o anche semplicemente, i progetti culturali, com'è possibile che ci riesca la politica, anche se animata da buone intenzioni? Io non lo vedo possibile, credo sia un progetto destinato a fallire, e per questo si presti meglio ad essere manipolato. A meno che tu non supponga che ci sia qualcuno in grado di dire *cos'è* la cultura e di convincerne gli altri (e naturalmente che la politica gli affidi il compito di finanziare i progetti culturali): e qui torniamo a quello che ho scritto nel post precedente a proposito degli intellettuali.

    Secondo me, riguardo al rapporto tra politica e cultura, la prima dovrebbe fare un passo indietro e lasciare che sia la società stessa a selezionare. Cerco di spiegare questo concetto: la politica dovrebbe spendere i soldi non finanziando progetti culturali, ma in altri modi, e precisamente due. Primo, dovrebbe creare un ambiente favorevole alla diffusione delle opere culturali, e quindi musei (non mostre), biblioteche (non festival letterari), teatri (non spettacoli); ma anche banda larga, incentivi per le case editrici o per le etichette discografiche *piccole* (prendendo come riferimento, faccio un esempio, il fatturato o il numero di autori pubblicati), accesso più *equo* (quindi aumento della concorrenza) per quanto riguarda televisione e radio, e così via, distribuendo le risorse nella varie strutture/servizi secondo un criterio proporzionale all'attenzione del pubblico. Ho scritto *opere*, ho lasciato fuori le persone, ma spero di aver reso l'idea. Secondo punto, non meno importante del precedente: investire nella scuola e nell'educazione, con l'obiettivo di mettere tutti nelle migliori condizioni per operare una selezione culturale più consapevole (attenzione, non *migliore*, ma *più consapevole*, ovvero maggiormente attenta alle diverse scelte che il panorama culturale può offrire). Vorrei sottolineare come questi due punti siano necessari entrambi, non possono fare a meno l'uno dell'altro. In questo modo, sarebbe molto più difficile *controllare* la cultura, per esempio con la potenza del denaro, anche se è chiaro che un certo peso continuerebbe ad averlo, ma questo credo sia inevitabile. Ti chiedo scusa se sono stato un po' prolisso, ma spero di essermi spiegato!
  • @Massimiliano,
    rimane il punto 3). Se però è già difficile per un solo individuo selezionare i migliori progetti culturali, o anche semplicemente, i progetti culturali, com’è possibile che ci riesca la politica, anche se animata da buone intenzioni?

    Credo che sia possibile fare questo in un quadro di regole serie prestabilite (e condivise, aggiungo) in ordine a determinati obiettivi.
    Io non scarto - da una visione politica, dico - il punto 1 e 2, perché anche la visione strumentale della cultura non implica necessariamente malafede.
    Il politico si chiederà sempre a cosa "gli" serve la cultura, dove "gli" sta per sè stesso come per l'intera isola. Se pensa che la cultura debba essere serva dell'economia, metterà come regola quella che i primi soldi vanno ai progetti che movimentano un indotto monetizzabile (che ne so, Gavoi e Berchidda). Se pensa che la cultura debba agire sul tessuto sociale in maniera mirata, finanzierà di preferenza i teatri che presentano progetti alle scuole, invece di quelli che fanno i cartelloni tarati sui gusti del Rotary club. Se pensa che il folk sia più utile all'isola del rock, continuerà a dare i soldi ai cantanti folk per organizzarsi i concerti, e non sarà un cent ai gruppi emergenti. Se sa distinguere tra un progetto culturale e un evento spettacolo, può decidere che gli interessano solo discorsi di continuità e le cose one shot si impicchino. Posso continuare, ma la chiave sta nei parametri prestabiliti per concedere i finanziamenti, altrimenti ogni volta si va a sentimento, quando non ad amicizia.
  • Massimiliano
    @Michela Murgia, Non credo sia possibile stabilire dei parametri in base a cui un progetto meriterebbe di essere finanziato e un altro no. O meglio, se ne possono considerare tanti, però, a mio avviso, non potrebbero mai avvicinarsi all'obiettivo di selezionare in maniera *giusta* ciò che è meglio per la crescita culturale di un Paese (o dell'Isola). Per dirla tutta, ho sempre pensato che un sistema del genere non porti nulla di buono e sia molto pericoloso, sia perchè si presta facilmente ad essere manipolato, sia perchè costringe chi di mestiere si occupa di cultura a lottare per rientrare nei canoni previsti (parliamo di cultura, come è possibile *misurarla* per stabilire dei criteri di finanziamento?) Preferirei, come ho scritto, che la politica finanzi essenzialmente le strutture e l'educazione, e poi lasci che sia il mercato, ovvero le persone che ne fruiscono, a selezionare naturalmente i progetti. Come ti sembra questa soluzione?
  • @Massimiliano, Non mi sono espressa chiaramente. Quella che ho esposto è la logica che applicherà un politico, sempre e comunque, non la mia. Io mi sto ponendo invece il problema se la cultura debba dare per scontato di sopravvivere con soldi pubblici, o non siano pensabili altre strade per non dipendere dall'illuminazione a intermittenza del principe di turno.
    Se Time in Jazz da domani non avesse più un soldo, cosa fa, smetterà di esistere? Dromos? Gavoi? Seneghe? Asuni? Abbabula? E i teatri? Possibile che non si esca dallo schiaccianoci del "o contributi o morte"?
  • @Massimiliano,
    Primo, dovrebbe creare un ambiente favorevole alla diffusione delle opere culturali, e quindi musei (non mostre), biblioteche (non festival letterari), teatri (non spettacoli);


