mar 25 2009

Conosciamo noi stessi?

Omar Onnis @ 11:27

mafalda_e_conosci_te_stesso1Pare che sull’architrave del tempio di Apollo, a Delfi, fosse scolpito l’ammonimento: “Conosci te stesso!”. Socrate ne trasse un comandamento che poi impartiva convinto a destra e a manca. Infatti, fu condannato a morte. Ma lui stesso parlava anche di un daimon, uno spirito, un pensiero autonomo, che ognuno porta dentro di sé. Qualcosa di indipendente dalla nostra volontà, anzi, di solito prevalente su di essa.

Ma la Modernità non è passata invano, e oggi possiamo ritenere di avere le idee un po’ più chiare su cosa possa significare (o non significare) conoscere sé stessi. In particolare, sappiamo che molto di quello che fa parte dell’universo di segni che popolano e articolano la nostra personalità e la nostra capacità di interpretazione del mondo, benché apparentemente nostro, è invece il frutto del silente metabolismo che ci fa assimilare simboli e narrazioni prodotti fuori di noi. In gran parte, nel proprio interesse, dal sistema egemonico di turno. Fenomeno tanto più vero, quanto più incide su personalità non strutturate o strutturate in modo auto-contraddittorio. Come quelle della maggior parte di noi sardi.

Cosa conosciamo, dunque, di noi stessi? Intendo dire di un “noi stessi” collettivo, storico. Be’, a quanto pare ben poco. Siamo una terra “senza storia”, ci insegnano da tempo immemorabile. Ossia, non è che non sappiamo nulla, è che proprio non c’è nulla da sapere. Naturalmente, questa è una totale idiozia.

Dove sta la magagna, dunque? Intanto, ad una banale ricerca statistica sui libri di testo scolastici e sui testi storici di più ampia diffusione editi in Italia, risulta la quasi totale assenza della Sardegna, o una sua presenza incidentale, insignificante e strumentale. Oppure, qualche notizia falsa (cfr. VILLARI R., Storia medievale, Roma-Bari, Laterza, 1969 e succ. edizz., p. 221: “1016: i Pisani conquistano la Sardegna”). Esito sorprendente, ma riconducibile alla necessità di omologare le vicende, altrimenti eterogenee e incommensurabili, di popoli, culture, ordinamenti giuridici diversi, che un incidente della storia ha radunato sotto l’etichetta posticcia di Regno d’Italia prima e di Repubblica Italiana poi. In un simile contesto, è naturale che vicende non riconducibili a eventi e processi almeno paragonabili, né ricomprese in un ambito geografico comune, dovessero essere espunte e ridotte di rilevanza.

La controprova di tale operazione la si ha confrontando le notizie relative alla lunga guerra tra i sardi e i catalani, gli uni sotto le insegne dell’Arborea, gli altri sotto quelle del regno di Aragona, che condussero alla perdita dell’indipendenza politica dell’Isola da una parte e all’estinzione della casa regnante catalana dall’altra, con conseguenze politiche per la Catalogna di cui ancora oggi osserviamo gli esiti di lunghissimo periodo. Una vicenda durata un’ottantina d’anni, col coinvolgimento diretto di una delle grandi potenze europee del XIV secolo e, a vari livelli, di tutte la altre. Tra le quali il regno giudicale di Arborea, per forza economica e militare, non era certo la più peregrina. Ora, di questa vicenda non si trova traccia non solo e non tanto in alcun testo storico scolastico, ma anche nella maggior parte delle trattazioni storiche monografiche o enciclopediche italiane dedicate al periodo in questione. Al contrario, è ben nota e studiata dagli storici catalani e trova un certo spazio e risalto in testi storici pubblicati in Spagna. Così come non risulta in alcun manuale storico italiano la vicenda rivoluzionaria sarda (comunque la si interpreti) degli anni 1794-1802. Mentre ampio risalto ha (chissà perché, vista la sua minor portata politica, il suo radicale fallimento e la sua effimera durata), la Rivoluzione napoletana del 1799. Ma questi sono solo due esempi. Quel che conta veramente è che la storia dei sardi non è stata mai raccontata se non in parte e in funzione della storia di qualcun altro, che fossero i cartaginesi, i romani, i bizantini, gli spagnoli e i piemontesi in Sardegna, oppure gli italiani.

