set 10 2009

Letteratura e indipendenza (parte 1)

Michela Murgia @ 13:25

immagine di Zusepe Ruju

Riporto la prima parte di una sbobinatura ripulita di una interessante conversazione tenuta da Paolo Maninchedda con alcuni suoi allievi nella campagna di Antonio e Tetta Succu vicino a Bosa. L’ho presa da qui.

Un amico romanziere mi ha comunicato di non voler più scrivere. Il motivo? “O scrivi un romanzo capace di rappresentare il mondo, o non serve scrivere”. In parole povere, il mio amico, che è sardo, dice che o uno scrittore ha veramente qualcosa da dire oppure scivola a inventare storie come un cantastorie ma poi, prima o poi, comincia a stancarsi, a soffrire o di un senso di vacuità o di quell’insopportabile eccesso di cinismo che può catturare i commercianti che credono troppo nel proprio mestiere.
Faccio degli esempi di grandi romanzi con l’ambizione riuscita di fornire una visione del mondo dilettando il lettore con una storia appassionante. Faccio nomi scegliendo tra i più noti e limitati all’Italia, in modo da chiarire bene ciò che intendo dire. In Italia: I promessi sposi, Mastro don Gesualdo, Il Gattopardo, Il giorno della civetta, Il nome della rosa.
In Sardegna, io non trovo né la Deledda né il suo iniziale modello Enrico Costa, capaci di grandi costruzioni simboliche, cioè capaci di quelle grandi architetture mentali che sono i romanzi, dotandole di strutture ideologiche, simboliche, emotive e fantastiche che un romanzo deve avere. La differenza fu che la Deledda fu più capace di intuire lo spirito con cui l’Europa guardava e guarda alla Sardegna. Capì che l’Europa che si stava meccanizzando, l’Europa bellica e industriale (come l’attuale Europa tecnologica e virtuale) cercava nell’arcaico il legame con l’autenticità perduta, il rapporto col corpo, con la natura, con la primordialità delle passioni. La Deledda soddisfò questa esigenza salottiera della borghesissima e violentissima Europa dei primi del Novecento; lo fece più in virtù di un fervido intuito, di una forte capacità di risposta al pubblico, non certo per una personale capacità di elaborazione teorica. Respirò gli umori dei pittori della secessione, senza però saperne condividere il perimetro ideologico. In fin dei conti, l’erede migliore di questa attitudine deleddiana, capace di soddisfare l’esigenza di primitivo come surrogato dell’esigenza dell’autentico che percorre da sempre l’Europa, specie dopo la Controriforma e dopo le due ondate iper razionalistiche dei cascami dell’Illuminismo e del Positivismo, è oggi Niffoi. Carne, corpo, sangue, morte, maschi e femmine prima che uomini e donne, magia e destino, sono tutti elementi che il professore di Orani sa maneggiare in modo eccellente. Ma si tratta pur sempre e solo di prodotti letterari, che si vendono e si comprano, privi (programmaticamente privi, perché Niffoi, volendo, saprebbe scrivere un romanzo importante, ma sa altrettanto bene che avrebbe difficoltà a pubblicarlo e probabilmente non sarebbe capito dai più) di una pretesa di visione di Dio, del mondo, delle cose e degli uomini. Questi testi, accompagnano il mondo senza modificarlo. Invece la letteratura, la musica e il cinema hanno una grande potenzialità riformista rispetto alla realtà. Il mio Diaspora ha il difetto opposto: troppo ideologico e troppo poco narrativo.
