mar 24 2009

Quanto ci si può fidare dei giornali in Sardegna?

Michele Fioraso @ 12:26
I giornali affondano

Immagini sparse dagli ultimi mesi. Un giornalista di Videolina  quasi si unisce in diretta al carosello dei festeggiamenti nella sede di Ugo Cappellacci («Cosa vuole dire a Renato Soru, presidente? Cosa gli diciamo, eh?»). Una sua collega – elegantissima, brillante, mai troppo imparziale – atterra in Consiglio regionale grazie al munifico listino del centrodestra.

Un altro collega della stessa tv, grande esperto di calcio, si ritrova – così sembra – capo ufficio stampa della Regione. L’Unione sarda dedica pagine e pagine a Berlusconi e alla sistematica distruzione di Renato Soru durante l’ultima campagna elettorale. Due interviste dell’Unione a Cappellacci subito dopo l’elezione e all’esordio in Consiglio regionale (interviste a Soru nei 5 anni precedenti: zero). La linea ondivaga della Nuova Sardegna prima e durante la campagna elettorale: un po’ di qua, un po’ di là, adesso che è iniziata la legislatura decisamente di qua con modi anche inappropriati (un fondo al vetriolo del notista politico sulla nuova giunta “venduto” come pezzo di cronaca). Il Sardegna che ondeggia a seconda di chi scrive, Altra Voce – il quotidiano on line di Giorgio Melis – ormai incasellato come house organ del leader di Sanluri (anzi, più soriano di Soru stesso).

Forse mischio pere e mele (giornalisti e informazione), ma il problema di fondo rimane: ci si può fidare dei media sardi e di quello che scrivono? Il dilemma non riguarda solo la politica: si pensi al recente caso di cronaca del giovane morto d’infarto nel parcheggio del Sant’Elia presentato con tutti gli stilemi dello scandalo a luci rosse o al dramma dell’Eurallumina messo oggi a pagina 2 e il giorno dopo a pagina 40 dall’Unione. O, andando indietro di un paio d’anni, alla bufala del vecchino ladro nel supermercato inesistente, lanciata dall’Unione e smascherata dal Sardegna.

I giornali sono buoni solo per involgere il pesce o leggere i necrologi? I telegiornali servono ormai solo a vedere i gol del Cagliari? Fare il giornalista ormai è solo un modo come un altro per farsi amici potenti e ambire di essere cooptati nella casta? Insomma, in Sardegna più che nel resto d’Italia, l’informazione – intesa come servizio al lettore e non strumento di difesa e promozione di interessi economici più o meno palesi – è morta?


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  • Mentre in parlamento hanno posto la fiducia sul decreto sicurezza, Freedom-House ha declassato la stampa italiana definendola parzialmente libera
    L'ha potuto constatare anche Francesco d'Onofrio, uno dei tantissimi sardi che si è sentito offeso e indignato dalla pochezza dei nostri politici nella gestione dell'affaire G8 alla Maddalena. Per protestare ha aperto un gruppo su Facebook, ha appeso manifesti e in ultimo ha deciso di pubblicare sui quotidiani sardi una lettera aperta per il Presidente della Regione Autonoma (sic!) della Sardegna.
    Solo La Nuova Sardegna ha accettato la pubblicazione della lettera, mentre l'Unione Sarda e Il Sardegna hanno rifiutato l'inserzione a pagamento.
    Davvero una grande lezione di democrazia e di libertà di espressione.
  • Michele Fioraso
    Mi sento in dovere di intervenire ancora.
    Prima di tutto, ovviamente, la mia ira tenax non voleva colpire tutti i giornalisti (categoria della quale -ahimè- faccio parte).

    C'è un bel gruppo, anche nella vituperata stampa sarda, di cronisti che fanno bene il loro sporco mestiere e che sono una quasi irrinunciabile lettura quotidiana, nonchè fonte di ammirazione e rispetto.

    Nella furia dello scrivere su un tema che mi sta a cuore, come sa chi mi conosce, ho sicuramente generalizzato e messo in risalto esempi negativi di professionalità e di trattamento della notizia. Ma non dimentico gli inglorious bastards.