    I tre esempi che hai citato, Massimiliano, vanno - o meglio tornano - nella direzione di richiudere di nuovo la cultura nei suoi edifici, da cui con quei tre trampolini sta uscendo. Anzi, è uscita.
    Nei Musei, nelle biblioteche e nei Teatri le Opere attendono gli Estimatori che già le conoscono e apprezzano. Pochi e scelti che sanno scegliere. Gli altri non possono scegliere perché non accedono, non raggiungono, quelle opere sono fuori dei loro cammini abituali.
    Come ex teatrante appartengo alla generazione "damsina" che alla fine degli anni settanta ha officiato l'uscita degli Spettacoli dagli Edifici dei Teatri, coi Comediants catalani, amici nostri (una di loro era è una cinesina di Cagliari, Rita Chin Hua!), con la nascente Fura del Baus, con le parate di trampolieri e mangiafuoco del Terzo Teatro, con il Teatro nello Spazio degli Scontri di Giuliano Scabia, mio antico maestro; con altri spettacoli più alti e colti, "dislocati" a loro volta in spazi eterodossi. Non mi pento, di questo, e mi assumo la responsabilità della deviazione d'errore nei decenni, della scoria involutiva ed epigonica attuale di spettacoli con clown e palloncini per shopping mall.
    Infatti dopo vent'anni e trenta - non si perde il vizio - ero nella dispersa compagnia che negli anni '90 favoriva l'apertura delle Bblioteche, che invece che aspettare mute e ferme i pochi utenti affezionati, sempre meno, in Toscana piantavano espositori dalle parrucchiere, a Rimini nei Bagni, in tutta Italia in giro coi Bibliobus. Contribuisco da tre anni, questo sarà il quarto, a costruire (con idee e scritture ma anche con la fatica di braccia), a Cagliari in ottobre, il FESTIVAL TUTTESTORIE di Letteratura per Bambini e Ragazzi, che sta scricchiolando per il troppo afflusso, all'Exmà. Noi creatori di quel Festival, sentendo quegli schicchiolii ci interroghiamo: cosa dobbiamo fare? E' un bene avere tanta gente? Quanta di quella gente viene all'Exmà nel bel sabato di primo ottobre invece che andare alla Città Mercato (a consumare *cultura*, secondo le nostre *sconfinate definizioni* - scusate l'ossimoro)? E questo va bene? Allarga il pubblico dei libri? Promuove cultura?
    La nostra risposta è stata: sì. E proprio secondo la tua definizione, che condivido: quel Festival "fa cultura" perché permette a una gran massa (grande per la città di Cagliari) di genitori e bambini di

    ... operare una selezione culturale più consapevole (attenzione, non *migliore*, ma *più consapevole*, ovvero maggiormente attenta alle diverse scelte che il panorama culturale può offrire)


    Quei bambini, quei ragazzi, quelle famiglie polleggiate nella piazza dell'Exmà sentono i nostri continui richiami ai libri, richiami affidati ad attori, muscici, *star" (Grossman, Yeoshua, Pennac), eventi e mostre; tutti gli sguardi degli eventi convergono sui migliori libri per bambini e ragazzi, lì esposti a centinaia: perché è un festival costruito da scrittori e illustratori e librai.
    Dopo il Festival la libreria Tuttestorie aumenta le vendite e tira il fiato fino a Natale; non si arricchisce (sfido chiunque, oggi, ad arricchirsi vendendo libri), ma non chiude, come tante altre librerie consimili in Italia. Famiglie cagliaritane che non sarebbero mai andate in libreria ci si avventurano. Perché la libreria ha dilagato fuori, la biblioteca ha dilagato fuori, per cercarsi i lettori fra la gente.
    E cercare i lettori, crearli, informare dell'esistenza di buoni libri (e di adulti scriteriati che per diffonderli mettono in piedi un siffatto Barnum), rappresentare tutto questo davanti agli occhi di chi consuma solo TV e sabati pomeriggi alla Città Mercato, è fare cultura?