Gramsci fu uno dei pochissimi (a mio avviso l’unico, ma non sono un esperto attrezzato del marxismo) a capire che la letteratura non è lo specchio dei rapporti economici e sociali di una data società. Anzi, lui considerava poco intelligenti coloro che avevano una visione così elementare della storia.Per esempio, pochi sono consapevoli che una delle radici della laicità, ossia il diritto di ciascuno a un percorso individuale e libero verso la felicità (o “compimento di sé che dir si voglia) ha un’antichissima radice letteraria e solo letteraria. Credo si capisca dove voglio andare a parare: la causa dell’indipendenza e dell’autogoverno della Sardegna ha bisogno di una letteratura, di un cinema, di una musica e di un teatro che abbiano grandi ambizioni culturali. Ora, il problema dell’arte in Sardegna consiste nelle modalità estetiche di assimilazione della modernità. Mi spiego. La modernità è arrivata in Sardegna, ma la mentalità comune, e la stessa cultura degli alfabetizzati, la sente come accessoria e aggiuntiva rispetto al sapere tradizionale. Ora, il problema non è dato da che cosa sia la modernità, ma da che cosa sia questo sapere tradizionale, quella che enfaticamente è chiamata la cultura sarda. Non vorrei essere frainteso: la cultura sarda esiste eccome, ma comunemente, non in alcune e ristrettissime élite, essa è un coacervo acritico di abitudini, linguaggi, approcci, privi di sistematicità e non filtrati da alcuna criticità. C’è stata una fase di vaglio critico molto proficua: Miele amaro di Cambosu è un grande tentativo di sintesi di cronaca e letteratura che Peppino Fiori ammirò e, a mio avviso, invidiò (per cui, ovviamente, criticò) Cambosu. Però, proprio i libri migliori di Fiori (che io farei studiare nelle scuole), Baroni in laguna, La vita di Antonio Gramsci e Il cavaliere dei rossomori, fanno un tentativo analogo, riuscitissimo, ma privi della fusione dell’intensità del reportage con la potenza evocativa, sia razionale che emozionale, della fantasia e dell’arte. Al contrario, il Ballo a tre passi di Salvatore Mereu riesce ad avere una fortissima carica simbolica, una profondità poetica notevole, ma nessuna lettura modificativa della realtà (dai suoi film emerge chiaramente che a Mereu non importa un fico secco della politica, ed è veramente fortunato ad avere questa libertà, non la capisce e un po’ la teme, come tutti gli artisti). Non a caso, quando prende il romanzo di Giuseppe Fiori Sonetaula e lo trasferisce in pellicola, si nota uno scarto tra il linguaggio cinematografico, molto lirico e estetizzante, e la materia, quella di un romanzetto ideologico, a tesi, che non è l’opera migliore di Fiori (la cosa peggiore sono i dialoghi, forzati anche nel libro). Per certi versi, un libro adatto alla trasposizione lirica che ne saprebbe fare Mereu, è Alivertu, scritto da Mario Puddu quando ancora faceva il pastore e sostanzialmente un’opera imperfetta e incompiuta, aperta dunque a compimenti a piacere; Mereu ne farebbe un capolavoro consolatorio, ma lo priverebbe, perché la violenza del mondo lo spaventa e non sa interpretarla, in un’opera rassicurante e assolutamente inutile per la Sardegna. Mereu, però, è utile per parlare di una generazione di artisti formato esportazione. Prima di tutto una domanda: il successo di un sardo è il successo della Sardegna? Il successo significa solo che una persona ha saputo ben coniugare talento, intelligenza e circostanze. La logica del testimonial (affidare la propria immagine ad un’altra immagine di successo) funziona, e non sempre, per le merci, ma non funziona per i popoli. Neanche il cosiddetto marketing territoriale ha effetti sicuri dai testimonial. Viceversa, dire: “Siamo grandi” perché uno è diventato grande, è assimilabile ai processi di identificazione innocui (sul piano civile) che stanno dietro il tifo calcistico o i clubs dei fan dei gruppi musicali. Il