Già, gli italiani… Ma come, non siamo italiani anche noi? si chiederà qualcuno. Un’altra caratteristica della povera e negletta storia sarda è appunto questo luogo comune, assurto ormai al rango di dogma: la Sardegna come terra dominata, sconfitta, sin dai secoli dei secoli. E tuttavia tale luogo comune, magicamente, viene meno alla chetichella allorché si passa a considerare la storia contemporanea. Si passa dalla dominazione piemontese all’unità italiana e per incanto da sardi dominati ci ritroviamo italiani anche noi. Italiani “speciali”, però. Infatti, doppiata la boa del Novecento, da ultima ruota del carro italico (un po’ sgangherato di suo già in partenza), ci ritroviamo incredibilmente eroi di guerra, dopo la carneficina del primo conflitto mondiale (da razza congenitamente delinquente a stirpe valorosa il passo non è breve!), e poi, dopo il secondo, regione autonoma, a “statuto speciale”, appunto. Sempre italiani, beninteso. Magari portatori di una “identità” forte, da “tutelare” (come l’orbettino), ma fondamentalmente figli di una “nazione fallita” (Lussu, 1951). Degli esseri inferiori, insomma. Un popolo minus habens, incapace di intendere e di volere, bisognoso di sostegno, di piani di rinascita, di contentini demagogici accordati in cambio dell’accettazione di un ruolo subalterno e neo-coloniale (lo scudetto del Cagliari, vinto grazie ai soldi di Moratti, mentre si metteva su il più grande polo petrolchimico del Mediterraneo, devastando una intera fetta di costa e avvelenandola per sempre): panem (posti di lavoro) et circenses (un po’ di spasso domenicale allo stadio), e tutto fila liscio, per gli italiani speciali.

Ma si sa come va la storia: c’è quella cosa strana che si chiama eterogenesi dei fini, che non si capisce bene cosa sia, ma fa sì che mentre agisci per uno scopo, ne ottieni un altro (o anche un altro) non sempre compatibile col primo. Per forza di cose, l’aumento della scolarizzazione e il maggiore accesso alle università, oltre alla copertura capillare dei mass media, espongono i sardi per la prima volta al contatto diretto con strumenti di conoscenza e di critica mai prima posseduti, almeno a un tale livello di diffusione. Qualcuno comincia a farsi delle domande, si genera una certa curiosità su questa terra così misconosciuta prima di tutto dai suoi stessi abitanti. Quell’identità così monolitica e apparentemente immobile, costruitaci addosso come un sarcofago, comincia a scricchiolare. Benché il sistema di disinformazione e di deprivazione storica sia sempre all’opera (servirebbe una bella indagine sull’operato delle sovrintendenze archeologiche in Sardegna negli ultimi sessant’anni, ad esempio), qualche voce dissonante si fa largo e prende la ribalta. Un Michelangelo Pira, un Sergio Atzeni… Voci isolate, in gran parte inascoltate, certo, e profondamente incomprese, per lo più. E spente prematuramente, anche. Ma sono segnali che qualcosa si muove.

Ora, come insegnano gli storici, vincere un’inerzia plurisecolare e mutare di segno un intero universo simbolico, un immaginario collettivo radicato e giustificato da tutti i media dominanti, non è facile, né rapido, né indolore. Oggi a che punto siamo? Possiamo dire di conoscere noi stessi? Possiamo girare il nostro sguardo all’indietro e riconoscerci? E abbiamo uno sguardo nostro da proiettare nel futuro? In gran parte la risposta deve essere ancora “no”. Sappiamo ancora poco di noi, nessuno ci insegna a scuola da dove veniamo, quale sia la genealogia del nostro presente. Troppo eversiva la verità, per un popolo prigioniero di una “identità forte” come la nostra. Quell’identità che altro non è se non una congerie di cliché ideati da altri come strumento di dominio. Con la nostra stessa complicità, beninteso (almeno, di quella parte di noi che ha da guadagnare dalla situazione di subalternità ereditata).

