<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Corona De Logu &#187; Cultura</title> <atom:link href="http://www.coronadelogu.com/tag/cultura/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.coronadelogu.com</link> <description> </description> <lastBuildDate>Fri, 18 Jun 2010 10:26:49 +0000</lastBuildDate> <generator>http://wordpress.org/?v=2.9.2</generator> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <item><title>Test Invalsi? Prima le priorità &#8230;</title><link>http://www.coronadelogu.com/2010/06/18/test-invalsi-prima-le-priorita/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2010/06/18/test-invalsi-prima-le-priorita/#comments</comments> <pubDate>Fri, 18 Jun 2010 10:17:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Cristian Ribichesu</dc:creator> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Mala tempora currunt]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[abbandono scolastico]]></category> <category><![CDATA[docenti]]></category> <category><![CDATA[Gelmini]]></category> <category><![CDATA[Invalsi]]></category> <category><![CDATA[Italia]]></category> <category><![CDATA[politica sarda]]></category> <category><![CDATA[riforma della scuola]]></category> <category><![CDATA[Sardegna]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Scuola sarda]]></category> <category><![CDATA[società]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=1176</guid> <description><![CDATA[Test Invalsi? Prima le priorità … Ieri sono rientrato a casa dopo nove ore di correzione di farraginosi test Invalsi, e con schede per la correzione dei punteggi ancora più complicate, dove le risposte alle domande dovevano essere suddivise in due blocchi differenti, e senza un ordine preciso, dato che le domande del tipo A, B [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.coronadelogu.com/wp-content/uploads/2010/06/Io-amo-la-scuola-pubblica.jpg" rel="external"><img class="alignleft size-full wp-image-1175" src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/uploads/2010/06/Io-amo-la-scuola-pubblica.jpg" alt="" width="130" height="130" /></a>Test Invalsi? Prima le priorità …<br /> Ieri sono rientrato a casa dopo nove ore di correzione di farraginosi test Invalsi, e con schede per la correzione dei punteggi ancora più complicate, dove le risposte alle domande dovevano essere suddivise in due blocchi differenti, e senza un ordine preciso, dato che le domande del tipo A, B e C, per dire della prova di Italiano, in successione fornivano risposte da inserire, in ordine differente da domanda a domanda, in due blocchi A o B, cui si attribuivano due tipologie di valutazione differente, da 0 a 30 per il blocco A e da 0 a 20 per il blocco B, per un totale di 50 punti da aggiungere ai punti dei due blocchi A e B di Matematica, e la cui somma andava riportata in decimi. Il tutto attraverso una correzione manuale su test con caselle piccolissime, che per una macchina a lettura ottica vanno bene, ma per delle persone che ne devono controllare tra le 20 e le 30 schede per classe, con più di 100 risposte totali, tra Italiano e Matematica, per scheda/alunno, fanno tra le 2000 o 3000 risposte da verificare come giuste, corrette o non valide, e da riportare tutte in schede dove, incolonnate, si arrivava alla somma dei punteggi totali dei blocchi. Quello che forse non si sa, infatti, è che sono i docenti a segnare tutte le caselline delle griglie da inviare al Ministero, attraverso il controllo della correttezza o meno delle risposte degli alunni da fascicoli somministrati al momento della prova, e inoltre, perché, quando piove male, piove sempre sul bagnato, dovendo, sempre gli stessi docenti, riportare i punti trascritti nelle griglie per la correzione ottica, in un&#8217;altra griglia per una valutazione interna alle scuole. Un lavoro che in alcune scuole ha tenuto gli insegnanti impegnati anche per dieci ore di seguito, in base al numero degli alunni, alle classi e agli insegnanti a disposizione, per la serie, produciamo manovalanza culturale sempre più burocratizzata e spendiamo milioni per test ridicoli rispetto all&#8217;impoverimento della scuola. E perché questo?