    Sì.

    In un altro post, un altro giorno, perché questo è già troppo lungo e devo scrivere il mio copione, la discussione su chi ha pagato quei primi tre anni del Festival. Oltre che noi, naturalmente, che paghiamo col dono del tempo e della fatica e delle idee (che per chi fa questo mestiere son denaro), e che in questo Festival son largamente sottopagate. Chi ha pagato (poco) e chi pagherà per questo prossimo quarto anno, ora che l'amministrazione regionale è cambiata...
  • Massimiliano
    @Bruno Tognolini, Ciao Bruno, ti chiedo di scusare il ritardo con cui rispondo. Ho scritto che investire nelle strutture (piuttosto che nelle manifestazioni) deve andare di pari passo con l'impiego di maggiori risorse nell'istruzione: entrambe sono necessarie, perchè servono a raggiungere obiettivi diversi ma complementari. Le strutture servono a creare spazi: sono l'aspetto, diciamo così, *materiale*. L'educazione serve a formare le persone, e questo è l'aspetto *spirituale*. Sottolineo ancora una volta che, nel mio ragionamento, averne una piuttosto che un'altra non porta a nulla. Poi, ben vengano tutte le iniziative (come la vostra) per far avvicinare sempre più persone alla lettura: come però tu stesso fai notare in coda, iniziative come queste, pur avendo un successo di pubblico, non riescono a sopravvivere se non con i finanziamenti della politica. Però forse, prima di andare avanti, devo chiarirti un altro mio pensiero. I buoni lettori, così come le persone capaci di ascoltare musica, o andare a teatro con *consapevolezza*, non lo diventano per caso, e sono scettico sulla capacità di iniziative come la tua di avere successo in questo senso, se non in modo molto ristretto (che comunque è importante e apprezzato, sia chiaro). E' l'istruzione che lo permette: questa è una mia ferma convinzione. Te lo dico perchè l'ho sperimentato su me stesso: ho avuto la fortuna di avere degli ottimi insegnanti, che mi hanno trasmesso l'amore per la letteratura (quello della lettura già l'avevo). E, sinceramente, senza dei riferimenti, senza un percorso, è difficile cogliere e apprezzare qualsiasi forma d'arte, se non ad un livello molto superficiale, che porta ad avere tra le opere più vendute certi libri o certa musica. Finchè non ci sarà un pubblico più maturo e attento, si potranno portare fuori dai teatri e dalle biblioteche tutte le iniziative più meravigliose che potremo pensare, ma avranno sicuramente molto meno pubblico (e meno ricavi) di un concerto dell'ultimo vincitore di Sanremo. Se quelle risorse fossero spese per un'educazione migliore, forse gli editori non aspetterebbero un festival per trainare le vendite fino al termine dell'anno, né i teatri sarebbero costretti a mettere in cartellone gli spettacoli dei comici famosi per attirare pubblico ed evitare di chiudere in passivo il bilancio. E a questo punto, fammi concludere l'utopia, le iniziative culturali sarebbero meno dipendenti dai soldi pubblici e dai capricci della politica.
  • MARCELLO FOIS
    @Massimiliano, Massimiliano i politici hanno fatto le stesse pessime scuole di tutti i noi, quindi i loro capricci per cose assolutamente ininfluenti come i Festival sono davvero inesistenti. Il pericolo non sono loro in questo settore, ma chi si fa pagare per contenitori vuoti, perché la maggior parte di quelli che si improvvisano organizzatori di Festival hanno fatto ottime scuole di economia domestica, per casa loro. E' un gatto che si morde la coda, ma, come sempre, l'unica discriminante è l'onestà intellettuale. Non lasciarti ricattare dalla facile conclusione che festival e concerti escludano scuola e musei. le manifestazioni e le scuole e le istituzioni sono quello che sono. Sono sempre e solo gli uomini che fanno la differenza.
  • Alessandro Martometti
    Est bella sa domanda! Est cussu chi ‘ollia iscì deu pura, e cantu prus ci pentzu prus no nci arrasurtu a acatai un’arraspusta bella po dogna situatzioni. In dexi annus de afaìngiu culturali, parti in Milanu e po su presenti innoi in Sadrìnnia, apu pòtziu cannosci tres situatzionis difarentis, in contu de finantziamentus:
    1 su finantziamentu pùbblicu;
    2 su finantziamentu privau;
    3 su finantziamentu arriciu de centu manus.

