apr 01 2010
L’industria secondo la destra sarda

Questo articolo -postato sul mio sito il 23 marzo scorso – è il primo di una serie di interrogazioni civili in forma di post-it che voglio porre in vista delle prossime elezioni provinciali in Sardegna. L’articolo comprende anche il successivo carteggio pubblico con l’onorevole Bruno Murgia.
Io ho delle perplessità, non solo perché conosco bene la parabola imprenditoriale di Paolo Clivati, ma soprattutto perché non so spiegarmi l’assenza di memoria storica dei politici locali – nello specifico Paolo Maninchedda e Bruno Murgia – che si sono prestati a sostenere politicamente l’accordo. Essendo convinta che sarà la memoria a salvarci, non certo gli imprenditori milanesi, a questo giro scelgo di appendere un post-it proprio su quel Paolo Clivati che oggi viene osannato dai giornali locali come un fuoriclasse della trattativa industriale.
E dunque chi è questo Paolo Clivati? E’ l’unico figlio maschio di quel Giovanni Clivati che negli anni 90 acquistò un terreno a Cirras, nel comune di Santa Giusta, per costruirci uno stabilimento che avrebbe dovuto produrre il cosiddetto carbone liquido, o cwf, un combustibile stimato come adatto a bruciare al posto dei tradizionali olii minerali. Lo stabilimento che Paolo avrebbe presto ereditato sorse con il vantaggio di forti agevolazioni statali, ma prima che entrasse in attività gli accadde un’altra curiosa benedizione: il cwf che avrebbe dovuto esservi prodotto, e di cui i Clivati casualmente detenevano il brevetto esclusivo per tutta l’Europa, con un espediente lessicale fu inserito nell’elenco delle fonti assimilate a quelle rinnovabili per la produzione di energia elettrica, con il risultato che per ogni kw prodotto con quel combustibile lo Stato avrebbe pagato quattro volte tanto rispetto alle produzioni da fossili.
Come sia potuto accadere che una soluzione chimica con il 95% di carbone passasse per fonte rinnovabile potrebbe forse spiegarlo l’on. Giovanni Marras, allora deputato forzista di Arborea e membro della commissione che si è occupata di quella materia, nonché amico intimo di Giovanni Clivati e suo grande sponsor politico. Ritengo che dovrebbe saperlo, dato che fu lui a proporne l’inserimento, e in più circostanze. Naturalmente questo non ha nessun collegamento con la misteriosa selezione di assunzioni che poi si verificarono nello stabilimento di Cirras, quasi tutte riguardanti cittadini di Arborea. Io al caso ci credo veramente.Ma qualcosa deve essere andato storto in questo geniale piano industriale, perché la centrale non entrò mai in funzione, gli impianti che dovevano produrre il cwf per farla funzionare non andarono mai a regime, e la trentina di operai che erano stati assunti dopo apposito corso di formazione finanziato (anche quello) dalla regione persero il posto. A quel punto della loro parabola sarda, i Clivati avevano ricevuto oltre venti milioni di euro di finanziamenti pubblici per aprire una fabbrica che non aveva mai funzionato.
Si aprì una doverosa indagine della Guardia di Finanza, al termine della quale Giovanni Clivati, in qualità di amministratore delegato, fu rimandato a processo per truffa aggravata ai danni dello Stato, processo per quanto ne so ancora in corso. Accanto a quel procedimento la CWF dovette gestire anche le conseguenze dell’impatto ambientale dell’attività di avviamento della centrale, con denunce che andavano dall’ipotesi di scarico chimico a mare all’accusa di discarica abusiva di rifiuti speciali.Ce n’era abbastanza per dubitare della capacità, se non proprio dell’onestà, di questi imprenditori venuti dal nord, e infatti quando Paolo Clivati, nel frattempo subentrato all’anziano genitore, si fece avanti per acquisire anche la centrale termoelettrica di Ottana in fallimento, il dubbio qualcuno se lo pose per davvero. Il consigliere Dedoni fece infatti una interrogazione all’allora assessore regionale all’industria Rau, chiedendo se c’era da fidarsi. La chiarissima risposta dell’assessore Rau è sintetizzata da questa conclusione:
“In base alle informazioni assunte ed ai fatti riscontrati, siamo indotti ad avere talune perplessità in ordine all’effettiva esperienza imprenditoriale del Gruppo Clivati.“
“Talune perplessità” era il minimo che si potesse avere davanti a tanta creatività industriale, ed era solo il 2005, appena cinque anni fa; ma l’assessore Rau nel frattempo cambiò linea d’azione senza dare spiegazioni, suscitando l’inquietudine dei sindacati, che ancora nel 2007 si chiedevano se fosse davvero il caso, date le premesse, di far sedere i Clivati al tavolo delle delicate trattative regionali con le aziende in crisi dell’area Ottana. Nonostante queste perplessità, solo due anni dopo, cioè oggi, Paolo Clivati viene presentato in modo bipartisan come l’ancora di salvezza della Equipolymers, e i politici locali in assetto elettorale lo sponsorizzano come impreditore affidabile, mettendogli di fatto in mano altri fiumi di denaro pubblico e la corona di mirto del salvatore della patria.