Dunque, che fare? Cercare di squarciare il velo di Maya e affrontare una volta per tutte, come soggetto storico, le nostre vicende, ciò che ci ha portato ad essere ciò che siamo? Oppure rimanere più comodamente inconsapevoli e omologati, passivi verso chiunque voglia dirci la sua sul nostro conto e abbia il potere per imporci la sua visione? La rivolta dell’oggetto preconizzata da Michelangelo Pira non c’è ancora stata. Ma chi doveva avviarla forse si è distratto, non ha colto i segnali, o, se li ha colti, li ha trovati pericolosi (per sé più che altro, per la propria confortevole posizione politica, professionale, intellettuale e sociale). Non sarebbe invece il caso, finalmente, oggi che ne abbiamo la possibilità, di riprendere in mano la nostra narrazione, sottraendola alle arti malefiche degli stregoni televisivocratici e dei loro ascari? C’è qualcuno che se la sente di provarci, o dobbiamo rassegnarci alla passività di un destino subalterno e marginale?

L’emancipazione storica costa, ma potrebbe essere un prezzo che vale la pena di pagare. Se non per noi, almeno per chi ci seguirà.


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  • Gianfrancesco Manca
    Bellissimo l articolo, mi trovo pienamente d’accordo. Vorrei aggiungere una cosa; una storia noi, non solo ce l abbiamo, ma anche dignitosa, che racconta un popolo che ha sempre cercato la libertà, l ha amata la libertà, e quando l ha persa, l ha sempre inseguita. Leggevo “La vera storia della bandiera dei Sardi” di Franciscu Sedda e dice che sempre è stato che quando un popolo ne ha voluto sottomettere un altro ha cercato in ogni modo di distruggere ciò che di più grande quest ultimo aveva; e cosi succede qua in Sardegna, ci nascondono la grande storia che abbiamo per mantenerci ignoranti di noi stessi!! E allora mi chiedo, dobbiamo ancora aspettare dal mare questa salvezza che non arriverà mai, dobbiamo ancora permettere a qualcun altro di raccontarci la nostra storia “secondo lui”, dobbiamo ancora piangerci addosso per tutto, dobbiamo ancora essere razzisti contro noi stessi credendo di essere una “nazione abortiva”, OPPURE, possiamo iniziare a credere che nulla abbiamo da invidiare a nessuno, che siamo alla pari di qualunque altro popolo, che possiamo decidere noi sul nostro??????? Credo che la soluzione sia l’indipendenza, un indipendenza che deve partire da un profondo esame di coscienza su quello che veramente siamo!! Gianfrancesco
  • Daniele Addis
    Bellissimo articolo Omar. Ha ragione Giuseppe, evidentemente non c'è nulla da aggiungere da parte di chi crede nell'indipendentismo. Chi invece continua a pensare a noi come italiani, non essendo in grado di confutare quanto qua scritto, preferisce ignorarlo.

    Io chiedo il permesso di copiaincollarlo (con link e citazione ovviamente) in altre discussioni, giusto per vedere se si trova qualcuno disposto ad affrontare la questione.
  • @Daniele Addis,

    Salve, io sono italiano.
  • Daniele Addis
    @Daniele Pinna,
    Salve, mi sono espresso male. Non c'è nulla di male ad essere o sentirsi italiani, anzi. Io per lingua e cultura sono italiano, per senso di appartenenza sono sardo. Ora mi trovo in Germania e continuo ad essere e sentirmi sardo, quindi non vedo perché chi si sente italiano debba sentirsi in qualche modo defraudato nel pensare di vivere in una Sardegna indipendente.

