apr 01 2010
Il nucleare in Sardegna secondo Piergiorgio Massidda

Cosa succederebbe infatti nell’improbabile caso in cui il governo sardo cercasse di legiferare per impedire la locazione di una centrale nucleare in Sardegna? Niente di diverso da quello che è successo in Campania, Puglia e Basilicata, che dopo averlo fatto si sono viste impugnare i provvedimenti davanti alla Corte Costituzionale per volontà dal ministro Scajola: “Non impugnare le tre leggi avrebbe costituito un precedente pericoloso perché si potrebbe indurre le Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione di infrastrutture necessarie per il Paese“. Il ministro ha chiarito che l’esecutivo “impugnerà tutte le eventuali leggi regionali che dovessero strumentalmente legiferare su questa materia strategica per il Paese“. Mi dispiace quindi per il senatore Massidda, ma il governo della cui maggioranza anche lui fa parte ha il nucleare nel suo programma, e se a Roma si decide che la centrale nucleare deve sorgere in Sardegna, non ci sarà niente che lui e gli amichetti del PdL sardo potranno fare per impedirlo, a meno che non si vogliano mettere a fare opposizione contro il governo con cui si sono fatti eleggere. Fino a quando non ammetteranno che gli interessi della Sardegna sono subordinati e sottoposti a quelli dell’Italia, i loro dinieghi avranno il sapore delle chiacchere elettorali. La strada per lo sviluppo in Sardegna passa per la piena sovranità sul territorio e sulle scelte strategiche che lo riguardano, e per realizzarla c’è un solo strumento: l’indipendenza. Un sentire indipendentista farebbe smettere di considerare la Sardegna come un’isola di servizio al resto d’Italia, e farebbe capire chiaramente che una terra che ha una esposizione solare benedetta dal 39° parallelo non ha bisogno alcuno del nucleare, perché è perfettamente in grado di produrre energia pulita per sé e per l’esportazione, e farne una fonte di posti di lavoro sicuri. Altro che Alcoa.
Il senatore Piergiorgio Massidda risponde sul suo sito alle questioni sollevate dal mio post sul tema del rapporto tra la Sardegna e il futuro nucleare che fa parte del programma del PdL a livello nazionale italiano.
Afferma ancora la scrittrice sarda di non “voler sindacare qui quale sia lo sviluppo che ha in mente il PdL per la Sardegna – sul quale dirò in altro post”. Lo attendo con ansia, perché sono curioso di sapere da altri che cosa io pensi. Così come sono curioso di capire come si possa stravolgere, ad uso polemico, una considerazione assai semplice che ho fatto, sia nel mio intervento al Senato sia in tutte le altre occasioni. Stiamo attenti a dire un no assoluto allo smaltimento delle scorie nucleari, perché questo potrebbe ritorcersi contro di noi. In Sardegna noi produciamo scorie nucleari, per esempio negli ospedali. Dire no (per legge, ad esempio) allo smaltimento di esse in Sardegna equivarrebbe a dire che altri hanno l’onere di smaltire i nostri rifiuti.
Qualcuno sostiene, nel sito di Michela Murgia, che io avrei, così assimilato le scorie delle centrali nucleari a quelle da noi prodotte. Sarei in diritto di indignarmi per un tanto palese esercizio di malafede, preferisco assicurare che no, scorie di centrali e scorie prodotte per quelle “analisi tiroidee” che hanno acceso l’immaginazione prevenuta non sono la stessa cosa. Ma dovremmo metterci nell’ordine delle idee che prima o poi saremmo costretti a smaltircele per conto nostro. E i proclami sulla indisponibilità della Sardegna allo smaltimento delle scorie radioattive sono, appunto, solo proclami senza molto senso.
Così come trovo sconcertante l’idea, avanzata in quel dibattito al Senato da uno di quegli strenui difensori dei diritti dei popoli del Terzo mondo, di spedire nel Sahara le scorie prodotte in Italia. Per aiutare le economie di quei popoli, disse il collega, senza neppure arrossire. Sarà perché della solidarietà ho un concetto diverso, ma trovo inquietante quella proposta che, la signora Murgia può verificare, è riportata nei verbali della discussione parlamentare.
Naturalmente capirà che non condivido la sua opinione sul nucleare, che considero strada assolutamente impercorribile non solo in Sardegna, ma in ogni dove. Lo penso per le stesse ragioni per cui gli è contrario il fisico e premio Nobel Carlo Rubbia: il nucleare è basato su una fonte in esaurimento, è tecnicamente superato, è inquinante in maniera insostenibile e oggi ha un rapporto costi-benefici del tutto svantaggioso rispetto ad altre fonti davvero pulite, come il solare. Volendo tacere di decine di altri studiosi con la medesima opinione, il professor Rubbia basta da solo a provare che per essere contrari a quella strada non serve l’ideologia, la scienza è più che sufficiente.
A questo proposito, anche se il PdL pubblicizza il nucleare come cosa sicurissima e moderna, è interessante constatare come quasi tutti i rappresentanti del suo partito favorevoli al nucleare a livello nazionale, siano poi ben contrari a livello locale. Persino Formigoni e Zaia, che pure guidano due regioni fortemente industrializzate, sembrano avere “un’altra idea di sviluppo” per il proprio territorio, esattamente come lei. Sembrerà una domanda sciocca, ma non si farebbe prima a trovare una produzione di energia compatibile con questa idea di sviluppo, piuttosto che continuare a smarcarsi perché la centrale nucleare se la prenda qualcun altro, magari manu militari?
può significare che lei è favorevole a non escludere la Sardegna dall’elenco dei potenziali siti di stoccaggio di rifiuti radioattivi?
