mar 26 2009

Habeas Porcus

Giovanni Dettori @ 11:03

pesce-rosso-744051Cerca una maglia rotta nella rete
che ci  stringe, tu balza fuori, fuggi!

“Io non ho perso contro Berlusconi, ma contro le sue televisioni, contro la Rai di Berlusconi, contro i giornali di Berlusconi…”. Così Renato Soru in una ultima  lunga intervista rilasciata a Paolo Madron a pagina 11 de Il Sole 24 Ore di domenica 22 marzo 09. E ancora: il clientelismo, il rigore dei bilanci che comporta perdita dei consensi, lo stretto legame tra Berlusconi e una parte importante della Curia eccetera. Non una sola parola, mosca, sulla sorda deleteria palese infingardaggine dei cattopapisti del Pd che ha finito col mietergli l’erba sotto i piedi. E forse un altrettanto diplomatico silenzio anche sulla sordità dei cosiddetti sardi-di-dentro, degli eterni “stanziali”, a una diversa idea di Sardegna, a un processo di cambiamento e un progetto di rinnovamento della polica che finalmente superasse incancrenite assuefazioni all’elemosina e all’assistenzialismo. Che bloccasse le voglie, le bulimie  edificatorie dei bottegai e dei devoti al cemento armato. Che infine facesse criticamente i conti con le nebulose identitarie di residuali carnevalate folcloristiche: da “piccole patrie” della petulanza e della separatezza. Non siamo granché diversi dagli altri. Siamo continuamente esposti, corriamo ogni giorno il rischio di rassomigliare e tradurre in sardo il folklore celtico dei “lumbard”.
Dopo la mazzata di febbraio, continuo a farmi sempre più persuaso che la presunta “costante resistenziale” sarda inventata dal nostro patriarca di Barumini – falso credita et ementita -, finisca sempre col risolversi, salvo eccezioni, in un rosario di servitù volontarie, così protervamente perseguite dai nostri “sardi-di-dentro”. Quanto meno dalla maggioranza di essi: tzerakkos sémper, petitores de Gonare. Perché questa volta non è tanto e soltanto Soru ad essere stato sconfitto: è stata sconfitta la Sardegna. Un “progetto” comunitario, una alternativa di vita che oltre-passava la sua persona.
La posta in gioco – e questa volta ci giocavamo proprio tutto, quanto meno quel poco che ancora  restava da salvare – non era semplicemente, come si dice, “alta”.
Era totale.
Ne andava del nostro futuro.
Della vita stessa.
Ciò non ostante, ha stravinto e tripudiato in ogni senso, in lungo e in largo, la resa incondizionata al peggio: all’individualismo, alla cultura del virtuale, al becerume, all’estetica del brutto. Con maggioranze bulgare. E la scommessa è andata persa forse a sempre. Battuta dagli stessi sardi, aperti sempre e soltanto al nulla: un ennesimo ulteriore bottino di cui andare giustamente orgogliosi. Riportiamo a casa le spoglie: le nostre.
Non che il nostro “governatore” mi sia mai stato tanto con-geniale, né che mai abbia pensato di scodinzolargli dietro negli anni in cui è stato sugli altari… Già nel lontanissimo 2003 – “alle  origini”: in tempi non sospetti – la sua improvvisa “apparizione” in scena non mi aveva sconvolto più di tanto.  In una rivistina cenere da tempo, Nuoro oggi, sogghignavo: “Tra annunzi e smentite, dalla dolina di Tiscali, si annunzia l’avvento di un ennesimo – diverso? – imprenditore-di-successo incarnatosi miracolosamente in terra sarda: Renato Soru. Il quale  fa sapere allo stremato popolo delle spiagge d’agosto che, se si candida, presenterà un suo menù ai cristalli liquidi. Non trascura, come si addice a un “homo novus” di accusare i vecchi partiti e, subito dopo, secondo rito, smentire. Restiamo pur sempre sul classico, o no?” La notizia: ventotto agosto duemilatre …

Avvenne, poi, che quei vecchi partiti allora accusati finirono per diventare i suoi peggiori alleati. In politica, succede. E va a finire che a pagarla cara si sia un po’ tutti.