    Anzi, sottoscrivo ogni riga di quello che ha postato Cristiano più su. Ciò che più mi colma di amarezza è che tanti come Cristiano, certi suoi colleghi della radio, altre nuove leve sparse tra testate grandi e piccole, siano costretti a sbattersi nell'ombra o fare gli schiavi senza prospettive quando - spesso e volentieri - come qualità e quantità del lavoro mangiano la pastasciutta in testa ai colleghi leggermente più anziani. E non parlo dei 50enni col contratto iperbolico, la pancia tonda e l'aspirazione a fare i tromboni editorialisti. Basta prendere quelli che vanno per i 40 e hanno difficoltà a usare il pc, figuriamoci se sono capaci di approfondire e verificare certi spunti con una ricerca su Internet. Si bevono le conferenze stampa, scrivono il loro compitino e via a prendere l'aperitivo.

    Alla fine sono d'accordo con quello che dice Michela. Perchè il problema più grande dell'informazione rimangono gli editori/immobiliaristi/affaristi/lottizzatori/amici degli amici. Forse da noi capiterà più tardi che altrove, ma la crisi finanziaria e la potenza della Rete li seppelliranno. Sta ai giornalisti integri capire quali spazi si apriranno per portare questa professione nobile e importante verso il prossimo scalino della sua evoluzione.
  • Riporto Peter Gomez, puntuale come sempre:

    "Brutti, conformisti, omertosi e per molti versi inutili. Non è un bel periodo quello che stanno vivendo i giornali italiani. Travolti dalla crisi economica, che riduce anche del 40 per cento gli introiti pubblicitari, i quotidiani annaspano e, dopo essere sopravvissuti per anni drogando i dati di vendita e di diffusione, si trovano di fronte a un bivio: o chiudere, o tentare di far passare la nottata espellendo centinaia di giornalisti e riducendo, di molto, i costi.

    La soluzione, insomma, è la solita: la cura da cavallo. Solo che questa volta tagliare le spese e cercare di innovarsi almeno un po' investendo nell'on-line non basta. O meglio, può bastare solo per allungare un'agonia cominciata nel 2000, ben prima dell'esplosione della bolla finanziaria.
    Che fare, allora? Ricominciare dai fondamentali: ricordarsi cioè che un giornale trova dei lettori quando è in grado di raccontare loro (con autorevolezza) qualcosa che non sanno. Solo così ci saranno persone disposte a comprarlo.

    Se devo pagare per avere delle informazioni (e delle opinioni) è ovvio che pretenda di avere informazioni (e opinioni) diverse da quelle che posso avere gratuitamente dalla tv, dalla free press o dalla rete.

    Nessuno, o quasi, tra gli attempati manager e direttori che siedono ai vertici della maggioranza delle testate italiane sembra però in grado di capirlo. Raccontare cose diverse vuol dire infatti faticare molto, rompere schemi mentali, abitudini consolidate e, soprattutto, andare contro corrente. Vuol dire cioè non rinunciare a raccontare il Potere, un Potere di cui anche molti editori,direttori e giornalisti fanno parte, o dal quale attendono qualcosa.

    Pensate a ciò che sta accadendo in questi mesi. Le aziende editoriali per salvarsi sperano di ottenere degli aiuti dal Governo. A Palazzo Chigi si studiano diverse soluzioni: dalla cassa integrazione, fino agli scivoli per i prepensionamenti pagati non dagli editori, ma dagli enti previdenziali. Non è ancora chiaro che cosa verrà deciso. È chiaro invece che cosa accade nell'informazione: si viaggia sotto traccia, si sta tranquilli, si cerca di non irritare troppo il manovratore.