<span id="more-1176"></span> Perché aumentando il numero degli alunni per classe e togliendo le ore a disposizione dei docenti, con classi sovraffollate e la perdita di centinaia di ore di lezione, come avvenuto quest’anno, e come avverrà anche il prossimo con questo sistema di scuola, le rilevazioni di questi test non sono l’aspetto prioritario per il miglioramento dei livelli di apprendimento degli alunni. Gli insegnanti ieri sono stati utilizzati per svolgere un lavoro che non gli compete, una tipologia di lavoro che, infatti, in altri contesti della formazione viene svolta unicamente dalle macchine che compiono la visione ottica. Per cui mi chiedo se non sarebbe stato giusto compilare schede, da parte degli alunni, da spedire direttamente al Ministero per un’unica correzione, quella telematica. Invece questa ulteriore correzione delle schede nelle scuole, prima dell’invio al Ministero, come un antico lavoro da amanuensi (e non per la nobiltà di quel mestiere, ma per la difficoltà con cui veniva eseguito, tra lettere piccole e piccolissime), con risposte differenti per valutazione, tra blocco A e blocco B, è stata solo un ulteriore sopruso nei confronti dei docenti. Se vogliamo dare una patina di serietà all&#8217;Invalsi, lasciamo che sia solo l&#8217;Invalsi a correggere telematicamente le schede, anziché operare un&#8217;autocorrezione pesante per i docenti, e passibile di poca oggettività, per attribuire una percentuale di valore da queste prove all&#8217;esame di terza media, e non si sa se per uniformare il voto dell’esame con le rilevazioni ministeriali o cosa. Nelle scuole la valutazione degli alunni per gli esami, con prove scritte e orali ben più importanti del solo test Invalsi, esistono. Il test Invalsi dovrebbe servire solo per le indagini nazionali e regionali, ma non ha senso valutarne una percentuale, e perciò farlo correggere manualmente dai docenti, per fornire alle singole istituzioni scolastiche delle percentuali da attribuire al voto d’esame, percentuali che poi cambiano da scuola a scuola in base a quanto deliberato dai singoli Collegi dei docenti su tale prova. Test Invalsi e le prove degli esami sono verifiche ben differenti! Inoltre, per fare un esempio sulle incongruenze del test Invalsi, o diciamo sulle incongruenze di una sua correzione manuale, avendo presenti i blocchi delle risposte per Italiano e Matematica, teoricamente le domande di una parte avevano una valutazione simile nella sua parte, ma differenti da quelle dell’altra. Tranne, poi, per le, ulteriore complicazione, domande raggruppate in sottogruppi all’interno dei gruppi A, B e C, per le quali esisteva un’attribuzione di voto ulteriore, sbagliata se con un errore in sottogruppi da tre, corretta se l’errore era solo uno in sottogruppi da cinque domande e corretta se gli errori erano solo due in un sottogruppo ancora più numeroso. Però all’interno di questo blocchi, A e B, almeno quelli che venivano individuati come punti avevano lo stesso valore, e in base alla difficoltà della domanda. Niente di più falso, invece, dato che per Italiano, per fare un esempio, le ultime due domande del test Invalsi della classe terza della scuola secondaria di primo grado, terza media, vertevano sull&#8217;uso dei pronomi relativi, avevano lo stesso grado di difficoltà, erano infatti suddivise in domanda a e b per la stessa parte di brano analizzata, ma venivano inserite una nel blocco A, con una valutazione da 0 a 30, e l&#8217;altra nel blocco B, con una valutazione da 0 a 20. Assurdo, due valutazioni diverse per due domande simili e della stessa difficoltà.</p><p style="text-align: justify">Allora, prima il Ministero, per una scuola migliore, diminuisca il numero massimo degli alunni per classe, anche facendo classi di soli 20 alunni, restituisca le 2 o 3 ore a disposizione dei docenti, per le sostituzioni improvvise o per seguire in modo individualizzato gli alunni con particolari problematiche, che non mancano mai, sblocchi il turnover riducendo la media età dei docenti italiani, attingendo dalle graduatorie ad esaurimento, e dia ai docenti uno stipendio in linea con quello degli altri colleghi europei, per una giusta considerazione socio-economica, poi, alla fine, faccia pure test per le giuste indagini sul sistema scolastico.