    Postu chi est sèmpiri sa persona sa chi fait sa difarèntzia o po beni o po mai, polìticu siat o mancu, provu a listrai is breis de custus modellus po comenti ddus connòsciu deu.
    Is pecas de su primu ddas connosceus totus: sa de depi abarrai aferraus a is lanas de asegus de su polìticu e mancai de ddi depi torrai gràtzia de sa bonamanu; sa de ddi depi permiti chi ti contit in su tallu cosa sua, o bollast o no bollast. E biada ‘e dignidadi. A coa ddu est su fatu de s’arrasurtau: dighì ndi iscabant a issu ci iscàntriant a terra a tia in pari cun issu e paxi e beni. Nada de àtara mannera: un progetu culturali no tenit mai spetu seguru de tenni sighìngiu, tocat a abarrai a su spettu ’e deus. A arriscu de ai tribballau mancai un annu o prus de badas. Su segundu, su finantziamentu privau: srebit un privau chi tèngiat a manu su ‘inai e siat a cuncòdria cun tui a pitzus de su progetu. Custu a bortas meda assegurat libertadi: dd’apu connotu meda in Milanu, una spètzia de mecenatismu sub specie culturalis, ma innoi, bogau de una pariga de fundatzionis chi a coa ponint sa frima insoru a su tribballu allenu, no. Su tertzu est su machinèsimu de sa crica: deu concodru un servitziu e a chi ndi gosat o dd’est costanti mi giait una suma. Est una cosa chi funt isperimentendi imoi in s’editoria indipendenti, intamas de àturu. E a manu de innoi pura ddu est genti chi funt cichendi de sighì un progetu culturali finantziau de is “barrochianus” a totu. Est una cosa interessanti meda, su mai est ca su ‘inai chi girat oi in dì no est meda e sa genti chi tenint cara sa cultura a puntu de dda finantziai a su pròpiu a totu.

    Abisu miu ca su puntu est pròpiu custu: ca a bortas meda parit ca sa cultura siat croxu prus chi no sùciu, decor coment’as nau tui Michela, che-i sa pobidda bella de s’òmini de podèriu: su triatu est che su fumiai sa sigareta tali, su de ligi che-i su de portai s’arralògiu (o su bonetu!) tali e cosa ‘e-i cuddu. Est seguru ca de custu stadu de cosas genti meda ndi pigant vantàgiu. Sa polìtica a-i custa situatzioni dd’est mama e dd’est filla, e a pedì dinai a issa est coment’e chi pongiast a mraxani a castiai a is angionis. Perou sa medàglia de sa cultura tenit una faci e un’imbressi: is mellus initziativas chi apu tentu logu de cannosci e chi ancora arrodeddant ant mòviu totus de su mantessi passu: s’òmini in prupa e ossu. Po ddu incambussai in mesu chi ndi tenit gana, po dd’achitzai a bogai bideas cosa sua a totu fendi cosa chi praxit a issu e a is chi est in pari, po chi si nd’aggropit su càrrigu e a coa ndi ‘oddat sa satisfatzioni, detzidat issu e no ndi ‘ollat prus fai de mancu. Sa cultura furriada a tallora po atziai cultura (postu chi sa cultura siat autonòmia personali e sensu crìticu). In cust’òtica sa lega de su finantziamentu si fùrriat e ponit - logicamenti e po importàntzia - in fatu a sa lega de su chi si ‘oit fai (…e marengus e baiocas tocat a ndi ddus iscrufi innui si ndi podit agatai, e a cantu si ndi poit agatai). A fai s’intelletuali cun su partidu a pabas est una cosa, a atopai genti po fai cosa in pari chene santus in corti est un’àtara, i est giai sèmpiri a pesai fàbbricu pitiu in logu de su mannu. No ddu sciu de àtara genti, po parti mia ndi balit s’impita. Su finantziamentu: ap’a bi deu a chi m’assegurat prus funi longa, o mancai - bisu ‘e procu in logu de muntoni ‘e faa! - funi nudda.
    Paul Goodman naraiat, prus o mancu, ca in contu de ètica dogn’òmini poit tirai sa lìnia sua e detzidi de no dda imperriai mai, e su puntu de innui dda tirat est a isceru suu.