    Un esempio? Marco Lillo da le colonne de "L'espresso" racconta, dati segreti alla mano, come solo Publitalia riesca a non risentire della crisi della pubblicità. Gli investitori infatti, per tenersi buono Berlusconi, tendono a dirottare sulle sue reti le loro campagne. È una notizia, non vi pare? E lo dovrebbe essere anche per i grandi giornali che la pubblicità non riescono più a trovarla. E invece Lillo scrive e tutti gli altri tacciono. O al massimo registrano e non commentano. Pensano, così, di potersi salvare, poverini. Contano su un occhio di riguardo. E sempre più soli, con sempre meno lettori, corrono veloci e a schiena curva, verso la fine che si meritano. La chiusura."
  • Grazie Cristiano per i dati che riporti, che non conoscevo così nel dettaglio, e che considero impressionanti. D'accordo anche sul fatto che quello dell'informazione è un sistema complesso e non si può ridurre tutto al giornalista. Però se la buttiamo solo sulla qualità dell'editore, tanto vale dire che non si può fare niente, perché è l'anello della catena su cui non sono possibili pressioni.
    Non possiamo scegliere gli editori.
    Non possiamo scegliere i giornalisti.
    Ma in Sardegna il guaio è che non possiamo nemmeno scegliere i giornali, perché in tutto il sud esiste solo l'Unione, con un network sinergico che fa impallidire la tela di un ragno. Al nord La Nuova vende di più solo perché il target delle notizie è territoriale. Di fatto la Sardegna può leggere un solo giornale, e che sia l'uno o l'altro non fa differenza ai fini della possibilità di scegliere le notizie. Non posso impedire ai pennaioli di Zuncheddu di scrivere le palle più assurde mistificando la realtà, ma se le agenzie di informazione raggiungibili alle stesse condizioni fossero molte, avrei più chances di sentire voci contrapposte. Invece, in regime monopolistico, tutte le considerazioni sullo stato del senso critico della gente sono superflue.
    Niente mi leva dalla testa che a fare la differenza non sarà la nascita di un altro giornale, ma ancora una volta l'uso di internet.

    p.s.
    non ho capito invece cosa intendi, Omar, sulla responsabilità degli intellettuali.
  • @Michela Murgia,
    Intendo dire che, storicamente, gli operatori culturali sardi, gli “acculturati”, coloro che avevano accesso alle professioni, ai ranghi dell'amministrazione, dell'accademia e dei media, sono sempre stati una funzione del sistema di potere del momento. Pur considerando le rare eccezioni, vuoi per estrazione sociale, vuoi per comunanza di interessi, o per dovere di riconoscenza (in caso di outsider cooptati nell'elite), difficilmente la voce degli intellettuali in Sardegna è stata una voce critica degli assetti profondi del potere, cui del resto non è mai sfuggito il controllo dei mass media.
    Ancora oggi è ben difficile trovare sui media mainstream sardi (affetti come detto dalla piaga del monopolio e della concentrazione, oltre che dalla vicinanza con quelli che comunemente si chiamano “poteri forti”) qualcosa che somigli anche solo vagamente a questa stessa discussione. Eppure non è che non siano frequentati da molti esponenti del mondo culturale isolano. Prevale il conformismo, l'ambizione personale. La rigida organizzazione dei ruoli e delle sfere di influenza tra le varie conventicole “che contano” impone l'acquiescenza e la complicità, in cambio della “carriera”. Il referente di quasi tutti gli operatori culturali sardi non sono i sardi stessi, intesi come collettività politica, come comunità portatrice di interessi, diritti, aspettative e necessità (culturali e non), ma sono appunto i conglomerati di potere dai quali dipende il loro successo e la realizzazione delle loro ambizioni.
    A uno sguardo sul lungo periodo questo fenomeno profondo salta agli occhi.
    Naturalmente, questa è una generalizzazione, cui qualche caso singolo inevitabilmente sfugge. Ma si tratta di casi isolati, appunto, che non fanno sistema, o contro-sistema. E che spesso, per esprimersi liberamente, al di là di tali giochi di scambio e di asservimento, devono farlo fuori dall’Isola, perdendo di incisività.
    Può darsi che le cose stiano cambiando anche in questo senso. Ma non cambieranno sul serio finché gli intellettuali più responsabili e meno legati a potentati e comitati d’affari non faranno massa critica e non riusciranno a sfondare il muro della disinformatsia presso l’opinione pubblica.
    Sarà un compito difficile, non lo nego, ma cosa altro rimane da fare?
  • @Omar Onnis, Mentre ti leggevo mi veniva in mente un articolo micidiale scritto da Alberto Capitta per La Nuova Sardegna sul G8 alla Maddalena. Una cosa scomodissima da leggere, credo abbastanza lontana anche dalla linea editoriale del giornale che la ospitava, eppure era lì, per il semplice fatto che non gli mancavano nè l'autorevolezza per dire certe cose né il coraggio, in barba ad ogni opportunità. Non so cosa gliene sia venuto, ma di certo non lo ha reso una penna più popolare.