E tuttavia e non-ostante-tutto, questa volta mi ero rassegnato ad aderire al manifesto per Soru promosso dai “sardi-di-fuori” – la parola emigrati pare sia tabù da tempo –: confidando che quanto meno il Sardus Pater ci potesse assistere.  E per quanto potesse valere la firma di un sardo-di-fuori senza diritto di voto lo avevo firmato.
Questa volta  non avevamo scelta. Per quanto sia questo non avere scelta che sempre ci tormenta: costretti, sempre, all’hic-Rhodus-hic-salta… Dover schierarsi, sempre, contro qualcuno o qualcosa, piuttosto che per qualcuno o qualcosa che non sia soltanto il male minore. Essere persuasi che, finalmente, si è imparata la lezione dagli anni delle svendite e dello sfacelo di tutto. Che un altro vento possa infine levarsi.
Ma a freddamente considerare che Soru era stato messo appena avant’ieri in crisi e in condizioni di dimettersi precisamente dalle ottuse burocrazie e dagli inciuci cementificatorio-sviluppisti di uno dei “vecchi partiti” da lui diffidati, transustaziato in un  se-dicente Partito democratico, con il quale ora e dopo dovrà arrangiarsi a convivere e coesistere per quanto a collo storto – fino a quando? -, le riserve e i  dubbi da metodici finivano coll’avviarsi all’iperbole.
Abbagliavano i costi che  già abbiamo dovuto pagare in disagio sociale, malessere, disgregazione, vita mortificata, delinquenza minorile, alcolismo e droghe, depressioni, psicosi e schizofrenie… I nostri paesi non più distinguibili da anonime e anomiche periferie urbane.  I nostri “centri” tutto un fiorire di cliniche psichiatriche e demenza… Le nostre vere “eccellenze” continuando ad accadere, potenziate, nel quotidiano: le catastrofi.
Eppure, ancora una volta, oggi, si preferisce parlare d’altro, delle nostre altre punte di eccellenza: salsicce di Irgoli e tappeti di Nule, sarti di Orani e vellutini di Orune, vini e cantine sociali di ognidove, oreficerie e coralli e  filigrane. Modiste e modisti del “made in Sardinia” a rivestire gli ignudi  di Tokyo…
Poco mi ha persuaso, né oggi né mai, questa cieca “visione” biecamente economicista del  nostro“travaglio” di sardi: siamo anche noi, come tutti, alle solite “sordide forme giudaiche”. Produzione e mercato. Industria e derivati hanno ben scavato per una Sardegna berlusconizzata. Fascinati dai “sardi che si fanno onore nel mondo”. Dai “salvati”.
E i sommersi?…
Rivoluzioni dell’apparire e falsa coscienza: il nostro habeas corpus aggiornato  riproposto e immiserito in un più pertinente e connotativo habeas porcus
Si ha una bella voglia di continuare a raccontare e raccontarci fole con patetiche “dies de ssa Sardigna”, uniti e solidali tra noi soltanto quando si trattava di farci massacrare su fronti di guerre che mai ci riguardavano. Mai siamo stati uniti, solidali. Il “forza paris!” lo abbiamo scoperto, praticato e gridato, suppongo, soltanto in quelle occasioni: i mattatoi della storia. Del resto, non abbiamo anche fatto di un cartaginese il nostro eroe nazionale e di una ispanica la nostra eroina?

Né mai ci siamo amati, tollerati, quanto meno sopportati a vicenda. Mi ritornato alcuni versi di una lunga poesia di Auden, 1° settembre 1939 : …” non c’è una cosa chiamata Stato /e nessuno esiste da solo; / la fame non lascia scelta / al cittadino né alla polizia; / dobbiamo amarci l’un l’altro o morire
(We must love one another or die)… Dove quel “must” suona più costrizione, aut-aut ineluttabile, che non dovere: siamo costretti ad amarci non-ostante-tutto se non vogliamo morire. Sempre, per quanto ne so, abbiamo scelto per la disfatta e la morte.