formato esportazione è per noi rilevante nella misura in cui è sintesi cosciente di tradizione e modernità. Alcune sintesi si sono registrate in campo musicale. L’apripista è stato Piero Marras, ma oggi Tazenda e Elena Ledda sono certamente interpreti e non epigoni di questa sintesi. Tuttavia, se si ascoltano tre brani quali Sa ‘oghe ‘e Maria di Marras, Tres mamas di Elena Ledda e Pane Caente dei Tazenda (quest’ultima una canzone fortemente niffoiana senza la visione cupa della sessualità che ha Niffoi) si scopre che Mereu non è solo: l’assenza di una visione aggiornata delle ambizioni civili della Sardegna, produce una prevalenza dell’aspetto lirico (e religioso), suggestivo ed emotivo, rispetto a quello civile. Non a caso gran parte, non tutti, di questi artisti hanno guardato a Soru come ad una grande speranza. Soru è stato nell’esperienza dell’autonomia il presidente che più ha trasmesso il senso di una sovranità dei sardi (il limite, rilevante e per me insuperabile, è stato concepirsi come sovrano). Per cui, agli occhi degli artisti, lui era la strada breve per colmare quell’assenza di pensiero di sintesi del futuro civile della Sardegna di cui parlavo, e che non può essere rappresentata dai cascami del post-colonialismo di matrice marxista che ancora capita di leggere e sentire nelle parole e negli scritti di qualche sessantenne peter pan del sessantotto. Ma quell’assenza di pensiero non può più essere colmato dall’estetica dell’eroe solitario (altra tentazione demoniaca che ha funestato l’esperienza Soru). Nella modernità vince la squadra, non il capitano solitario (cosa non compresa dagli intellettuali deboli nel cuore che si innamorano degli uomini forti). L’assenza di un collante credibile per la Sardegna è la radice della scrittura di Marcello Fois. Nulla è nel titolo e nel contenuto la migliore rappresentazione di una sintesi tra il vuoto dell’esistenza dei singoli e il vuoto del senso di esistere di una società. Questo intreccio mortale è palpabile a Nuoro, che Fois conosce (o conosceva) benissimo. Poi Fois si è professionalizzato e ha fatto l’apripista di Niffoi e degli altri, che in ultima analisi, perché meno tormentati di lui, l’hanno sorpassato negli scaffali e nei market (alcuni scritti minori di Fois, però, hanno robustezza ideologica, ma nenacche lui sembra crederci molto). Il nulla sta sotto anche L’oro di Fraus di Giulio Angioni. Chiunque legga Angioni (che quando scrive in sardo è molto più autentico e profondo che in italiano) avverte esattamente la percezione del vuoto storico e esistenziale raccontato da un autore con molte letture. Dopo quel primo libro (per molti versi acerbo e con una tensione innovativa nel linguaggio un po’ fredda e accademica), anche lui ha concesso molto allo scaffale, magari avvertendo tra le righe il lettore, di non prenderlo troppo sul serio. Ora, il problema della modernità della Sardegna è esattamente quello posto da questi due autori (posto da questi due, per tutti): la sua apparente o sostanziale insensatezza. Qui sta un punto decisivo: Gramsci, che è stato il più grande intellettuale sardo del Novecento (Lussu è stato il più grande comandante, aveva un talento militare insuperabile), è riuscito a leggere il suo tempo in modo profondo, solido. Non aveva una visione panica, confua, emotiva o estetizzante del presente. Era un uomo solido con un pensiero robusto. Dopo di lui non c’è stato un intellettuale di pari levatura. Però c’è stato un letterato che, scrivendosi il suo percorso nella carne, era giunto ad una sintesi di grande maturità. Si tratta di Sergio Atzeni. (continua…)