    Bella domanda! Vorrei saperlo anch’io, e più ci penso e meno trovo una risposta univoca. In dieci anni di attività culturale, parte a Milano e ora qui in Sardegna, ho potuto conoscere tre diverse situazioni, riguardo i finanziamenti:
    1 il finanziamento pubblico;
    2 quello privato;
    3 quello che arriva da cento mani;
    Posto che è sempre la persona, nel bene o nel male, a fare la differenza, sia questa un politico o meno, provo a elencare i difetti di questi modelli per come li conosco. Le pecche del primo le conosciamo tutti: il dover stare appresso al politico e magari ringraziarlo dell’offerta di buon cuore; il dover permettere, volenti o nolenti, di essere considerati frutto del suo orto e buonanotte dignità. Poi c’è il fatto del risultato: se cade lui finisci per terra pure tu e tanti saluti… In altri termini: un progetto culturale non ha mai la speranza di una prosecuzione certa: bisogna sperare, con il rischio di avere lavorato per niente magari per un anno o oltre. Finanziamento privato: occorre un privato che abbia a disposizione il denaro e condivida il progetto con te. Questo spesso assicura libertà; ne ho fatto spesso esperienza a Milano: è una sorta di mecenatismo sub specie culturalis, ma qui - a parte qualche fondazione che poi mette la firma sul lavoro altrui – no. Il terzo è il meccanismo della colletta: io organizzo un servizio e chi ne gode o ci tiene mi da una somma. Lo si sta sperimentando ora nell’editoria indipendente, peraltro, e anche da queste parti c’è chi tenta di seguire un progetto culturale finanziato dai “clienti” stessi. E’ una cosa molto interessante: il male è che i soldi che girano oggi sono pochi, come poca è la gente che tiene a cuore la cultura al punto di finanziarla. Pare a me che il punto sia proprio questo: spesso la cultura sembra essere più la buccia che il succo, decor come dici tu, Michela, come la bella moglie dell’uomo di potere, il teatro come fumare le tali sigarette, la lettura come portare il tale orologio (o la tale coppola!) o cose di questo genere. Sicuramente da questo stato di cose si avvantaggiano in molti. La politica è madre e figlia di questa situazione, e chiederle soldi è un po’ come mettere una volpe a guardia degli agnelli. Anche la medaglia della cultura, però, ha un dritto e un rovescio: le migliori iniziative che ho potuto conoscere e che ancora vanno avanti hanno preso le mosse, tutte, dal medesimo punto: la persona in carne e ossa. Per coinvolgerla se ne ha voglia, spronarla a farsi idee sue nel fare cose che piacciono a lui e a chi ha intorno, ne prenda su di se le responsabilità e ne raccolga le soddisfazioni, decida da se e non voglia più farne a meno. La cultura come carrucola per sollevare cultura (posto che la cultura siano autonomia personale e senso critico). In quest’ottica il discorso del finanziamento si capovolge e segue - logicamente e per importanza - quello su ciò che si vuole fare (…e baiocchi e marenghi li si cercherà là dove sarà possibile trovarli e nella misura in cui sarà possibile). Fare l’intellettuale con un partito alle spalle è una cosa, incontrare persone per fare qualcosa senza santi in paradiso è un’altra, quasi sempre si costruisce meno di quanto si intendesse fare. Non so gli altri, per me si vale l’impegno. Per il finanziamento cercherò chi mi garantisce più spazio di manovra, o magari – difficile!- mi lascia libero. Paul Goodman diceva, più o meno, che in fatto di etica ogni uomo può tirare la sua linea e decidere di non oltrepassarla mai: il punto in cui porla, sta a lui deciderlo.
  • Alberto M
    Il titolo è una domanda o una indicazione?

    L'aspetto più preoccupante del problema è che in Italia non abbiamo la 'cultura della cultura', per cui non sappiamo fornire un giusto valore e una giusta importanza alla cultura nella sua interezza (basti pensare al fenomeno dei reality!).