    Non imporrei mai a nessuno di smettere di essere italiano, il problema è che si impedisce ai sardi che lo vogliono di essere solo sardi, padroni della propria terra.
  • @Daniele Pinna,
    Daniele (Pinna), che tu sia italiano, ti senta italiano, desideri essere italiano, o quant'altro, non entra minimamente in discussione.
    Non vorrei che ci fossero fraintendimenti, su questo punto.
    I processi di identificazione non possono essere affrontati con l'accetta e a compartimenti stagni.
    Il mio discorso era un altro. Verteva sull'impossibilità di essere liberi (per quanto lo si possa essere) nel nostro percorso di formazione e di relazione col mondo senza avere almeno un'idea di ciò che siamo stati. Il passato non svanisce nel nulla: così come in natura, anche nella storia umana nulla si distrugge e tutto si trasforma. Ma se non si ha nemmeno una semplice nozione elementare ci ciò che è avvenuto ai nostri antenati e sulla stessa terra su cui viviamo o siamo venuti al mondo, come possiamo essere certi che il nostro processo di identificazione, i nostri tentativi di interpretare ed elaborare il nostro presente, siano fondati?
    Questo rischio c'è sempre, ma nondimeno, se si persegue l'onestà intellettuale e quel poco di verità - parziale, temporanea e sempre correggibile - cui possiamo aspirare nell'arco della nostra esistenza, abbiamo il dovere di essere soggetti attivi della nostra narrazione.
    Intendo, soggetti collettivi, attori sulla scena della produzione di senso che ci riguarda direttamente.
    Ora, si dà il caso che i sardi non possiedano o possiedano in modo accidentale, frammentario e del tutto marginale, una propria narrazione di sé stessi. In altre parole, siamo stati raccontati da altri e per altri, non da noi per noi. La storia della Sardegna non è mai stata una storia dei sardi, una narrazione di noi stessi offerta al mondo. Piuttosto è stata la narrazione di altri in Sardegna e sulla Sardegna, in cui noi eravamo a volte le comparse, a volte un elemento di disturbo (il dogma un po' stantio della "costante resistenziale" e via discorrendo).
    Così come è importante conoscere la Storia, tutta la Storia dell'umanità e delle sue porzioni particolari, allo stesso modo è importante (e, per noi, più importante) conoscere la nostra.
    Questo si verifica? E' una possibilità che ci è data o che ci siamo dati? Per il momento la risposta è negativa.
    Dopo di che, ogni conclusione è legittima. Si può conoscere la storia dei sardi, le sue problematicità, i suoi processi profondi, le sue cesure e le sue continuità, e proseguire serenamente, ma consapevolmente, a sentirsi e a volersi identificare come italiani. E si può anche rifiutare qualsiasi discorso politico di matrice indipendentista, sardista o quant'altro.
    Sono contrario al legame diretto e deduttivo tra la conoscenza della nostra storia particolare e i progetti politici: queste sono operazioni del tutto arbitrarie, degne della Lega (lo dico con riprovazione, spero sia chiaro) e di movimenti nazionalisti o etno-centrici. E di solito, in questo modo, oltre a causare parecchi danni di varia natura, non si rende certo giustizia alla storia, né alla stessa politica.
    No, si tratta più semplicemente - ma anche più faticosamente - di dotarsi dell'armamentario critico, delle chiavi di lettura e degli strumenti cognitivi che accrescano la nostra sfera di libertà e di consapevolezza del mondo e di noi stessi. Senza lasciare che siano altri a dirci chi e come siamo e perché.
  • @Daniele Addis,
    Grazie Daniele (e anche a Giuseppe, naturalmente).
    Certo che puoi copiaincollare. Per quanto mi riguarda, tutto ciò che appare qui di mio diventa immediatamente di tutti.
  • giuseppe mulas
    Strano ma vero,di fronte ad un'articolo lucido e dettagliato su verita' inconfutabili che negano alla ragione qualsiasi scappatoia dall'evidenza, nessun commento.Forse perche' non c'e' niente da ribadire ?
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