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  • Casa Succu
    Conversazioni letterarie a casa Succu? mah.

    Kelledda Murgia says:
    ...una conversazione tenuta da Maninchedda con alcuni suoi allievi nella campagna di Antonio e Tetta Succu vicino a Bosa. Non condivido tutto, ma l'ho trovata davvero interessante.


    Maninchedda says:
    Un amico romanziere mi ha comunicato di non voler più scrivere. Il motivo? “O scrivi un romanzo capace di rappresentare il mondo, o non serve scrivere”. In parole povere, il mio amico, che è sardo, dice che o uno scrittore ha veramente qualcosa da dire oppure scivola a inventare storie come un cantastorie ma poi, prima o poi, comincia a stancarsi, a soffrire o di un senso di vacuità o di quell’insopportabile eccesso di cinismo che può catturare i commercianti che credono troppo nel proprio mestiere.



    La Nuova Sardegna - 16.09.09 says:
    (....)Sono saltati, dopo il vertice tra Cappellacci e i segretari, svoltosi attorno alle 13, due novità di rilievo: sono stati infatti esclusi due designati che erano stati dati per certi, vale a dire Mariano Meloni (Psd’Az) e Roberto Sequi (Riformatori), perché è passato il criterio della sostituzione totale dei dirigenti nominati durante la gestione Soru. Meloni, ora indicato per Nuoro, era direttore amministrativo a Lanusei e Sequi, ora designato per l’azienda mista di Cagliari, era direttore sanitario al Brotzu. Sul piano politico non è cambiato niente perché al posto di Meloni è entrato a Nuoro il primario di ginecologia Antonio Succu (sempre per scelta di Paolo Maninchedda) e all’azienda mista di Cagliari Ennio Filigheddu (anch’egli come Sequi uomo di fiducia dell’ex manager e ora consigliere regionale Franco Meloni). La sostituzione di Meloni con Succu non ha certo risolto il caso nuoro. Uno dei contestatori nel Pdl, Silvestro Ladu, è tornato alla carica: «Nel Pdl la provincia di Nuoro è stata sacirificata ancora una volta per soddisfare altre esigenze. E’ un errore politico».(....)
  • Sardigna Liberation Front
    Sotto certi aspetti mi spaventa esser d'accordo (seppure solo in parte) con il giudizio di Maninchedda su alcuni ns. scrittori e autori....

    Nell'altro post su questo blog (quello sulla Batalla) ho commentato dicendo quello che penso riguardo il discorso di referenziazione degli intellettuali sardi verso l'interno o l'esterno di questa Sardegna.

    Sono ovviamente molto meno d'accordo con tutto il resto delle sue affermazioni che esulano da questi discorsi letterari.
    Però, è giusto dirsele le cose e se guardiamo alla reale presenza o assenza di intellettuali, artisti e letterati sardi (siano essi registi, musicisti, scrittori, poeti, saggisti) il panorama non sembra così roseo.
    Chiunque siano, in qualsiasi lingua scrivano, di qualsiasi cosa parlino sarebbero da intendere come rappresentanti forti di una "nuova" letteratura Sarda solo quando essi fossero in grado di incidere sul sentimento contemporaneo di chi li legge, nello stesso modo con il quale hanno inciso gli altri importanti nomi che Maninchedda cita.

    E dovrebbero farlo forse fuori dalle mode, dai contesti culturali o dai limiti delle rispettive visioni politiche di riferimento.

    Ecco per una "nuova" letterattura servirebbero nuovi intellettuali forti in grado di definire la strada di una consapevolezza condivisa, con il rispetto verso quello che siamo stati, con l'appartenenza innata ad una terra o ad un popolo come questo, ma anche contemporaneamente moderna. Discorso dunque condivisibile.

    Trovo invece in parte stridente la voleè con cui Maninchedda, sottorete, ci dica che la cultura della Sardegna ha avuto il difetto di aderire, per scarsa capactà di analisi autonoma o di espressione di questa forza, al mito di un progetto politico (quello di Soru che sposò comunque appieno anche Maninchedda all'inizio), trasformatosi in un culto della personalità di un uomo solo al comando e dunque, per questo fallimentare.
    Contemporaneamente però Maninchedda ci propone anche la sua visione "letteraria" dalla quale emerge comunque la forza delle idee e dello scrivere di un Gramsci, quasi come unico elemento che ci resti o questa isola abbia avuto insieme a ben pochi altri, per dichiarare rivalsa nei confronti del mondo.

    Anche questo è banale. I letterati e pensatori migliori del passato, (come anche alcuni uomini politici) diventano spesso quelli altamente citati nei discorsi dei salotti culturali in quanto ormai resi innocui, per l'agire contemporaneo, proprio dalla loro assenza. E' quindi troppo semplice rimpiangerli e amarli, così come è semplice usare anche le loro idee (o parte delle stesse) per i propri fini sopratutto se siamo certi che non torneranno mai dalla tomba a smentirci con i fatti.