    Però mi dimostra che chi ha l'autorevolezza e il coraggio di usarla, trova sempre gli spazi per dire le cose. In molti è mancata semplicemente la sana voglia di rompere le scatole sul serio, chiamiamola senso dell'inopportunità, e non c'è stato nemmeno bisogno che giungesse la domanda di non esercitarlo: il profilo basso è la regola in Sardegna, perché non si sa mai. Per questo la cartina di tornasole per distinguere capri e pecore per me non è il conto delle voci che parlano, ma quello delle voci che non senti mai, nemmeno nei circuiti iper protetti delle linee editoriali.
    Meno che mai in posti senza rete come questo, manco a dirlo.
  • @Michela Murgia,
    Appunto.

    L'articolo di Capitta è vero in modo lancinante. E lancinante lo è tanto più in quanto solitario.
    Sarebbe bello sapere se ne siano stati scritti altri, che invece non hanno trovato il medesimo spazio (del tipo: l'errore l'abbiamo fatto una volta, non si ripeterà più). Mi sa che a frugare nelle caselle di posta elettronica di direttori e redazioni varie se ne troverebbero altri.
    Non so, è un sospetto. O un auspicio. Sarebbe il segnale di un grande e vasto movimento di spiriti liberi, frustrato dalla prepotenza dei padroni dell'informazione: io lo troverei un pelino più consolante del silenzio dovuto a disinteresse o a calcolo.
  • Cristiano Bandini
    La riflessione sulla qualità dell'informazione in Sardegna, è per forza - come ovunque - una riflessione sul pluralismo del sistema dell'informazione. E passa per l'analisi degli assetti proprietari ed economici, prima ancora che sulla qualità dei giornalisti. Che in ogni caso va fatta.

    Questo è un discorso difficile, perché il qualunquismo è in agguato e non ammette scivoloni. Il rischio è mortificare tutti i giornalisti bravi, capaci e onesti che ci sono anche in quei grandi giornali che individuiamo come scadenti o peggio in malafede. I giornalisti bravi che ci sono nelle tv, nelle radio. E quelli che rischiano moltissimo perché sono precari pagati davvero miseramente, forse la condizione peggiore per resistere alle pressioni.

    Non ci sono solo loro, è ovvio, e forse non sono neanche la maggioranza. Ci sono anche quelli che certamente pensano che "Fare il giornalista ormai è solo un modo come un altro per farsi amici potenti e ambire di essere cooptati nella casta". E forse una parte di loro (i meno scadenti?, i più fedeli?) riesce a raggiungere lo scopo. Però c'è chi lotta, e chi soffre e chi ci crede, e all'onta di venire sputtanato dalla malafede di quei colleghi, non deve aggiungersi quella di essere dimenticato.

    La qualità dell'informazione, però dipende anche dalla qualità degli editori, e dalla capacità del sistema di essere aperto, di accogliere nuove voci, nuovi editori e nuovi giornalisti. Qualche dato interessante lo trovate qui. É il rapporto realizzato dalla Fondazione Rosselli per il Corerat Sardegna, sul sistema dell'informazione in Sardegna.