</p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=1176" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2010/06/18/test-invalsi-prima-le-priorita/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Ministero della Cultura Militare</title><link>http://www.coronadelogu.com/2010/04/24/ministero-della-cultura-militare/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2010/04/24/ministero-della-cultura-militare/#comments</comments> <pubDate>Sat, 24 Apr 2010 19:43:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Michela Murgia</dc:creator> <category><![CDATA[Mala tempora currunt]]></category> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Fiera del libro di Macomer]]></category> <category><![CDATA[Libera Universidade Mediterranea]]></category> <category><![CDATA[Lucia Baire]]></category> <category><![CDATA[Regione Sardegna]]></category> <category><![CDATA[Saverio Gaeta]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=1129</guid> <description><![CDATA[Lucia Baire è l’assessore  regionale sardo alla cultura, ma quale idea di cultura stia promuovendo  per l’isola lo si sta comprendendo bene solo ora; in vista delle  elezioni provinciali di maggio, forse gli operatori del settore  dovrebbero cominciare a farsi qualche domanda in merito. Un buon terreno  di verifica potrebbe [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img691.imageshack.us/img691/134/baire.gif" alt=" " width="200" height="220" align="left" />Lucia Baire è l’assessore  regionale sardo alla cultura, ma quale idea di cultura stia promuovendo  per l’isola lo si sta comprendendo bene solo ora; in vista delle  elezioni provinciali di maggio, forse gli operatori del settore  dovrebbero cominciare a farsi qualche domanda in merito. Un buon terreno  di verifica potrebbe essere analizzare l’organizzazione della Fiera del  libro sardo di Macomer in corso in questi giorni, manifestazione che in  passato ha avuto un certo rilievo per l’editoria dell’isola, ma che  negli ultimi due anni si è distinta soprattutto per rapidità di  decadimento, disertata da pubblico e scrittori. Per rimettere  letteralmente le cose in riga l’assessore ha pensato bene di schierare  l’esercito, presentando la manifestazione in compagnia di un militare in  divisa e mostrine. Il perché di questa presenza è presto detto:  nonostante siano assenti dal programma della Fiera i soggetti principali  della filiera del libro sardo (gli scrittori, per esempio, e  l’associazione dei librai indipendenti), è previsto invece che un tal  Colonnello Giardini tenga un incontro sull’eccitante tema della  pubblicistica militare, che vanta titoli prestigiosi come &#8211; lo giuro, è  vero -  <a href="http://img651.imageshack.us/img651/2259/divisa.jpg"  rel="external">“Il Fascino della Divisa”</a>. <span id="more-1129"></span>Questa sensibilità al  valor militare l’assessore Baire deve averla assorbita dal suo sponsor  politico, l’arcivescovo di Cagliari mons. Mani, che prima di assumere la  guida della diocesi era proprio Ordinario Militare Italiano, <a href="http://www.ordinariato.it/"  rel="external">la massima carica dei  cappellani nell’esercito</a>, con giurisdizione su tutti i militari  delle forze armate, sui loro familiari e sul personale civile annesso,  con buona pace di don Milani.<br/><br /> <img src="http://img685.imageshack.us/img685/188/baire2.jpg" alt=" " hspace="5" vspace="3" width="200" height="161" align="left" />Conscia del  fatto che la Sardegna ospita da sola il 60% del totale delle basi  militari d’Italia, la signora Baire deve aver desunto che la nostra sia  una cultura militarizzata, dove acquista senso dare spazio anche a  “Caserme Aperte” – lo giuro, <a href="http://www.nsd.it/forze-armate/4-novembre-150-caserme-aperte-ai-cittadini.