gen 09 2010

La storia siamo noi

Omar Onnis @ 10:19
Camillo Bellieni

Camillo Bellieni

Una classe politica votata alla mediazione col potere centrale, a protezione di privilegi suoi e altrui. Le risorse del territorio appaltate o cedute al controllo forestiero, per lo più di natura parassitaria e speculatrice. Disagio sociale, inadeguatezza dei salari al costo della vita e costante ricatto occupazionale come garanzia di condizioni lavorative scadenti. Controllo dell’informazione e repressione del dissenso. Diffuso sentimento popolare di stanchezza e desiderio di affrancamento politico.

Questa era la situazione della Sardegna cento anni fa. Somiglia tanto a quella attuale.

Le ragioni di tale somiglianza risiedono sia nella congiuntura, sia nei nodi strutturali del nostro rapporto con l’Italia, tutti ancora irrisolti.
Sappiamo come andò allora. Il sentimento popolare, che nelle manifestazioni di piazza così come nelle chiacchiere da bettola si traduceva nel motto “a fora sos continentales”, trovò una formalizzazione più precisa in seguito all’esperienza dei sardi nelle trincee della Grande Guerra. La definitiva presa di coscienza della propria diversità culturale e storica richiedeva uno sbocco politico. Il quale fu offerto dalla trasformazione del partito dei reduci nel Partito sardo d’azione. Era il 1921.

Allora si giocò una partita decisiva, per la nostra sorte collettiva. Benché la base dello stesso PSdAz fosse largamente sensibile all’idea del distacco dallo stato italiano (allora si chiamava, in senso spregiativo, “separatismo”) i suoi dirigenti (Camillo Bellieni in primis e Emilio Lussu a rimorchio) fecero di tutto per convogliare quelle energie spontanee entro l’alveo artificioso e complicato (come spiegava lo stesso Bellieni) dell’autonomismo. Mentre nel parlamento italiano si ventilava la possibilità che la Sardegna seguisse la sorte che in quegli stessi mesi aveva portato l’Irlanda a ottenere un primo riconoscimento di sovranità, lo stesso E. Lussu, alla Camera dei deputati, si premurava di tuonare contro ogni possibile fraintendimento separatista, difendendo l’idea di una Sardegna fedele allo stato italiano, disponibile a qualsiasi sacrificio a patto di ottenere più attenzioni e più sostegno.

Si trattò, come oggi è evidente, di un clamoroso abbaglio politico, le cui conseguenze abbiamo pagato fino ad oggi. Le premesse storiche erano di tutt’altro segno, ma qui entra in gioco quell’elemento non controllabile delle vicende umane per cui una necessità storica non è affatto detto che trovi compimento nei termini che sembrano più scontati o probabili sul momento.

Ma oggi? Oggi – a fronte di una situazione in qualche modo analoga a quella di cento anni fa, con la differenza fondamentale, forse, di una fase declinante della civiltà in cui siamo immersi e di cui facciamo parte – quali sbocchi si profilano alla nostra crisi economica, morale e spirituale?

Difendere l’autonomia come ricetta vincente in un mondo ipercomplesso e assai più dinamico di cento e di sessanta anni fa, più che miope sembra proprio irrealistico. Ma chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e assumersi la responsabilità storica di proporre un orizzonte teorico e pragmatico che risponda alle esigenze profonde della nostra collettività?

Franciscu Sedda

Franciscu Sedda

Io credo che, a uno sguardo puro, onesto, non possa bastare come risposta l’apparato partitico italiano che domina (per lo più per conto terzi) la nostra terra. È di nuovo maturo il tempo per cui ci assumiamo direttamente il carico della nostra sorte, senza recriminazioni, senza piagnistei poco edificanti, senza attese di salvezza dall’esterno o dall’alto. Serve un altro Partito sardo? Forse sì, un partito che sia nazionale e contemporaneamente non vincolato a interessi alieni o particolaristici, ma nemmeno che si appesantisca da solo con la zavorra della subalternità all’Italia.