Così, ancora una volta, ancora oggi, finisco con il convincermi sempre più che la nostra pulsione più vera e profonda sia da sempre quella di dividerci e sbranarci a vicenda. La pulsione a predisporci di volta in volta a nuovi, ma sempre identici servaggi, ammanettandoci con le nostre stesse mani, invocando un padrone che “pensi” a noi e per noi, ci assista e risolva i nostri problemi: “zio Silvio, pensaci tu”!… Così gemeva, grottesca, la supplica inalberata nei cartelli dei licenziati alla Euroallumina: di ben altro pelo, gli operai francesi non questuano, si incazzano, sequestrando il manager. Una tragedia, la nostra, avviata a risolversi sempre in miserere e farsa. Sos kervéddos a ss’ammàssu, si dice dalle mie parti. Eccome ci penserà, zio Silvio. Tranquilli. Mansueti. E morti.…
Si è finito col fare della nostra terra una miserabile appendice di Arcore, un proconsolato del piccolo bonaparte di palazzo Grazioli. Poi, ovviamente, come da sempre è sardo costume, ci si lamenterà, frignando sul colonialismo, sul nemico-che-viene-dal mare. Ma chi altro, se non noi, gli ha da sempre spalancato le porte. E siamo ancora una volta noi stessi ad averlo stolidamente invocato, favorito, forzando i cardini dall’interno, smantellando le mura. Come ancora si può, com’è ancora possibile  questo autolesionismo, questo masochismo da manuale… Invocando la frusta. Ancora, più frusta ancora, ancora non ci basta. Tutto ciò è avvilente: quel che mi resta di buon senso, di ragionevolezza, vi si ribella.
Il cavallo col nemico in pancia  ancora una volta  è stato volontaria-mente introdotto dentro le mura: non attenderà la notte…
Ci aveva ben saputo leggere dentro e segnare a fuoco, come la schiena di un bue, Carlo V o chi per lui  con quell’inconfutabile “locos y male unidos” che ancora oggi ci marca. Siamo melanconici e tristi, geneticamente: ora, finalmente, impareremo e cominceremo a ridere di gusto. Non col ghigno sardonico di una volta. Come vorrebbe Gavino Sanna e il suo nuovo datore di lavoro… Cantava a suo tempo Jannacci: “sempre allegri bisogna stare / ché il nostro pianto fa male al re / fa male al ricco e al cardinale”… eccetera.
Mi domando ora, infine, in che consista il tanto strombettato “rinascimento sardo” e, se mai sia esistito, quale incidenza abbia avuto sulle nostre coscienze. Sulle folle, o masse che dir si voglia. Artisti e scrittori, continuano a “creare”, diciamo così, ciascuno pro-domo-sua, senza peraltro trascurare di accoltellarsi a vicenda.  Rilassante e appagante esercizio mentale di maldicenza e sprezzo praticato con coscienza anche dal “Club-degli-onesti”: la nostra cleresia. I chierici devoti, votati al Verbo  …
Sono 22 anni che Paolo Fresu suona le trombe della resurrezione ai berchiddesi – chissà che non si sveglino! – i quali, per quanto li riguarda, continuano a dormire e a ingrassare con le loro cantine di fermentino. Fottendosene degli appuntamenti alle canicole d’agosto come delle fanfare del mondo che gli entra in casa. Vidisticredìsti: Il 60,5%  dei dormienti della caverna, dei suoi concittadini-quasi-galluresi, sogna di una paradisiaca Arcore sarda e appena un 36,0% si risveglia sulla dura terra di sempre. Col culo per terra.
Quanto alle altre “fucine” di cultura, poesia e prosa, Séneghe la spunta di un punto e così Asuni eccetera. Un po’ meglio Gavoi. Domanda: davvero siamo ri-nati? E trombe, “noir”, poesia ri-svegliano qualcuno da letargie millenarie? Giobbe è ancora lì a domandarselo senza possibile risposta. Ciosì, l’arcano dei nostri presunti e disastrati rinascimenti, del loro incidere o lasciare traccia appena visibile sul suolo, si disvela in tutta la sua triste miserabilità..,.
Ma è tutta la “Gaddùra” ad acclamare napoleone-il-piccolo con maggioranze bulgare. E del resto, questi bottegai, kustos lottráios, quando parlano di noi, quasi un residuato, non ci chiamano “li sàldi”? Loro, gli alieni: de palas de galéra…
Lo spagnolesco “locos y male unidos” è l’equivalente della nostra millenaria sapienza: “kéntu kòncas, kéntu berríttas… E il forza paris pressoché sempre ritradotto con  kataúnu a kóntu suo.