    Dai finanziamenti penso non si scappi, fatta salva qualche rara eccezione. Il succo del discorso credo sia: si può essere finanziati e mantenere una certa autonomia e la propria onestà intellettuale?
  • @Alberto M, Alberto M è un mio alter-ego? O sono io stesso? o io sono lui? mah...
    comunque pone una domanda enorme, ma fortunatamente con la leggerezza necessaria a far procedere il pensiero!
    Ad Aristotele, Platone, Hegel, Kant, Heidegger, Gramsci, Adorno, Foucault, Benjamin, Burroughs, Débord, Pasolini, Sartre, Baumann... e così in tutti i secoli dei secoli, non sono bastate riflessioni, libri e storia per rispondere a sufficienza. Cos'è la cultura e a cosa serve. Chi la utilizza e come...
    Michela, mi conosce bene e sa che è tutta una vita che anch'io mi interrogo e cerco di dare risposte a questo quesito. Che coinvolge interamente l'etica e la consapevolezza politica della propria posizione nel mondo. E' uno sforzo enorme riassumere qui senza banalizzare ed esporre i concetti alla fragilità della loro incompletezza e superficialità.
    Da buon relativista posso solo raccontare empiricamente del percorso personale, porre domande orientative, non dare risposte che avrebbero odore di assoluto.

    secondo me la questione implica un aspetto fondamentale: l'EGO e la sua relazione col mondo - cioè il rapporto dell'artista o di chi fa cultura con il sistema di Controllo Sociale

    le domande sono le stesse che pongo dall'inizio di Corona 'e logu:
    perché si fa?
    dove e come?
    per chi e con che obiettivo?
    come o da cosa si viene ripagati nel fare?

    Trovo che su queste questioni per ora non ci sia una discussione che tocchi l'etica - tranne Martometti, che parte da una giusta opinabilità personale di cui non condivido la soluzione. Come se così si fosse risolta la questione: ognuno sa di sé e faccia come vuole. Cosa deve subentrare? un'imperativo kantiano? un Dio hegeliano? un'organicità gramsciana? la spietatezza del business della transavanguardia o la furba 'innocenza' di Warhol? la rigida consapevolezza ideologica di Débord o l'amarezza ideologica di Sartre o Benjamin? l'anglo-obiettività di Baumann o l'anglo-distacco critico di Wilde e Palazzeschi? o addirittura la funzionalità cieca di D'Annunzio e Marinetti fino alla P2, o quella ciecamente astiosa di Oriana Fallaci (da cui Ferrara e Rondoni) fino alla controriforma di Ratzinger?

    la cultura - a tutti i livelli - è lo stumento funzionale alla pedagogia del sistema di controllo sociale degli individui.
    Al maestro, l'artista, il produttore di cultura in genere, viene affidata la funzione pedagogica in senso esteso.
    Se chi fa cultura è funzionale, viene ripagato dal sistema di controllo sociale con i meccanismi premiali della gloria e del danaro. Se non lo è viene isolato e rimosso.
    Quanto il sistema è veloce e spietato nell'applicazione, altrettanto è lento e spesso 'stupido' nella comprensione di ciò che è funzionale. La complessità gioca qui a favore dell'intelligenza di chi opera. Cioè si può differire ed infilarsi fra le maglie come hackers o TAZ (v. Hakim Bey). Oppure si può 'impersonare teatralmente' il dissenso - ma in maniera rigorosamente inoffensiva - e quindi utile a mostrare la magnanimità del sistema stesso:"tutti sono liberi di parlare". Come in un talk show fra 'amici'.Non per caso proprio agli artisti vengono delegate le funzioni di "rappresentare" libertà in un sistema che libero non è. Ed hanno anche un'altra funzione, oltre quella 'distrattiva' dei circenses: esorcizzare e psicoscaricare la cattiva coscienza di una società malata. Chiedersi come mai la recrudescenza di arte horror, criminal, sexi, porno, mistico-satanista, ecc...?
    Pura psicoanalisi di massa, puro scarico di pulsioni represse in un sistema sociale basato sulla violenza e la sopraffazione. E chi ne è l'operatore, viene ricompensato bene.
    Il potere è come un parvenu che acquista libri per esporli in libreria come i quadri alle pareti, ma senza mai aprirne uno. Spesso le istituzioni 'creano' potere culturale finanziando chi gli sarà 'fedele', ma senza una stategia nè alcuna verifica sulla sostanza. Così sono nati tanti eventi ed istituti che fanno 'cultura'. i nomi? i cognomi? solo se richiesti non in chiave di gossip ad un'altra eventuale puntata, ma non è questo il punto.

    ps
    forse qualcuno si chiederà cos'è una TAZ. La Temporary Autonomous Zone è stata definita da Hakim Bey sul modello di sopravvivenza delle enclavi piratesche. Per esempio, se qui mi firmassi anch'io Alberto M. e poi piano piano tutti si firmassero Alberto M., si creerebbe un nome collettivo il cui unico scopo sarebbe la sostanza della comunicazione eliminando il problema della reperibilità egoica di chi si pronuncia. Avete presente Luther Blisset? Insito nel concetto stesso di TAZ è il saper velocemente scomparire per dislocarsi altrove riapparendo sotto altro nome.
    E' un buon punto di vista per cominciare ad affrontare le questioni della cultura e serve anche a non scusarsi continuamente dell'avere una propria opinione personale imparando a dissolversi in ciò che davvero è necessario. Ovviamente, per non perdere tempo, non consideratela una proposta, solo una spiegazione.
  • @Alberto Masala,
    Ed hanno anche un’altra funzione, oltre quella ‘distrattiva’ dei circenses: esorcizzare e psicoscaricare la cattiva coscienza di una società malata. Chiedersi come mai la recrudescenza di arte horror, criminal, sexi, porno, mistico-satanista, ecc…?