Aguzziamo la vista: forse qualcosa in questa direzione si muove, forse è già nata una nuova consapevolezza che si va declinando in termini politici. Non sarà maggioritaria, ma sta facendo passi enormi verso quella quota di consenso e partecipazione attiva che farà massa critica, che darà uno scossone all’inerzia storica fin qui apparentemente irremovibile.

Per parafrasare uno dei politici più sopravvalutati del Secolo breve (ma dotato di acume retorico), non chiediamoci cosa può fare la Sardegna per noi, chiediamoci invece cosa possiamo fare noi per la Sardegna. E diamoci una mossa.


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  • giuseppemulas
    Si scusami, effettivamente non e' questa la sede giusta per le mie domande.... , per il resto con me sfondi una porta aperta.
    Il percorso formativo e politico che mi ha portato a ritenere che sia giusto,opportuno e necessario che prendiamo atto, come cittadini sardi, del fatto che non possa essere nessun'altro se non noi stessi a poter fare i nostri interessi al meglio, e' stato quello di un qualsiasi giovane italiano che ha studiato nella scuola italiana, ha fatto proprie le idee politiche di partiti italiani etc.etc..., e per questo il mio sardocentrismo non e' mai stato in funzione anti-italiana e mai lo sara', cosi' come per la stragrande maggioranza degli indipendentisti moderni.
    Purtroppo la caduta in picchiata delle istituzioni italiane, della sua classe dirigente sempre piu' inadeguata e corrotta, l'instupidimento di massa indotto dai mass-media e dal teatrino della politica ci hanno fatto assistere alla deplorevole caccia all'uomo di Rosarno, dove ormai il carattere razzista della nazione italiana e' completamente saltato fuori in tutto il suo squallore.

    Le ragioni di un "sardocentrismo" politico sono di ordine storico, economico, culturale e non hanno nulla a che fare con l'Italia, ma caspita, io mi chiedo se tutti quei cittadini sardi che si sentono italiani dentro,in questi giorni non si vergognino di esserlo.

    Scusa Omar forse sono uscito un tantino off topic, ma non piu' di tanto.
  • Io non credo che ci si debba vergognare di un'appartenenza, Giuse', perché in fondo ognuno si qualifica per quello che fa, per i propri comportamenti. Il fatto che a Rosarno alcune persone stiano attuando comportamenti da KKK, non qualifica tutti gli abitanti del luogo, né tutti i calabresi, né tutti gli italiani.

    Dici bene, invece, quando specifichi che la questione della visione sardo-centrica non è per propria intima natura anti-italiana: è solo una rifondazione - secondo me necessaria - della nostra identificazione collettiva.
    Certo, è inevitabile che, nelle condizioni storiche in cui ci troviamo, tale discorso non possa prescindere dai nostri rapporti politici, culturali, economici con l'Italia.
  • giuseppemulas
    Forse mi sono espresso male, intendevo dire che il volersi aggrappare con tutte le forze allo stato italiano pur avendo sotto gli occhi il suo degrado mi sembra paradossale,tutto qui, ma questo e' piu' che altro un mio sfogo personale.

    Se nonostante le motivazioni plausibili e innegabili rispetto ad una nostra emancipazione, guardando in casa nostra e volgendo lo sguardo oltre il mare, si avesse un esempio e un modello al quale aspirare o di cui essere fieri sarebbe gia' diverso, ma ostinarsi anche di fronte a questo spettacolo indecente al quale assistiamo ogni giorno..... bah ! Che dire ?
  • giuseppemulas
    In che modo influiscono questi cambiamenti all'interno dell'organizzazione della classe dirigente di iRS sull'azione del movimento ? Quali obiettivi si vorrebbero raggiungere ? Cosa intendi per creazione di un nuovo partito sardo ?
  • Giuse', queste domande sarebbero da porre nella sede più opportuna, ossia - in questo caso - il forum di iRS.

    La mia vorrebbe essere una riflessione più ampia su quanto poco sia cogente quella che Gramsci definiva "necessità storica" rispetto alle scelte che le classi dirigenti o le singole personalità che si trovano al posto giusto al momento giusto fanno o non fanno.