    Sorridendo riguardo la mia stessa ultima affermazione sui politici rimpianti ho pensato che non saprei se augurare o meno al povero Renato Soru un suo ritorno tra qualche anno sulla scena politica sarda.

    Anche perchè riemergendo come uno zombie dalla tomba in cui è stato cacciato dai molti politici sardi, avversari ma anche quelli che stavano apparentemente al suo fianco, poi potrebbe addirittura smentire qualcuno dei suoi ammiratori della prima ora (come Manichedda) sul concetto di uomo solo al comando.
    Magari cercando una rinnovata condivisione di intenti e forse costringendo i tanti gattopardi sardi e sordo/muti onnipresenti sulla scena politica e immobili ad uscire allo scoperto, per parlare e parlarsi davvero e sopratutto per fare.

    Perchè tanti di questi nuovi/vecchi gattopardi sardi, oggi plaudono all'azionismo parolaio e puramente di facciata del centrodestra che li governa, permettendo a quest'ultimo, con la loro acquiscienza il poter far strage di qualsiasi ipotesi di "sovranità" del popolo sardo, nei fatti quotidiani, nei principi generali, sul territorio sociale e ambientale, su ogni attività e ovunque.
    Strage che sarà tale, al termine dei giochi, da ipotecare anche qualsiasi futuro per decenni a vebire iin questa Isola, in termini di logiche indipendentiste o anche solo banalmente autonomiste. Con buona pace del nuovo sardismo che maninchedda aspira a rappresentare. Se poi questo viene fatto sulla pelle dei Sardi e della Sardegna tutta, a questo strano e nuovo intelllettualismo Manicheo/Manincheddiano poco importa.

    Del resto la condivisione del popolo sardo e del territorio appare nei sondaggi e sui media sempre forte e maggioritaria, almeno pare. E' tale anche grazie al consenso dei tanti sardi sordi e muti (nel senso che non possono sentiri o non hanno mai voce) e con la collaborazione (forse dovrei usare collaborazionismo) di quelli che sordomuti non sono e potrebbero dire qualcosa ma non lo fanno.
    Sordomuti culturali dunque. Abituati ad uccider sempre qualsiasi presunto principe nella culla per poter tramare in attesa del prossimo imperatore, che gli offra un viscontado, un ducato... (o anche soli trenta denari).

    Non so quindi se augurare a Soru di tornare sulla scena politica in una Sardegna di questo tipo, oppure se sia meglio per lui l'oblio definitivo e la eventuale riscoperta dopo molti decenni dalla sua morte, come sembra fare oggi Manichedda con Lussu e anche con Gramsci.

    Uomini che tra l'altro potrebbero essere definiti forse entrambi, forti, soli al comando (delle proprie idee ma non solo) e anche capitani di nome o di fatto. Entrambi uomini, anche per questo motivo, spesso più solitari di quanto non si immagini, in parte fuori o troppo avanti per il sentire del loro tempo. :-)

    Insomma, chiudendo questo OT "politico" e tornando all'aspetto puramente culturale, concordo a denti stretti sui giudizi di Maninchedda che riguardano Gramsci e ad esser sincero ne vedo ben pochi letterati e intellettuali sardi in grado di reggere il confronto con lui. Michelangelo Pira, Sergio Atzeni, Vittorino Fiori e ancora pochi altri.
    E sono tutti morti (alcuni anche purtroppo tra l'indifferenza, o la malcelata supponenza dei loro contemporanei e conterranei). Direi quindi che li possiamo citare nei nostri salotti senza troppe remore.

    Invece, sull'esistenza/inesistenza e necessità di riconoscimento di una nuova letteratura Sarda, credo però si dovrebbe essere meno definitivi.
    Se esiste oggi una letteratura Sarda, volta al presente e al contemporaneo, essa è sicuramente scritta in lingua italiana, almeno in larga maggioranza. E usa forse altri aspetti della sarditudine come un grimaldello culturale e cognitivo, anche per potersi garantire l'apertura migliore verso l'esterno. La nostra letteratura sarda migliore, mi sembra guardi infatti verso il resto del mondo considerando questa Terra un molo di partenza e approdo.
    Forse è anche giusto sia oggi così.