    Alberto carissimo, tutta la tua riflessione è interessante, e mi spalanca abissi di possibilità che ci porterebbero molto lontano (non che abbia paura di andarci). Ma questo punto che riporto incrocia in modo particolare il percorso di elaborazione che sto facendo di recente intorno al porno e al fetish intesi come sistemi simbolici subliminali, come codici criptati. Tutto si è condensato in una discussione interna della redazione della rivista sperimentale Argo, che nel prossimo numero parlerà dell'Italia. Ho espresso insieme ad altri - e la cosa è stata recepita sin dal titolo, che sarà OSCENita - il desiderio di vedere la realtà sociopolitica rappresentata con le chiavi dell'osceno, del porno estremo e di alcuni precisi ambiti del fetish, che considero fedeli incarnazioni dell'estetica del potere (nello specifico, quello capitalista), iperviolenta in ogni sua forma. Penso al bondage , percepito come perversione dalla maggior parte delle persone, incapaci di riconoscere in esso la parodia del cosiddetto patto sociale, la rete di nodi immobilizzanti per eccellenza in cui siamo legati tutti, nessuno escluso. Penso a quella specifica forma del rapporto master-slave che comporta l'oggettificazione della persona, che accetta di farsi ridurre a sedia, tavolo, attaccapanni o candelabro, vertiginoso paradigma della funzionalità sociale a cui siamo ridotti, operatori di cultura compresi. E' un argomento di cui mi piacerebbe moltissimo parlare a parte, privatamente e anche in un post apposito qui, in modo che la riflessione sia condivisa, perché si innesta perfettamente nella visione di cultura che hai espresso tu, quella di "strumento funzionale alla pedagogia del sistema di controllo sociale degli individui".

    Ieri mi hanno fatto, e ho visto che è successo anche a Marcello e ad altri, una domanda assurda per La Nuova Sardegna: cosa ne pensavo del fatto che la Sardegna fosse diventata grande esportatrice di personaggi televisivi, come le veline, o gli amici di Maria. Sai quanto mi piacerebbe sollevare il velo di quel meccanismo osceno(di cui inconsapevolmente fa parte anche chi ha avuto l'idea di fare un pezzo sul giornale su un tema simile) per metterne alla luce i nervi sociali?
    Ci riporterebbe inevitabilmente a noi, a chiederci a quali meccanismi di controllo sociale siamo organici o funzionali.
  • @Michela Murgia, ti rispondevo contemporaneamente senza averti letto...
    la telepatia...
    il discorso sulla sardegna va affrontato a parte... nessuno finora ha studiato a sufficienza i meccanismi culturali e psicologici della colonizzazione - anche se esistono analisi ed intuizioni interessanti e profonde - credo che derivi dalla sindrome della paura di somigliare più all'Africa che all'Europa - ne riparleremo. Tieni per ora questa affermazione: in Italia noi siamo i NEGRI. E comincia a simulare lo sguardo in base a questa analisi.
    l'altro discorso sull'osceno mi interessa molto... anche se va immediatamente ricondotto all'analisi di Benjamin in "l'arte nell'era della sua riproducibilità tecnica" - in particolare al punto in cui parla del fenomeno dell'arte che va "di shock in shock".
  • alessandro martometti
    @Alberto Masala, Ciao Alberto… Mamma mia in che ginepraio ci stiamo cacciando!
    …Allora: vorrei immediatamente restringere il campo del discorso a chi, a qualunque titolo, si occupi di cultura volendolo fare da una posizione totalmente disorganica, al di fuori di qualsivoglia consorteria o conventicola (anche perché questo mi pare il campo individuato dal post di Michela), e credo che questo possa farsi esclusivamente muovendo da considerazioni di tipo etico (sennò per quale altro motivo uno dovrebbe complicarsi la vita, stante il quadro che tu hai così ben tratteggiato?).