Il richiamo alla solidarietà per giustificare una cosa del genere apparirebbe davvero surreale. La Sardegna non ha bisogno di altra energia: ne ha bisogno l’Italia, esattamente come la Sardegna non aveva bisogno di basi nucleari, ma ne aveva bisogno l’Italia; il risultato è sotto gli occhi di tutti: la nostra isola ospita da sola il 60% delle basi italiane. In presenza di questo sbilanciatissimo rapporto di forza, in cui i bisogni che vincono non sono mai quelli dei sardi, sarebbe davvero paradossale venire accusati di egoismo perché non vogliamo prenderci le scorie che non abbiamo prodotto. Questo non vuol dire mandare in Africa i nostri rifiuti, anzi sono sicura che nessun sardo sarebbe contrario a stoccare sull’isola i rifiuti ospedalieri radiottivi provenienti dai nostri ospedali (che sono ben altra cosa dei rifiuti da scissione nucleare); ma da questo senso di autoresponsabilità non sorge l’obbligo – e meno che mai la disponibilità – a fare da discarica alle scorie di scelte energetiche che nemmeno ci riguardano, e che cambierebbero radicalmente il nostro futuro. L’unico modo per non doversi porre il problema delle scorie è investire su fonti energetiche che non producano scorie.
Infine devo dirle che apprezzo sinceramente il suo lavoro verso la ridefinizione dello Statuto, ma sono sicura che sia evidente anche a lei come in una logica autonomista il rapporto con l’Italia ci veda e ci vedrà sempre funzionali ad un interesse che sta altrove. Per questo l’unico statuto che può risolvere questo impasse è quello mirato a diventare costituzione statale, mettendo alla base di qualunque riscrittura la sovranità e il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo. Confido che questo divenga obiettivo politico trasversale, fuori dagli steccati di destra e sinistra, e che in un futuro prossimo ci ponga davanti alle nostre scelte semplicemente come sardi.
sono io a ringraziarla per il tono della sua risposta: dovrebbe essere usuale fra persone che, parzialmente o in toto, sono in disaccordo e purtroppo, invece, non lo è. Le sue e le mie tesi in materia di energia nucleare ci sono reciprocamente chiare e chiara è la distanza fra di esse. Su una cosa, però, siamo d’accordo: le centrali nucleari non hanno posto in Sardegna. Così come, mi pare, siamo d’accordo sul fatto che “nessun sardo sarebbe contrario a stoccare sull’isola i rifiuti ospedalieri radiattivi provenienti dai nostri ospedali”.
Forse non sono stato chiaro nel mio articolo ed è meglio precisare la questione: quando io dico che ho in mente un modello di sviluppo economico alternativo all’esistente e che per questo ritengo inutile l’impianto di una centrale nucleare ho in mente anche un conseguente no allo stoccaggio di scorie, salvo quelle prodotte in Sardegna che sono egualmente inquinanti.
Possiamo continuare a dissentire, ma sulla base della conoscenza delle reciproche posizioni. La mia è quella espressa anche qui, senza retropensieri, tatticismi o altro. È vero che il professor Rubbia dice ciò che lei riporta, ma tenga conto che molti altri scienziati dissentono radicalmente da lui e non credo utile alla discussione citare solo coloro i quali sono d’accordo con noi. Quanto alla enegia solare, credo che lei sappia bene come essa sia oggi a relativamente buon mercato solo perché gode di imponenti finanziamenti degli stati, altrimenti non lo sarebbe. I finanziamenti sono finalizzati a dare impulso alla ricerca e al know out, di modo che in un futuro non proprio prossimo questa fonte di energia sia conveniente e utile al raggiungimento dell’obiettivo della produzione di un 20% di energia rinnovabile. Oggi non è sicuramente un’alternativa.
Mi interessa decisamente di più il suo discorso sullo Statuto sardo. A lei uno Statuto di autonomia non basta e lo capisco: mi pare di vedere che per lei la sovranità e il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo coincidono con la costituzione dello Stato sardo. Per me, come si può capire dalla proposta di Statuto speciale del Comitato per lo Statuto che ho fatto mia e trasformata in Disegno di legge, sovranità e autodeterminazione non coincidono con la creazione di un nuovo stato, entrambe si possono raggiungere ed esercitare all’interno della Repubblica italiana e dell’Unione europea.
Ci consente di farlo il diritto internazionale e, particolarmente, l’Atto finale di Helsinki e la Carta di Parigi: “In virtù del principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli, tutti i popoli hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale”. L’esercizio di questo diritto non ha bisogno di contemplare la creazione di un nuovo stato, cosa che, del resto, lo stesso Atto finale esclude.
A me sembra che questo sia l’optimum per il popolo sardo, raggiungibile pur da dentro la Repubblica italiana. Non sarà né facile né senza opposizioni. Il dramma è che le opposizioni cominciano dentro la Sardegna, da parte di chi scioccamente ritiene “separatista” uno Statuto che non incide sull’unità della Repubblica e da parte di chi, invece, lo ritiene poco avanzato. Una cosa massimamente temo: che la rincorsa al meglio renda impossibile il bene.