    Vedo in questa fase della nostra vicenda collettiva una pesante necessità storica: quella di farci finalmente carico della nostra sorte (per quanto possiamo). Il compito fondamentale sarebbe quello dei gruppi o delle categorie che hanno voce in capitolo sui media, che occupano ruoli decisionali, che dispongono di capacità e competenze da spendere pubblicamente. Ma si tratta per lo più dipersone o gruppi che ancora si attardano su domande retoriche generalissime o si dedicano alla discussione su questioni che ci riguardano indirettamente e solo come oggetto finale di determinazioni prese da altri o altrove.

    C'è bisogno, invece, di una nuova narrazione (il problema, in fondo, è sempre questo), una narrazione di cui i protagonisti siamo noi.

    Qualcuno obietta che questo sia un atteggiamento sardocentrico. Mi sembra paradossale, questa osservazione: agli italiani, quando si narrano come tali e mettono se stessi (ahi, con quanta retorica e quale dose di ideologia!) al centro dell'universo, nessuno rinfaccia di essere italianocentrici. Così come non lo si fa con i francesi o con i cinesi. E' solo che noi non vogliamo vederci come un soggetto storico. Ci piace di più (o meglio, piace a chi ha la forza e gli strumenti per costruire questa narrazione) vederci come facenti parte di un insieme diverso da noi in cui però possiamo recitare la parte di quelli speciali. E naturalmente, in questo caso non siamo noi al centro del nostro orizzonte, ma siamo ai margini di un orizzonte altrui. certo, in questa situazione è difficile essere sardocentrici: aspirare a tale visione significa azzerare quell'altra e crearne una nuova. Proprio ciò che gli obiettori della sardocentricità aborrono di dover fare.
    Per molti, in Sardegna, la marginalità e la perifericità significano comunque interessi personali soddisfatti senza troppo sforzo, cose banali e molto materiali come denaro, prestigio, privilegi e carriera. Ma non si tratta certo della maggior parte dei sardi.

    Benché fuori moda, io ritengo che l'esistenza di un partito politico nazionale, senza complessi di subalternità, proiettato verso la nostra contemporaneità e verso il futuro e in contatto col mondo, possa essere uno strumento prezioso di emancipazione storica per la Sardegna.

    Esiste un partito simile?
    Lo evocava tempo fa Paolo Maninchedda, in un impeto indipendentista dei suoi (sempre un po' teorici e ben incastrati nella logica di caccia al potere del PSdAz). Ma l'idea di partito nazionale sardo di Maninchedda rispecchia la sua visione politica: elitaria, revanchista, magari populista ma non popolare. Partito sardo alla cui guida, naturalmente, ci sarebbero gli "illuminati" come lui.

    Ovviamente, Paolo Maninchedda ha tutto l'agio di replicare, quando vorrà.

    La mia opinione è che attualmente, se ci diamo uno sguardo intorno sul panorama politico sardo (lo so che fa male, ma bisogna farlo) e non vogliamo limitarci alle chiacchiere, esista solo un progetto politico serio, che non ha nel suo DNA alcun compromesso etico o storico, né scheletri nell'armadio di un passato ambiguo, di tradimenti storici.
    Ma poichè di tale progetto sono parte e non intendo fare propaganda (non era quella la mia intenzione, spero sia chiaro), mi limito a segnalarne l'esistenza e rimando per il resto all'eventuale discussione più generale sui temi proposti nel post.
  • Preciso, a scanso di fraintendimenti, che io non auspico affatto la nascita di UN partito nazionale sardo (sul modello della FolksPartei sud tirolese, modello di riferimento appunto di Paolo Maninchedda), bensì l'imporsi di una "politica" nazionale. La quale poi dovrebbe declinarsi e dipanarsi in modo plurale e articolato, secondo le sensibilità, i bisogni e gli interessi espressi dalla collettività.
    Non mi affascina affatto il discorso trito e ritrito circa l'unità degli "indipendentisti", ad esempio.
    Non è quello il problema.
    Un sentire nazionale diffuso è auspicabile al di là del fatto che si traduca in indipendentismo esplicito e in forma partitica.
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