-si-alla-giornata-ricordo-caduti-in-missioni-di-pace.html"  rel="external">è vero anche questo</a> &#8211; l’iniziativa con cui  l’esercito cerca da sempre di convincere la popolazione locale che  carroarmati, aerei da combattimento e poligoni militari con proiettili  all’uranio impoverito siano una cosa da gita domenicale coi bambini,  proprio come andare a <a href="http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=602&amp;s=17&amp;v=9&amp;c=4461&amp;c1=%22Cortes+Apertas%22&amp;n=24&amp;ric=1"  rel="external">Cortes Apertas.</a> L’assessorato però non si limita a  consentire all’Esercito di spacciarsi per attore culturale sul  territorio: addirittura lo finanzia per farlo. L’imperdibile  appuntamento con la pubblicistica militare è infatti voce di spesa per  la Fiera per un importo di 10.000 euro, che per due ore di incontro  rappresenta più del cachet di un premio Nobel.</p><div>Tanta generosità – unita al  fatto che questa è l’unica  fiera editoriale dove gli editori espositori  vengono pagati, anziché pagare gli  spazi che occupano &#8211; farebbe  supporre che la signora Baire abbia deciso  di largheggiare in  finanziamenti a tutte le attività culturali sul  territorio regionale,  comprese quelle vere. Invece pochi giorni fa è  stata resa nota con  apposita delibera la notizia che le risorse ai  festival e alle altre  iniziative sono state ancora ridotte, con la  fissazione di tetti  massimi di finanziamento che quasi dimezzeranno i  fondi di eventi come  Gavoi e Berchidda, paesi antipatriottici che hanno  il peccato originale  di non ospitare nessuna base militare.</div><div>Il resto  del  programma della Fiera purtroppo non salva la scelleratezza della  scelta  di ospitare l’Esercito: le tre giornate di Macomer brillano  infatti  soprattutto per le assenze, e in quel che resta si  oscilla tra <a href="http://libreriarizzoli.corriere.it/libro/zavattaro_fabio-un_santo_di_nome_giovanni_.aspx?ean=9788874245581"  rel="external">marchette cattoliche</a>, banale stereotipo (il titolo  di &#8220;Sardegna nel Mito&#8221; fa eco al  patinato spot regionale <a href="http://www.youtube.com/watch?v=O88r5dnn52s"  rel="external"><em>Mith  in the mediterranean sea</em></a>, rivelando  bieche sinergie da Pro  Loco) ed <a href="http://www.anobii.com/books/Le_Colonne_dErcole/9788890074004/0112a4a685b6c1bb1b/"  rel="external">esplosive novità</a> di ben cinque anni fa, per  mettere insieme le quali il direttore artistico Saverio Gaeta ha  percepito 10.000 euro, in sfregio ai molti operatori culturali seri che  in questi anni hanno organizzato la Fiera di Macomer con totale spirito  di gratuità e professionalità ben superiore. Per ripagarli, lo  spazio  di esposizione ai librai locali è stato ridotto e relegato a un  locale  dove ci piove dentro, con il risultato che i protagonisti teorici  di  questa Fiera – cioè i libri – ieri erano “esposti” al pubblico  coperti  da un telo di plastica, come il cadavere di Laura Palmer.</div><div>Cieco a  queste evidenze, l’assessore alla Cultura di  Macomer Govanni Biccai ha  avuto il coraggio di proclamare ambizioso: «<em>Mi  piacerebbe che col tempo  la nostra mostra uscisse dai confini  regionali e si trasformasse nella  Fiera del libro del Mediterraneo</em>».  Le premesse per fare qualcosa di simile ci sono tutte, direi.  Ma visto  che si punta al grande evento, per l’anno prossimo mi permetto  di  suggerire un invito anche alla Protezione Civile, tanto per non farci   mancare niente.<br /> <strong>p.s.</strong><br /> Siccome a demolire sono  bravi tutti, in attesa del programma di Gavoi  segnalo costruttivamente  anche un esempio di progettazione culturale  seria, promossa dalla <a href="http://lum-sardigna.blogspot.com/"  rel="external">Libera  Universidade Mediterranea</a>, con appuntamenti  periodici su temi come  le energie rinnovabili, le conseguenze del  gasdotto dall’Algeria,  l’economia agricola e industriale davvero  sostenibile, il futuro della  lingua sarda e il posto della Sardegna nel  Meditterrano come nazione,  anziché come mito. Non c’è l’esercito, ma  pare che la gente ci vada lo  stesso.