giu 01 2009

Siamo sicuri?

Omar Onnis @ 11:02

sarrochPochi giorni fa c’è stato un incidente sul lavoro. Sono morte tre persone. È successo nella più grande raffineria del Mediterraneo. Il complesso industriale è di proprietà della famiglia milanese dei Moratti. La società cui fa riferimento tale complesso industriale è la SARAS.

La SARAS e i Moratti sbarcarono in Sardegna negli anni Sessanta, grazie ai finanziamenti derivanti dalla Legge 588 del 1962, il cosiddetto Piano di Rinascita. La famiglia Moratti contemporaneamente finanziava più o meno direttamente la squadra di calcio del Cagliari, consentendo  che essa si affermasse nel panorama sportivo italiano, fino a vincere inopinatamente il campionato di serie A del 1970. Parallelamente, l’altro capitano di industria dedito agli investimenti (con soldi pubblici) in Sardegna, Nino Rovelli, finanziava la squadra di basket del capoluogo sardo, tanto da portarla sino ai play-off del massimo campionato cestistico italiano.

Ma cosa venivano a fare i Moratti e i Rovelli in Sardegna? Perché sembrava vantaggioso impiantare industrie pesanti, chimiche o petrolchimiche, nel contesto di un tessuto produttivo largamente pre-industriale, a vocazione prevalente agro-alimentare e, allora ancora in prospettiva, turistica? E perché tale investimento doveva sembrare vantaggioso anche allo Stato italiano, che lo favoriva e finanziava? Be’, una risposta la si trova nella relazione di maggioranza della Commissione parlamentare di inchiesta presieduta dal senatore Giuseppe Medici, commissione che concluse i suoi lavori nel 1972. Era una commissione dedicata alla criminalità in Sardegna (problema allora piuttosto difficile da gestire, per gli apparati di controllo e repressione dello Stato), le cui conclusioni individuavano nel settore produttivo agro-pastorale e nella cultura ad esso legata la causa prima dei fenomeni di devianza sardi. Causa che quindi era necessario rimuovere (insieme alle sue sovrastrutture e all’universo simbolico che ne scaturiva) per poter risolvere alla radice il problema. Soluzione ideale era quella di imporre sul territorio interessato una cultura diversa, fondata su un sistema produttivo radicalmente alternativo a quello vigente. Da lì nacque il cosiddetto Secondo Piano di Rinascita e venne impiantato il complesso chimico di Ottana (NU).

Ciò che si evince dai risultati della commissione Medici fa luce anche sui motivi che avevano spinto lo Stato a privilegiare l’industralizzazione pesante dell’Isola: la necessità di gestire una situazione sociale, economica, culturale che minacciava di sfuggire al controllo. Ossia, il progresso economico e civile dei sardi non fu mai lo scopo principale di tali operazioni, se non in via indiretta ed eventuale. La depressione culturale, demografica e produttiva in cui versava la Sardegna ancora nel secondo dopo-guerra, nonostante l’estirpazione radicale della malaria a base di dosi massicce di DDT (grazie ai denari della Fondazione Rockfeller, ricordiamolo, non certo per intervento diretto dello Stato italiano) non aveva prodotto alcuna conseguenza positiva. Il comparto turistico era di là da sviluppare, il sistema bancario da diffuso e tendenzialmente di tipo cooperativistico che era (con una tradizione secolare alle spalle) fu trasformato in un sistema monopolistico (fondazione del Banco di Sardegna, banca statale: 1953), il comparto agro-pastorale, dopo una prima intenzione di favorirlo sugli altri settori economici, era stato abbandonato a vantaggio delle industrie pesanti.

Il fallimento totale di tutto l’impianto strategico dei Piani di Rinascita e i loro limiti culturali e ideologici  sono ormai evidenti a tutti, a voler esercitare un minimo di onestà intellettuale e politica. Quel che è rimasto, dopo le quasi-chiusure degli impianti di Porto Torres e di Ottana e lo smantellamento in atto del polo industriale del Sulcis-Iglesiente-Guspinese, è appunto il complesso petrolchimico della SARAS di Sarroch (CA). L’intera popolazione della zona vive di petrolchimico, direttamente o per l’indotto. Posti di lavoro, dunque. Posti di lavoro la cui retribuzione può essere considerata sufficiente solo in una zona dal costo della vita relativamente basso (fino a qualche tempo fa) e senza grandi alternative economiche. Il costo complessivo di questo compromesso è stato a lungo accettato: devastazione ambientale pressoché irrimediabile, salute pubblica a rischio (vedasi affaire centraline “taroccate” di qualche mese fa e i ripetuti incidenti a depuratori e scarichi vari), pericolosità del lavoro. In proposito, da qualche mese, sta circolando semi-clandestinamente un bel documentario autoprodotto, intitolato Oil, di Massimiliano Mazzotta: un’inchiesta puntuale e circostanziata sulla SARAS di Sarroch e quel che succede intorno ad essa. Film a rischio scomparsa, vista la richiesta di sequestro formulata dalla SARAS medesima (il che, se ce ne fossero, dirada i dubbi sulla portata del lavoro documentaristico, evidentemente troppo ben fatto!). L’insostenibilità della situazione, che vede i costi scaricati su popolazione e territorio in base ad un chiaro ed esplicito ricatto occupazionale, a fronte di profitti largamente dirottati lontano dalla Sardegna (parte dei quali reinvestiti in imprese sportive), diventa ogni giorno più evidente. Il territorio ha una vocazione agricola e turistica di grandissimo valore potenziale, ancora inespresso. Le alternative alla morte sul lavoro o alle malattie diffuse per qualche busta paga da 900/1000 euro al mese esistono.