Così, questa volta, i socialisti di casa non diversa-mente dai loro sbiaditi “compagni”del “continente”, chiedono garanzia di cadréghe. Non ottenendole, deliberano di navigare a vista, solitari e finali, in “balia” del nulla. Gli indipendentisti di variegato pelo, ma di identica prosopopea e protervia sedicente identitaria, decidono di salmodiare per proprio conto in mutrioso antagonismo col popolo della Repubblica-dello Scoglio. Fedeli come non mai alla memoria del loro padre fondatore, più bendati e ciechi che mai, i neo Moro-Azzurri, miserabili epigoni di un Pisdaz d’altri tempi, consegnano bandiera e ceneri del cavaliere dei rossomori al mausoleo e ai marmi di Arcore….
In questa mirabile e stravagante “coincidentia oppositorum”, il verdetto del ”popolo sardo” è quanto meno promettente per il prossimo inverno di tutti i nostri scontenti. Ecco qua il requiem:
- L’Ogliastra delle basi all’uranio impoverito reclama e vota auspicando tanti agnelli a tre teste. Insoddisfatta e rancorosa che continuino a nascerle appena e soltanto con due. E si augura un vigoroso incremento di linfomi infantili e di qualsivoglia famiglia di tumori. Liquidi o solidi che siano. Andranno bene comunque.
- Si associano, festanti, le zone industriali del Capo di sotto, di mezzo e di sopra: non ancora del tutto soddisfatte di miasmi e pestificazioni di ogni sorta. L’operaio-.in-tuta, dimenticati i gambali, con le ciminiere dell’avvenire allo stoppino, nell’impossibilita di tornare indietro o emigrare come ai bei tempi di una volta, si abbandona fiducioso alla divina provvidenza del Cavaliere fulàno. Presagisce, fiuta già la fine del topo in trappola.
- Quanto ai Comuni della costa, che vi nasca o tramonti il sole, quelli ancora commestibili e rosicchiabili dal dente delle ruspe, hanno anch’essi un loro sogno: di colate di cementi e calcestruzzi come redenzione e finale liberazione da una vaga memoria di indigenze e male arie. Sognano il turista-da-fottere. Il varo dell’ultimo “piano casa” gli chiuderà sia pure la sola vista del mare. Ma tante botteghe fioriranno
-  Solitaria, anch’essa qua e là già corrosa, la provincia di Nuoro: un’enclave ormai minacciata dagli sfaceli. I “micciùrri” di Oliena, disperse nel vento le ceneri dei Melis dopo averne abraso anche la memoria, sono già ai piedi dell’Ortobene… Fino  a quando durerà questo No, questo residuale rifiuto allo sfacelo? – “Dammi tempo che ti buco”- , disse alla pietra il verme.
Per chiudere in bellezza, mi soccorre un aforisma di Kleist che parrebbe raccontare anche di noi. Demostene alle repubbliche greche: Se per conservarvi aveste fatto soltanto la metà di quanto faceste per distruggervi, sareste ancora liberi e felici.
Non gli abbiamo dato retta / Non lo abbiamo ascoltato.