</div> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=1129" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2010/04/24/ministero-della-cultura-militare/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>La letteratura sarda come letteratura nazionale</title><link>http://www.coronadelogu.com/2010/04/19/la-letteratura-sarda-come-letteratura-nazionale/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2010/04/19/la-letteratura-sarda-come-letteratura-nazionale/#comments</comments> <pubDate>Mon, 19 Apr 2010 08:15:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Omar Onnis</dc:creator> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Editoria]]></category> <category><![CDATA[Limba]]></category> <category><![CDATA[alfabetizzazione]]></category> <category><![CDATA[identificazione]]></category> <category><![CDATA[letteratura]]></category> <category><![CDATA[lingua sarda]]></category> <category><![CDATA[nazionale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=1111</guid> <description><![CDATA[Ogni tanto, a caso e spesso en passant, si ripropone una questione che ormai meriterebbe qualche analisi più approfondita e meditata. Che la forma romanzo stia vivendo una sua fioritura particolare, in Sardegna, è ormai dato acquisito, a volte citato a mo&#8217; di fenomeno sorprendente o come motivo di vanto &#8220;etnico&#8221;. Ma mai che si [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://i51.servimg.com/u/f51/12/11/87/69/grazia10.jpg" alt="" width="246" height="313" />Ogni tanto, a caso e spesso <em>en passant</em>, si ripropone una questione che ormai meriterebbe qualche analisi più approfondita e meditata. Che la forma romanzo stia vivendo una sua fioritura particolare, in Sardegna, è ormai dato acquisito, a volte citato a mo&#8217; di fenomeno sorprendente o come motivo di vanto &#8220;etnico&#8221;. Ma mai che si riesca a sistematizzare il tema, cercando continuità e discontinuità, mettendo in campo ipotesi ricostruttive che diano conto del fenomeno, buttando qualche idea articolata nell&#8217;agone, un po&#8217; fiacco a dire il vero, del dibattito culturale nostrano.</p><p style="text-align: justify;">Certamente, non sarà qui che diremo l&#8217;ultima parola sulla questione. Nondimeno proverei a darle un&#8217;inquadratura generale, dentro cui muovere qualche passo.</p><p style="text-align: justify;">La tesi che vorrei argomentare è che esiste ed è sempre esistita una letteratura sarda, in quanto letteratura propriamente nazionale (nel senso che questa locuzione può avere in epoca moderna e contemporanea). Il fermento odierno non è che la manifestazione della definitiva acquisizione in Sardegna degli strumenti della Modernità (come già ipotizzato <a href="http://sardegnamondo.blog.tiscali.it/2008/06/19/la_sardegna_e_la_modernit____analisi_di_un_processo_in_corso_1905109-shtml/"  rel="external">altrove</a>).</p><p style="text-align: justify;"><span id="more-1111"></span>Infatti, non è congruo meravigliarsi del fatto che in Sardegna si producano tante storie. Le storie le si è sempre prodotte, ed anche copiosamente, come sottolinea spesso <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michela_Murgia"  rel="external">Michela Murgia</a>. E&#8217; la forma romanzo in cui le si racconta oggi ad essere relativamente nuova. Effetto, questo, della alfabetizzazione di massa cui i sardi, attraverso la scuola e ancor di più attraverso i mass media, sono stati sottoposti negli ultimi sessant&#8217;anni. Un&#8217;alfabetizzazione di massa avvenuta attraverso la lingua italiana. Sottolineo questo fatto, perché ci sarà utile più avanti per affrontare un aspetto particolare della questione.</p><p style="text-align: justify;">Dunque, cosa può dare credito alla tesi di una letteratura sarda nazionale? Intanto c&#8217;è una costante che lega tutti i narratori sardi moderni e contemporanei. La Sardegna è sempre presente, non solo come sfondo neutro, nelle loro opere. E&#8217; una presenza spesso ingombrante, a volte per certi versi feticistica, in qualche misura forzata. Un personaggio in più, in tanti casi, sia pure implicito e apparentemente muto. La Sardegna comunque è sempre un orizzonte, nel senso di limite e nel senso di centralità del punto di osservazione da cui lo sguardo si apre sul mondo.