Per quanto ancora la situazione potrà rimanere immutata? Siamo sicuri che il futuro della zona e dell’intera Sardegna sia legato a industrie obsolete, pesantemente inquinanti e pericolose per la popolazione? Siamo sicuri che non sia possibile un altro modo di vivere e di rapportarsi con la terra che ci ospita? Siamo sicuri che valga la pena di accettare la deprivazione economica, culturale e civile generata dai meccanismi distruttivi del capitalismo più bieco? Siamo sicuri che esista ancora una dignità collettiva da difendere e, se esiste, che la strada intrapresa sia quella giusta? Siamo sicuri che stiamo restituendo ai nostri figli e nipoti un bene insostituibile che avevamo in prestito da loro e che dovevamo mantenere integro?

Siamo sicuri?


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  • Observer Shardana
    Mi sono imbattuto in sto post per puro caso.
    Scommetto che fra quelli che parlano di chiusura dello stabilimento ci sono pochi lavoratori del polo industriale.
    Scommetto che fra questi cialtroni in pochi hanno provato a mettere piede all'interno dello stabilimento Saras.

    Ma siete sicuri di quello che dite? Ci siete mai entrati? Avete mai visto altre raffierie sparse per il mondo e quali sistemi di sicurezza (Procedure comprese) utilizzano?

    Spero che almeno parliate con cognizione di causa.
  • La vicenda odierna di Viareggio mi ha ricordato questo post.
    Linko una riflessione di Beppe Grillo con la quale concordo: http://www.beppegrillo.it/2009/06/lo_stato_dell...

    "La riflessione è questa: come già detto questa è stata una tragedia che deve la sua origine in parte a causa della dipendenza energetica dall'uso dei combustibili fossili...ma se al posto del gas ci fossero state scorie chimiche tossiche o peggio ancora scorie nucleari? Quali sarebbero state le conseguenze? Tralasciando la stupidità umana che ha causato il disastro, dovuto alla scarsa manutenzione, allo scarso controllo (contenimento delle spese?) dobbiamo renderci conto che non possiamo mandare in giro merci o combustibili fossili e nucleari che siano. Dobbiamo cambiare le nostre abitudini, il modo di concepire come fare energia."

    Tutto questo si ricollega anche al nostro post sulle centrali nucleari: http://www.coronadelogu.com/2009/03/05/pieni-di...
  • Sono d'accordo con Omar e direi che il tutto è sovrapponibile anche sul territorio cultural-politico italiano (o italiota se preferite)
  • Su come quei fatti ormai antichi siano legati agli attuali padroni d'Italia si può (ancora) leggere anche qui:
    maxitangente
    Intanto bisogna, giustamente ricordare che bisogna garantire i posti di lavoro, lo smantellamento delle industrie superstiti non è ragionevolmente praticabile nè auspicabile; ma la loro messa in sicurezza certamente si, con vantaggi occupazionali e ambientali.
    È risaputo che la stessa industria adotta standard qualitativi e di sicurezza diversificati in funzione dello luogo dopo opera. Se la Saras avesse l'impianto in Germania o negli USA applicherebbe standard più elevati che a Sarroch, e sicuramente più disinvolti in Africa, India o Cina.
    Se quegli operai hanno agito in quel modo è perché evidentemente quella era la prassi usuale, il fatto che le procedure aziendali siano sulla carta valide ed efficaci non significa affatto che queste vengano pedissequamente eseguite.
  • A forza di rinviare il problema con l'argomento dei posti di lavoro, sappiamo cosa sta succedendo a Porto Torres, Ottana, Portovesme. Chiaramente, la soluzione non si troverà con la bacchetta magica dall'oggi al domani, ma se mai si comincia a progettare un futuro diverso, mai lo si realizzerà.

    Nel breve periodo (5/10 anni) ovviamente non è pensabile la dismissione immediata e totale degli impianti (fatte salve clamorose e non impossibili decisioni dell'azienda, Euroallumina docet). Nel frattempo bisognerebbe procedere a progettare due ordini di intervento:
    1) bonifica;
    2) riconversione della zona industriale.
    Questo, oltre agli investimenti, non solo finanziari, nei settori che già oggi possono fornire fonti di reddito alternative: turismo e agricoltura.

    Tutto ciò, ovviamente, investe varie questioni, non ultima quella del rapporto di subalternità patologica verso lo stato italiano.

    Purtroppo, a occhio e croce, non credo proprio possa essere l'attuale classe dirigente sarda a risolvere il problema.
  • Alberto M
    Siamo sicuri? No. Però come mettere in pratica questo tipo di sviluppo alternativo 'in breve tempo'? Si parla di migliaia di lavoratori. Se la raffineria chiudesse domani, ad esempio, nel frattempo come si procederebbe per quelle migliaia di lavoratori? È evidente che la fase di transizione richiederebbe lungimiranza, attenzione, forti risorse...
  • Oliver Perra
    @Alberto M,
    Come ha detto Omar, bisogna pur iniziare. Negli stessi giorni in cui è accaduto questo triste fatto, in Scozia il primo ministro scozzese inaugurava la più grande centrale eolica "onshore" d'Europa e la Cina aveva approvato la decisione di investire in modo consistente sull'energia solare. Se non si comincia, ci troveremo invitabilmente con un enorme ritardo in termini di tecnologia, infrastrutture e conoscenze, un ritardo che pageheremo molto caro.
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