    Scoprirete cose interessanti come che L’Unione Sarda raccoglie da sola più pubblicità della somma delle quote di tutte le emittenti radiofoniche e televisive regionali, mentre gli introiti de La Nuova Sardegna superano quelli dell’intero comparto televisivo locale. Decine di milioni di euro. È un dato. Introiti che molto difficilmente vanno a nuove assunzioni, magari basate sul merito. Epolis ha dato una scossa, ma purtroppo non tanto grande da indurre i giganti a cambiare registro, perché i margini di profitto restano enormi. E non cambiano, anche se il proprio prodotto diventa scadente. In un sistema che funziona così la qualità dell'editore fa la differenza.
  • Sarebbe bello leggere un giorno una "storia del giornalismo in Sardegna". Ne emergerebbe un quadretto niente male, ben inserito nella temperie politica e culturale italica degli ultimi centocinquant'anni (ma il giornalismo in Sardegna vanta qualche anno di più) e contemporaneamente alquanto a sé stante, del tutto peculiare.
    Perché, oltre alla tipica natura "padronale" della stampa italica e all'esiguo numero di lettori (causa bassissimi livelli di alfabetizzazione - tuttora in certa misura perduranti - e di scarsissima confidenza con la lingua "nazionale": fenomeni che anche da noi hanno sempre avuto la loro vasta portata), in Sardegna è esistito (esiste?) un risvolto ulteriore, legato alle dinamiche di dominio (economico e culturale) tipicamente prodottesi in Sardegna in epoca contemporanea. Così i giornali sono sempre stati espressione di un'elite cittadina (diciamo pure cagliaritana e sassarese, magari alimentata dalla cooptazione di qualche intellettuale di diversa provenienza isolana) incline all'omologazione con la sfera politica e economica italiana, quando non direttamente da essa dipendente; organi di un doppio apparato egemonico: di classe e coloniale (inutile stare qui a distinguere tra coloniale in senso stretto, para-coloniale, simil-coloniale... distinguo lessicali di comodo, che non velano la reale natura dei rapporti diseguali tra Sardegna e Italia).
    Ora, nel corso del Novecento non è che le cose siano migliorate drasticamente. Nel secondo dopo-guerra c'è stata, è vero, una certa acquisizione di modelli e apparati semantici di tipo "sardista" e/o autonomista, i quali tuttavia (per loro stessa natura) non facevano che confermare la stereotipata visione dei fatti sardi in funzione degli interessi dominanti, e poco più di questo.
    Col passare del tempo, e venendo ai giorni nostri, la concentrazione di interessi si è talmente conglomerata e radicata, che ormai appare davvero arduo rintracciare un organo di informazione giornalisticamente indipendente.
    In una certa misura, per la realtà sarda, IlSardegna è ciò che gli si avvicina di più, ma non mi pare che vi si riscontrino livelli di approfondimento tali da poter colmare i vuoti informativi e vincere la deriva della disinformazione sistemica, tanto meno mi pare sufficiente a smuovere l'opinione pubblica su questo o quel tema fondamentale. Opinione pubblica che comunque in larga parte rimane teledipendente (e lì, ahinoi, anche a livello isolano, parlare di indipendenza fa veramente sorridere amaro).
    Se si considera il bassissimo tasso di connettività dei comuni sardi e la conseguente difficoltà della maggioranza dei cittadini ad approvvigionarsi dalla Rete, il triste quadro si completa.
    Siamo messi male, dunque.
    Ma non attribuirei la responsabilità semplicemente agli apparati di potere o al popolo bue che si lascia facilmente condurre al macello.
    Siamo in uno spazio di riflessione e confronto intellettuale libero. Chiediamocelo con tutta sincerità ed onestà: gli intellettuali sardi (ammettiamo che esista questa categoria socio-culturale) hanno o no una bella fetta di colpa in tutto questo?
  • Chicco Gallus
    "Il Sardegna che ondeggia a seconda di chi scrive" in fondo non mi sembra un brutto giudizio. Vorrebbe dire che quello di ogni articolo è il punto di vista di chi lo ha scritto. Magari non è riposante (può capitare di leggere una opinione in una pagina, e l'opinione opposta in quella dopo) però appunto può servire a coltivare il senso critico, ricordando che ogni informazione è mediata da una persona.
    Naturalmente va considerato che circa il Sardegna, anzi ePolis in generale, io son di parte, visto che ci scrivo.

    Però posso rispondere a una delle domande. Cioè "Fare il giornalista ormai è solo un modo come un altro per farsi amici potenti e ambire di essere cooptati nella casta?"
    Io non sono giornalista, ma conosco appunto molti dei giornalisti di ePolis (non solo de Il Sardegna)e posso dire con sicurezza che la risposta è no.
  • Alberto M
    @Chicco Gallus, Chicco, probabilmente i giornalisti di cui parli tu sono una minoranza, e probabilmente non hanno la possibilità di parlare degli argomenti 'scottanti'...

    Probabilmente sono io quello fazioso che, vedendo lo schieramento presente, dà a tutti del 'fazioso' abbastanza facilmente...

    Se vale questo discorso, allora, il giornalista scrive 'quello che gli altri vogliono sentirsi dire' e non 'quello che altri non vogliono sia raccontato'... Se il giornalista compiace il pubblico, anche il pubblico non è esente da colpe, visti i suoi 'gusti' piuttosto discutibili...