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  • Qumran
    Salve a tutti. Ho scoperto, anzi, abbiamo scoperto questo forum, mia moglie ed io, qualche giorno fa. Abbiamo letto, riletto e stampato e così oggi diciamo che ho preso coraggio ed eccomi a pestare sulla tastiera. Rispondo all'"Habeas Porcus". Alzando una mano, o se volete posandola sul petto recitando il "mea culpa", affermo: l'ho fatto. Ebbene sì, sono uno di quelli che, in passato, hanno votato Berlusconi. Lo ammetto, credevo a Babbo Natale. I fatti, o i misfatti, mi hanno portato politicamente dall'altra parte, anche se forse stavolta ho di nuovo sbagliato qualcosa, in quanto io sono proprio uno di quegli elettori del "voto dissociato" che tanti dubbi e perplessità ha suscitato. Senza giri di parole, ho votato Soru e IRS. Ora, credo che l'uomo di Sanluri abbia fatto del bene e del male, però il male è stato fin troppo pubblicizzato, il bene per niente. IRS ha presentato la lista con i candidati più giovani in assoluto, già questo mi piaceva, nonostante alcune loro idee mi sembrino ancora piuttosto utopistiche. Nonostante questo, non sono d'accordo con il signor Dettori. Sono nato a Carbonia e vivo ad Iglesias. Ho quarantasette anni e ho vissuto sia le innumerevoli "crisi minerarie", sia quest'ultima di Portovesme. Pensate, faccio il commerciante ma, udite udite, P E N S O. Magari non ci credete, ma esistono anche alieni come me. Se un operaio di Portovesme non ha più stipendio, da me non ci passa più, non lo posso ignorare. Figuriamoci quando si parla di c e n t i n a i a di loro. Questo il tragico presente. Però concordo con chi ha affermato, nei commenti, che "basta piangerci addosso". Esatto, non serve a nessuno. Per tornare alla giovane età dei candidati di IRS, non sono affatto degli sprovveduti: alcuni li conosco, la loro preparazione è più che notevole, il ventaglio di titoli di studio anche. Così come ci sono altri ragazzi, in altre formazioni politiche, che ammiro nonostante magari non condivida le loro idee. Ammiro il loro n u o v o impegno, quasi sempre ignorato dai cosiddetti mass-media o dalle telecamere. Mi occupo di volontariato educativo ed ho a che fare da anni con ragazzi e ragazze nella fascia d'età compresa tra i sedici e i ventun anni: beh, non sono assolutamente quelli che spesso sono mostrati in televisione. Anche loro, quelli che conosco io, o molti di loro, p e n s a n o, discutono, ragionano, studiano ( ve l'immaginate? ) e sono consapevoli dell'importanza della conoscenza e della tragicità dell'ignoranza. Per questo un briciolo di speranza ce l'ho, anche se temo che molte di queste nuove "intelligenze", non trovando spazi o semplici occasioni d'ascolto (è solo questo che i "giovani d'oggi" - che orrenda definizione! - cercano: del parlare di loro, con loro, per loro, su loro proprio non ne possono più!)ahimè emigrino (si può ancora usare questo termine?) diventando nuovi "sardi di fuori"! La mia speranza resta forte però, anche perchè oggi - e quindi anche nell'immediato futuro - comunicare idee è molto più facile e veloce e, come disse non ricordo chi, "puoi uccidere un uomo, la sua o le sue idee no."
  • Di Berlusconi penso tutto il male possibile, ma non mi riconosco nell'analisi di Soru, che pure è una persona intelligente.
    Soru e i soriani non hanno ancora compreso, ma avranno almeno 5 anni per capirlo che la loro sconfitta è arrivata principalmente dal di LORO partito democratico. Ma i sardi non sono impazziti di colpo sono sempre stati tendenzialmente e maggioritariamente conservatori perfettamente omologati nell'orizzonte democristiano (è questa la vera costante resistenziale sarda evocata da Lilliu) della prima repubblica, dal mondo agropastorale a quello delle grandi città, mentre il mondo intellettuale, operaistico e sindacale della vecchia sinistra è completamente disarticolato.
    Oggi nessuno meglio di Berlusconi incarna la peggiore tradizione democristiana, quella del "si abbuffino pure ma ci lascino almeno qualche osso", moltissimi sardi alla fame (?), e non certo per colpa di Soru, si aspettano che qualcuno gli regali almeno una mestolata di vomito magari al gusto di cemento e scorie.
    Come scrivevo in un altro topic (Indipendenza, unico orizzonte logico per la Sardegna), serve un completo ripensamento della politica sarda ma è impossibile se si resta vincolati allo stato italiano per il quale siamo e resteremo una lontana spiaggia d'oltremare governata da proconsoli.
    Soru si è affacciato alla politica allo stesso modo di Berlusconi, un imprenditore di successo, creatore di posti di lavoro e di ricchezza che scendeva in politica per mettersi al servizio della sua regione, ma ora si lamenta che un signore più ricco e potente di lui ha contrapposto la sua forza economica e mediatica per batterlo. Fin quando la politica rimarrà impastata nelle lotte tra leader vincerà sempre il più forte economicamente non serve essere politologi per capire che questo è il campo delle destre, la politica italiana ha definitivamente abdicato alla sua funzione di aggregazione di consenso attorno ad un ideale moderno di società, preferendo adeguarsi alla mera conquista dell'opinione pubblica per mantenere il potere.