</p><p style="text-align: justify;">Questo, pur con tutte le sue articolazioni, è un esito che non si riscontra facilmente in altri ambiti culturali sardi. Il nostro stare al mondo qui, in questo luogo, o essere partiti verso il mondo da qui, la sua assiomatica centralità, il suo essere primo termine di paragone tra un noi e un alterità spesso indistinta, ma concepita come tale, ci da il senso di quanto sardocentrica sia la visuale della letteratura sarda moderna. Sardocentrismo mai xenofobo, isolazionista o etnocentrico. Anzi, in gran parte il senso di tale visuale è la sofferenza di chi si sente altro pur non desiderandolo affatto,  l&#8217;ansia della distanza incolmabile, la tensione tra il rifiuto e l&#8217;irrinunciabilità a se stessi. Anche questo un indizio di un processo identificativo profondo, che si riconferma nel momento stesso in cui si tenta di superarlo.</p><p style="text-align: justify;">Tant&#8217;è vero che anche coloro che tra gli autori sardi hanno compiuto il grande balzo oltre il mare e dalla Sardegna  &#8211; a volte temporaneamente, a volte definitivamente &#8211; se ne sono andati, non hanno rinunciato a parlare di Sardegna, ad ambientarci le proprie narrazioni, a considerarla nel bene e nel male il centro del proprio orizzonte. Un po&#8217; la stessa sindrome manifestata da un altro scrittore isolano, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/James_Joyce"  rel="external">James Joyce</a>.</p><p style="text-align: justify;">Altro elemento indicativo è il riferimento ad una matrice culturale specifica, ad una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Semiosfera"  rel="external">semiosfera</a> ancestrale non coincidente col sistema linguistico prevalentemente usato, quello italiano. Benché la letteratura sarda contemporanea in forma romanzesca sia in gran parte (ma non esclusivamente, come vedremo) scritta in italiano, mostra quasi sempre una tensione interna data dal costante intersecarsi di questa lingua con strutture sintattiche, lessemi e armamentario culturale basati sul sardo. Fenomeno che negli scrittori contemporanei, a partire da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Atzeni"  rel="external">Sergio Atzeni</a>, ha assunto i caratteri di una scelta esplicita, anche se forse non del tutto consapevole. Anche nella dialettica tra sfera linguistica italiana e sfera linguistica sarda, prevale in generale la simbologia tratta dall&#8217;ambito culturale sardo. Non sempre con esiti estetici apprezzabili. Ma con indubbia e significativa ostinazione.</p><p style="text-align: justify;">Quando si cerca di inquadrare il romanzo sardo nell&#8217;ambito della letteratura italiana si manifestano tutte le difficoltà dell&#8217;operazione. Qualche anno fa, presentando un libro di <a href="http://www.edizionimaestrale.com/zoom.php?v=book&amp;id=157"  rel="external">Mariangela Sedda</a> nella trasmissione radiofonica <a href="http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/index.cfm"  rel="external">Fahrenheit</a>, il conduttore Felice Cimatti cadde all&#8217;improvviso in una notevole esitazione. Intendeva sottolineare la peculiarità della produzione letteraria sarda contemporanea, così evidentemente denotata da un&#8217;appartenenza esplicita. Ma non trovava i termini che soddisfacessero quella che era un&#8217;intuizione di fondo abbastanza banale. Alla fine usò la locuzione &#8220;regionalismo forte&#8221;. Per chi sia abituato, per scolarizzazione e studio, a ragionare nei termini pesantemente nazionalisti e <em>italianocentrici</em> tipici della cultura italiana, concepire l&#8217;esistenza di una letteratura nazionale altra pure espressa in lingua italiana è praticamente impossibile.