    Alla fine siamo sempre quelli del calcio e del Grande Fratello... Panem e circenses... ALMENO FINCHÉ C'È IL PANEM...
  • Chicco Gallus
    @Alberto M,
    Bè, io ho scritto che conosco giornalisti per i quali sono certo che non fanno questo mestiere per avere amici potenti e essere cooptati dalla casta.
    Però, aggiungo, conosco anche giornalisti che non sfuggono gli argomenti scomodi, anzi che li vanno a cercare. Qualcuno li va a cercare alcune volte, qualcuno abbastanza spesso, qualcuno quasi ogni giorno.
  • Alberto M
    È semplicemente un cane che si morde la coda. I media nazionali e regionali NON sono indipendenti. O sono proprietà di forti gruppi economici ed editoriali, oppure peccano di 'faziosità' perché cercano di pareggiare i conti. I ricchi contributi non sono certo un incentivo a lavorare in tranquillità. Piuttosto li vedo come un modo semplice per comprare il silenzio dei giornalisti su certi argomenti. Chi cerca una informazione più indipendente 'deve' rivolgersi alla Rete. Il resto, specie su alcuni argomenti, è 'buono per incartare le uova'.

    Apro una piccola parentesi: possibile che sul caso Parmalat l'unico che abbia parlato sia stato un COMICO attraverso il suo blog? Si può dare fiducia a giornali simili che non informano? Che dire di Vulpio sospeso dal Corriere perché ha scritto di inchieste scottanti (quelle di De Magistris)?

    Troppa televisione e pochi giornali. I pochi giornali che ci sono 'tengono famiglia' e vendono la loro opera, trascurando il ruolo sociale che loro compete. Allo stesso tempo i cittadini, nel loro sonno mediatico indotto, rifuggono qualunque approccio critico alla realtà....

    È un cane che si morde la coda, appunto.
  • Morta forse no; moribonda, malata grave di sicuro. In Sardegna come nel resto d'Italia. Va sempre peggiorando, sempre meno al servizio del lettore. Il lettore è uno strumento o spesso un consumatore. Non stai mischiando mele con pere, Michele, perché informazione e giornalisti procedono sullo stesso binario, dagli uni dipende l'altra. Esistono isole felici (non pochi giornalisti) ma non sono in grado di arginare il pantano dell'informazione paludata in cui siamo immersi.
    La mediocrità e l'assenza di rispetto nei confronti del lettore si manifesta fra l'altro al di là del potentato di appartenenza di una certa testata. Un vizio orribile -tutto italiano- è quello dell'attività delle truppe da desk delle nostre redazioni. Faccio un esempio: le notizie diffuse da agenzie restano di taglio basso sulla stampa internazionale finché non arriva un approfondimento, un controllo delle medesime notizie da parte di comunicazioni ufficiali o autorevoli o del lavoro dei corrispondenti della testata stessa. In Italia invece si attiva una catena che funziona da sé, si autoalimenta e fa sì che una notizia prenda una certa piega via via gonfiandosi e diffondendosi in modo quasi uniforme su tutte le testate. Come mai? Le truppe da desk delle redazioni si controllano sul monitor l'un l'altra, e per non restare indietro rispetto ai giornali concorrenti danno enfasi anche loro, in una sorta di gara al rialzo, disinteressandosi dell'importanza, della attendibilità, del controllo della medesima notizia.
    Un esempio: la notizia sparata il prima pagina su tutti i quotidiani nazionali, fra le prime di tutti i tg e dei serpentoni dei tg il 7 novembre 2008: "Al Qaeda minaccia Obama: convertitevi e ritiratevi". Profilo basso, bassissimo della stessa agenzia sul New York Times e sul Washington Post. Un allarme basato sulla voce di un fantasma, Omar Abu al-Baghdadi, un terrorista che i militari USA avevano già ammesso inesistente nel 2007. «È stato utilizzato un attore iracheno per leggere le dichiarazioni attribuite a Baghdadi», riconobbero allora. «Il presunto capo di un gruppo iracheno affiliato ad al-Qaeda, è stato dichiarato non-esistente da ufficiali USA. I quali hanno chiarito che si trattava di una persona immaginaria creata per dare una faccia irachena a una organizzazione terroristica straniera.» vedi: T. Susman, “US says Iraqi rebel head is an invention”, Los Angeles Times, 20 luglio 2007.

    Pura fiction, dunque.
    Ma è il nostro atteggiamento di lettori che deve cambiare, se non cambia l'atteggiamento dell'utente, spettatore-lettore-internauta, perché mai chi vende merce di seconda scelta dovrebbe smettere di farlo?
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