    Che il costituendo partito democratico fosse privo di qualsiasi idea di progresso lo si è avvertito già ai tempi dell'Ulivo di Prodi, quando questi fece di tutto rinnegare qualsiasi vicinanza col partito socialista spagnolo, trovandosi evidentemente più affine ad Aznar, e ancora oggi non hanno deciso dove collocarsi. Le battaglie abbandonate e perse per codardia e calcolo davanti ai temi della laicità, del conflitto d'interesse, della bioetica e della libertà d'informazione evidentemente non hanno insegnato nulla agli strateghi del PD e sopratutto a Soru che adesso vorrebbe creare una task force per rianimare il partito che lo ha ridicolizzato, probabilmente trova gratificante strangolarsi con le proprie mani.
  • Caro Giovanni Dettori, non ci conosciamo e per questo, se possibile, cercherò di essere ancor più rispettoso del solito.
    Il tuo (uso il "tu", spero non ti offenda) è uno sfogo dolente e amaro, certamente frutto di profonda delusione. Ma, consentimi, non ne condivido né il tono, né il contenuto. Mi sembra troppo in linea con quell'atteggiamento lamentoso e recriminatorio che tu stesso condanni. Per di più, un po' fuori tempo massimo.
    Si è già parlato, e a lungo, di tutto ciò (Soru o non Soru, il male minore, i cattivi berlusconidi, i sardi imbelli, ecc.): forse nel nostro hic et nunc sarebbe il caso di passare a qualche proposta costruttiva, ad un salto nell’elaborazione teorica, ad una prospettiva di azione politica.
    A me sembra di intravedere nelle tue parole un atteggiamento abbastanza ricorrente nei "sardi-di fuori” (lo sono anch’io), dovuto a una distanza (e a una presa di distanza) che, se salvano dai contorcimenti retorici giustificazionisti cui noi sardi troppo spesso incliniamo, a volte però fanno perdere di vista la complessità dei processi in corso e la loro reale consistenza nella media e lunga durata.
    Come ho già avuto modo di dichiarare e di argomentare, la sconfitta di Soru alle ultime elezioni non ha tutta la portata epocale e drammatica che i suoi seguaci e coloro che lo consideravano (lo considerano?) la sola speranza della Sardegna si ostinano a intravedervi. La situazione è più complessa e di più ampia portata di così. E prescinde in buona misura sia da Soru, sia da Berlusconi e dai suoi ascari. Ma troverai questi temi meglio affrontati qui
    Sul punto specifico dell’indipendentismo, poi, posso serenamente smentirti: non siamo al livello che tu ci attribuisci. Forse una maggiore frequentazione col dibattito politico sardo (non quello dei media mainstream, ovviamente) ti avrebbe offerto una conoscenza più articolata e approfondita delle riflessioni in corso. E forse ti avrebbe anche dato qualche motivo di speranza.
    Ma anche in questo caso, ti rimando a questa discussione.

    Insomma, il tempo dei lamenti, delle auto-commiserazioni, del fatalismo rassegnato, è andato, finito. Non ce lo possiamo più permettere. Chiunque abbia a cuore le sorti della nostra terra e di chi ci vive ha il preciso dovere di darsi da fare, ognuno nelle proprie possibilità, per cambiare le cose.
    Non è affatto vero che niente si muove, che al di là dei modisti “di moda”, dei festival musicali o letterari e delle veline di stagione non ci sia niente altro. Ma bisogna dedicarcisi, bisogna spendersi, parlare, cercare gli interlocutori. Le intelligenze “convergenti” in Sardegna non mancano e il luogo comune dei “pocos, locos y malunidos” (maledetto il vescovo di Alighera quando pronunciò, se la pronunciò, questa sentenza!) dobbiamo infrangerlo, non continuare a evocarlo.

    Visto che esiste questo spazio di condivisione e di elaborazione, approfittiamone, dunque. Già questo è qualcosa.
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