    Ora tu dici: cosa deve subentrare all’ognuno sa di se e faccia come vuole? Io non so, posso ben supporre per assurdo che i vari Marinetti o D’Annunzio o Fallaci da te citati, così come – per dire – Papini o Soffici vedessero se stessi come – beati loro - assolutamente non funzionali a un assetto di potere che su di loro intendesse far leva, perché no? In fondo basta assegnare a se stessi un ruolo di guida sociale e politica, vedere se stessi come consigliori del re e a ramengo il resto. Non sapendo io come te, come tutti, definire il termine cultura né il suo campo, non posso nel definire il mio agire (voler agire) che muovere da un personalissimo percorso formativo, politico e valoriale, nel mio caso libertario, pluralistico, relativistico. Questo mi porta a rifiutare la domanda circa il cosa debba subentrare: non lo voglio definire io per gli altri (il mondo è grande, la mia testa meno), né permetto che qualcuno lo decida per me. Nel marasma delle possibili motivazioni e finalità sottostanti al “lavoro culturale” di ognuno preferisco al di là di tutto concentrarmi su chi, nel concreto operare, si muove in sintonia con il mio sentire e, trovato un terreno comune, provare a proporre qualcosa insieme. Qui si pone il problema, ineludibile, del finanziamento e della strumentalizzazione. I soldi costano: c’è da essere vigili e chiedersi ogni volta chi ci stia cooptando, se e quanto si sia disposti a farsi usare e a cedere in termini di indipendenza e integrità morale e intellettuale (che sono poi il contraltare della sincerità e del rispetto dovuti a coloro a cui si offre ciò che si fa).

    Facciamo, Alberto, un nome: un esempio pratico che conosciamo entrambi (e, di passaggio, Michela): quel territorio che sta fra la Trexenta e il Grighine. Da quelle parti da anni si svolge una variegata e vivace attività culturale finanziata con soldi pubblici: dal punto di vista di ciò che spinge a fare c’è dentro di tutto; si può supporre senza pensare male che ciò che motiva il tale amministratore non sia del tutto sovrapponibile a ciò che motiva il ragazzo del luogo o l’operatore culturale, l’artista, l’intellettuale che in quel contesto agiscono. Ma, pur facendola da padrone, sottosotto ma neanche tanto, quel paradigma utilitarista che a qualcuno (a me! A me!) piace poco, si sono create qua e là delle brecce attraverso le quali gettare due manate di grano in mezzo al loglio. E c’è parecchia gente che è andata lì apposta con il suo pugno di chicchi.
    Finchè dura. Poi si evaporerà come per magia, e con qualcuno ci si incontrerà altrove, altrettanto per caso. Su chi est fatu est fatu. Aiò a bidda (ciò che si è fatto si è fatto. Dài, si va a casa).

    Un nostro comune amico magna-càula mi raccontava poco tempo fa di aver fatto proprio in quel territorio il seguente discorso ai ragazzi di un paesino con i quali l’associazione di cui fa parte ha avviato da anni un progetto culturale: “Ragazzi, da questo momento l’associazione si chiama fuori: l’organizzazione e le relative scelte ora sono tutte vostre” “Bene” dicono loro “E quindi la tale cosa che a noi non piace possiamo non farla più. Ma al suo posto che si fa? Tu che dici?” “Io non ne ho idea. Voi dovete deciderlo”. Dice che ha visto il panico sulle loro facce. Panico da libertà, se vogliamo dirla così. Vertigine da agorafobia. Facce inconsapevoli di chi ha appena ricevuto un dono, anche, mi pare.
    Mi ricorda un po’ un aneddoto che avevo letto e che riporta un colloquio tra Nestor Machno e alcuni ferrovieri, nell’Ucraina rivoluzionaria del primo dopoguerra. L’avevano appena liberata insieme dai tedeschi e dall’esercito bianco: “Machno, le ferrovie sono allo sbaraglio, manca il carbone e le vie rotabili sono in condizioni pietose: dobbiamo far viaggiare i treni, per poter campare” “Perché vi rivolgete a me? Io non so nulla di treni: io mi sposto a cavallo”.

    Tutto questo è ancora nel campo della cultura? Sono uscito fuori tema? Spero di no. Penso a Ivan Illich e ai suoi tools of conviviality, strumenti che possono essere adattati da chi li usa in modo che la sua azione sia più autonoma e creativa, e che siano meno controllabili da altri.

    Questo mi pare un irrinunciabile obiettivo della cultura, e gli spazi, qua e là, ora sì ora no, alla Hakim Bey, nelle pieghe, si trovano ancora, per esercitarsi con umiltà nell’apprendimento e nella pratica dell’essere soggetti.
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