    Quanto alle tematiche, se vogliamo saltare a più pari il fenomeno recente del "Noir" (che seppure di un certo rilievo e ricco di grancassa mediatica così pervaso di quella sardità proprio non mi pare), credo che gli scrittori della nostra "nouvelle vague" quando esistono siano ben pochi, anche essi abbastanza solitari o soli in quanto ognuno rappresentativo di un microcomo che parla di se e del proprio universo di riferimento.
    Ma anche per questo parla a suo modo e con parole nuove di una "nuova" Sardegna o un nuovo sentire. Non so se sia un bene o meno. Esiste una mutazione evolutiva (non necessariamente intesa come aspetto negativo) che comunque è ormai diversa e lontana, volenti o nolenti, da quella conservativa dei padri.
    Con buona pace di Gramsci, Lussu e molti altri.
    Forse permettetemi una considerazione, l'unico in grado di afferrarla al volo tra i nomi citati e defunti, questa mutazione della nuova letterattura sarda, sarebbe Mialinu Pira. Ma lui era, anche allora, un sardo nato per l'Altrove.

    Procedendo nel mio lungo discorso, arriverei anche ad affermare un altra cosa. Oggi i luoghi del fare artistico o della sua fruizione, per un intellettuale moderno che sia creatore d'arte (letterattura, musica, cinema o fumetti avrebbe poca importanza) così come per un fruitore accorto delle diverse forme artistiche (e le nuove generazioni sono più accorte di quanto non si immagini) non stanno più all'interno dei libri (o perlomeno non soltanto in essi).
    Direi che il fatto che esista una moderna letteratura Sarda, in qualche modo edita o cartacea, cui fare riferimento sia un discorso pienamente superato dagli eventi.

    La moderna letterattura sarda probabilmente risulta Altrove. Si trova magari sui blog e sulla rete, sui siti porno e sulle webzine musicali, la scarichi gratis su emule, su Youtube, su GoogleBooks e la leggi, in tempo reale e mentre viene creata, senza nessuna mediazione editoriale sulle migliaia di Chat o Forum internet dove le persone scrivono e parlano di qualsiasi cosa, dal bondage, ai tatuaggi, dall'architettura alle arti marziali, dai nuraghe alla cucina.

    La trovi anche sempre scritta e piena di abbreviazioni sui milioni di sms, in quella strana neo-lingua che riempie il gioco quotidiano e i tempi morti o la noia delle nostre giovani generazioni, fuori e dentro le nostre scuole.

    E i libri mai scritti di questa nuova letterattura girano lo stesso e vvengono letti anche se stanno sulle migliaia di palmari, e-book, IPhone o portatili, migranti per diletto o necessità, come sempre migrano anche i sardi loro proprietari, alla ricerca di un hotspot wi-fi in giro per la Sardegna, l'italia e il mondo.

    I libri peggiori, quelli della cultura popolare di un tempo esistono ancora. Stanno nei centri commerciali sempre più grandi delle nostre piccole città di provincia. Quelle cattedrali del nulla fatto di gente e merci che hanno sostituito le nostre piazze e fiere paesane.
    La trovate, la nuova letterattura peggiore, anche nelle feste di partito o movimento o in quelle religiose.
    E i libri più letti, che non sono mai i migliori, stanno ormai dentro le nostre televisioni digitali o satellitari, sempre accese e tutte uguali fra loro ma tutte a modo loro diverse, anche nella ricerca del peggio assoluto si possa mai trasmettere.

    Insommma. La nuova letteratura Sarda se esiste sarebbe ovunque come qualsiasi letterattura moderna oggi.
    Sarebbe in ogni neo-luogo culturale dove qualche Sardo (per nascita o per sentire che lo riguardi come ad essa appartenente) ci dica qualcosa, anche non necessariamente positivo, sulla sua Terra.

    E molti neo-luoghi sono anche non-luoghi che corrispondono a niente o ad un altrove rispetto la propria terra, la propria lingua, il proprio popolo o il proprio microcosmo, (cosa valida per questa terra come per qualsiasi altra).