Scajola si dice soddisfatto, Cappellacci anche di più, tanto più che non ha nemmeno dovuto aver a che fare con i sardi che tanto lo infastidiscono. Io invece mi domando, e dovremmo farlo in molti, se davvero l’unica risposta che i politici sardi – e nello specifico quelli del nuorese – sanno dare alla crisi occupazione sia quella di foraggiare con immotivata fiducia soggetti che hanno già i curricula pieni di impianti falliti e fermi. Impianti che non erano retoriche cattedrali nel deserto, ma castelli di sabbia che il deserto lo hanno creato sfaldandosi.
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Salvare il salvabile (una risposta a Michela Murgia)
Soprattutto in riferimento allo stato dell’industria in Sardegna. La crisi ha definitivamente dato una mazzata a molti progetti sbagliati. Ci sono settori, come la petrolchimica, che sono in crisi da decenni e che si trascinano tra false promesse, presunti miracoli e delusioni profonde. Nel frattempo l’Isola ha conosciuto una seconda, drammatica ondata di emigrazione causa lavoro (o meglio: disoccupazione), che ha impoverito tutti. Il lato maledettamente ironico è che molti giovani impiegati nel petrolchimico sono emigrati nei poli continentali, attirati da una falsa stabilità che non si è mai concretizzata. Al loro ritorno hanno trovato un deserto.
Per questo non capisco lo stupore dell’amica Michela Murgia che non sa spiegarsi il fatto che io mi sia impegnato per mandare avanti un accordo che letteralmente salvasse il salvabile, al di là delle storie personali coinvolte nella vicenda. Io ho un’idea ben chiara della Sardegna di domani: vedo l’unico sviluppo, l’unico progresso derivare da un connubio tra turismo, ecosostenibilità, alta tecnologia, ricerca universitaria, energie rinnovabili e artigianato di qualità. Non mi piace l’industria pesante e penso che la chimica abbia prodotto sufficienti danni ambientali ed economici (in termini di falso sviluppo e strade sbagliate, difficili da percorrere all’inverso) per poter essere definitivamente archiviata, ma fatte salve tutte queste eccezioni abbiamo l’obbligo, da politici, di trovare soluzioni e salvare posti di lavoro, anche se siamo costretti a ripiegare, a fare le cose in fretta, a smentire parzialmente la nostra visione futura.
La storia delle grandi imprese che vengono da fuori e piazzano impianti in Sardegna la conosciamo tutti: è difficile trovare qualcuno che non abbia ricevuto pesanti finanziamenti e proprio per questo dico che la politica deve farsi interprete del rendiconto. Io ti ho dato tanto, tu devi restituire. Le altre questioni, conosciute o meno, fanno parte del contorno. Il primo piatto riguarda sempre la sorte di tanti posti di lavoro.
Caro Bruno, ti ringrazio per questa risposta, e capisco anche che il criterio che hai seguito in questa operazione è stato quello dell’urgenza.
Ma in fondo non è sempre quello dell’urgenza, il criterio?
Non è vero che c’è sempre una piazza, un padre di famiglia, venti minatori sotto terra, un’isola di cassintegrati con cui scendere a patti?
Ci sarà sempre una urgenza -occupazionale, economica, elettorale – che costringerà a scegliere tra il cerotto e la cura. Fino a quando continuerete a scegliere il cerotto, il malato non guarirà mai, resterà debole e bisognoso, e forse a qualcuno è proprio così che piace, perché passare per l’uomo della provvidenza poi alla fine è anche bello, appaga. Ma certe ferite perché risanino occorre avere il coraggio di inciderle, o dovremmo solo attendere la prossima fase di infezione acuta per tornare a dire che si salverà il salvabile.
Giustamente tu dici che: “Ci sono settori, come la petrolchimica, che sono in crisi da decenni e che si trascinano tra false promesse, presunti miracoli e delusioni profonde”. Questa però mi pare esattamente una di queste, quindi a maggior ragione ho il dovere di chiederti perché la sostieni, la legittimi e addirittura la porti sulle pagine dei giornali come la vittoria dell’anno… è una vittoria di Pirro, e infatti qui affermi che si è salvato il salvabile. A prezzo di cosa sarei curiosa di saperlo.
Finché nessuno farà la scelta politica di dire: “signori, non è questa la strada, adesso si cambia direzione”, il salvabile continuerà ad essere l’alibi buono per ogni stagione, soprattutto per quella elettorale.
Ti abbraccio
Michela