    Ecco perchè non mi preoccupperei troppo dell'esistenza o della ricerca di una nuova letteratura Sarda.
    Se esiste sarà lei a venirci a cercare.
    Anche se forse non avrà i nostri occhi.
  • sardinialiberationfront
    Prego i pochi che sicuramente hanno letto questo lungo intervento (e sopratutto chi vi ha inserito un like it) di scusare il "disturbantissimo" letteraTTura ricorrente nel testo. Un errore di un fottuto correttore ortografico, disabilitato troppo tardi.

    Errore che il caso però ha forse reso assolutamente in tema con il concetto che cercavo di esprimere.
    Una letteraTTura forse, intesa come neo-letteratura della rete, in parte subdolamente aTTiva e dunque autonoma e altro da noi .
  • Al di là dei giudizi politici (o personali, caso mai) sul prof. Maninchedda, bisogna pur riconoscere che solleva una questione che prima o poi bisognerà pur discutere.

    Intanto si parte dall'assioma che esiste una letteratura sarda di cui parlare. E questo è già un bel mettere il carro davanti ai buoi. Anche io penso che esista una "letteratura sarda" e mi pare relativamente facile argomentare tale asserzione. Salvo incorrere in qualche intoppo quando si tenti di scendere un po' oltre il livello meramente quantitativo, a spanne, e si cerchi di sviscerare il problema con riguardo agli ultimi vent'anni e alla forma romanzo in particolare. Quindi, in questo caso, ci vorrebbe qualche chiarimento preliminare da fornire.

    Ma diamo pure per assodato che esista una narrativa e una narrativa in forma romanzo "sarda". A questo punto varrebbe la pena di interrogarsi circa la sua funzione culturale e sociale, l'immaginario di riferimento o quello creato da tale narrativa, i risvolti sul comune sentire dei sardi, le conseguenze politiche (se ce ne sono). Esiste questo sguardo torbido o strabico nella nostra letteratura? Come funziona il rapporto tra letteratura sarda e pubblico sardo? Esiste una qualche forma di riconoscimento collettivo? E, se sì, in che forma e misura?
    Questi sono aspetti della faccenda che Maninchedda propone, dando le proprie valutazioni. Tutto sembra tranne che peregrina.

    Quanto ai suoi giudizi, non li trovo così tranchant e ingiustificati. Mi pare che Maninchedda porti delle argomentazioni. Condivisibili o meno che siano, potremmo discutere di quelle, verificarne la pertinenza e la congruità, o il grado di persuasività.
    Certo, non possiamo delegittimare chicchessia nell'ambito di un discorso come questo. Se il dibattito sul tema ci interessa, affrontiamolo, ognuno con le proprie ragioni. E lo dico da persona che non può essere più distante da Maninchedda su molte questioni fondamentali.

    Parliamone.
  • marieddu
    Chissà chi ha insegnato al professor onorevole Maninchedda a triciare giudizi così netti, definitivi e di taglio dogmatico sul lavoro letterario complessivo e complesso di tanti scrittori sardi vivi e morti. Il tutto sembra una caricatura sardista incattivita della scelta italianista di Francesco de Sactis secondo cui i buoni scrittori italiani erano solo quelli direttamente o indirettamenti favorevoli all'unità d'Italia (fin dai tempi degli etruschi). Non manca nemmeno la nozione di invidia usata come criterio di giudizio critico, che si potrebbe usare contro di lui se non altro perché anche Maninchedda ho scritto due libri di narrativa (a mio parere pessima, e per questo di scarsissima fortuna di pubblico e di critica). E questo sarebbe un modo per fare consenso e senso comune intorno all'idea dell'indipendenza della Sardegna? Vedremo come va avanti e dove va a parare, ma mi sa che persino il senatur Bossi avrebbe scritto qualcosa di più articolato. Cara Michela, tu scrivi che l'articolo è interessante. Certamente, ma forse solo come esempio di come non bisogna essere sardisti nel fare "critica" letteraria.
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