</p><p style="text-align: justify;">Se apriamo lo sguardo sul mondo, questo è un falso problema. Tuttavia, è un problema alquanto persistente, a cui si stenta a trovare una soluzione. Proprio in virtù del fatto che la nostra stessa alfabetizzazione, l&#8217;idea della scrittura e della scrittura in prosa, del romanzo, è fortemente condizionata dalla lingua italiana come lingua <strong>della nazione italiana</strong>. Ciò che è scritto <em>in italiano</em> deve essere in tutto per tutto italiano, appunto. Viceversa, a nessuno verrebbe in mente di negare che esista una letteratura irlandese o sudafricana, benché scritte in inglese. O brasiliana, ancorché scritta in portoghese. La sistematizzazione sulla base della lingua è una forma di tassonomia di stampo bibliotecario (nelle biblioteche quasi sempre si ordinano e si collocano i romanzi secondo la lingua, non per nazionalità).  Ma ovviamente tale sistema non attiene ai processi di identificazione, né &#8211; tanto meno &#8211; a questioni di cittadinanza o di appartenenza a questo o a quell&#8217;ordinamento giuridico. Così, il fatto che molta letteratura sarda sia in italiano, non toglie niente alla sua collocazione in una sfera prettamente e chiaramente nazionale sarda.</p><p style="text-align: justify;">Qui possiamo passare a un altro aspetto della questione. La letteratura sarda non è solo letteratura in italiano. Tradizionalmente, la produzione poetica in Sardegna è in sardo. Così anche molto teatro popolare. Sull&#8217;appartenenza di tale patrimonio ad una sfera nazionale sarda probabilmente sarebbe più facile concordare anche per un osservatore estraneo. Tuttavia, in ambito italiano ciò è sempre risultato impossibile, a causa del rifiuto congenito e assoluto di un riconoscimento culturale così forte per una produzione che è sempre stata relagata nel comodo e inoffensivo ambito del folclore, o della letteratura &#8220;dialettale&#8221;. Il che, tra l&#8217;altro, a prescindere da qualsiasi valutazione estetica o qualitativa. Ma questo è appunto un problema connaturato alla sfera culturale italiana, così fragile e malfondata da avere necessità per giustificarsi di un criterio di validazione fortemente nazionalista e monolingue (il monolinguismo isterico di cui parla Roberto Bolognesi). A scompaginare le cose interviene poi, almeno negli ultimi trent&#8217;anni, la produzione romanzesca in sardo, difficile da inquadrare nell&#8217;artificiosa sistematizzazione acquisita attraverso scuola e università (italiane).</p><p style="text-align: justify;">C&#8217;è anche qui un dibattito latente, mai portato a compimento con la necessaria dose di pazienza ed equanimità. Esiste una visione nazionalista sarda contrapposta a quella dominante italiana. Se questa vede qualsiasi espressione letteraria in sardo come una sotto-categoria dialettale della cultura italiana, quella attribuisce il crisma della identificazione sarda solo alla produzione in sardo. In proposito, è da tempo in corso una <a href="http://gianfrancopintore.blogspot.com/2010/04/lautogol-dei-critici-letterari.html"  rel="external">polemica</a> (di cui abbiamo avuto <a href="http://www.coronadelogu.com/2009/03/01/arrejunu-siguru/" target="_blank">qualche esempio</a> anche da queste parti) volta a rivendicare al romanzo in sardo la medesima visibilità mediatica e la stessa distribuzione nella rete di vendita che possono vantare gli autori sardi che scrivono in italiano. Questo non è più nemmeno un dibattito, ma una specie di guerra per bande che tende a distruggere il presunto avversario e a considerarlo un nemico irriducibile. La questione poi si intreccia con ragioni politiche e, spesso, di appartenenza a più o meno dichiarate consorterie e colleganze tra chi gestisce ruoli decisionali (specie di natura&#8230; elargitiva di denaro pubblico) e chi opera in campo letterario (autori ed editori). Insomma, anche qui spesso la serietà, oltre che la serenità, della discussione è frustrata da questioni materiali non sempre elegantissime.</p><p style="text-align: justify;">Ma alla base rimane un fraintendimento decisivo. Gli autori di romanzi in sardo vivono la loro condizione marginale come una condanna ingiusta inflitta loro da chi controlla il settore da posizioni di potere. Una sorta di esilio, tanto più odioso in quanto subito &#8220;in casa propria&#8221;. Nell&#8217;affrontare questo tema si trascura invece il suo fulcro, il vero nodo culturale e storico dell&#8217;intera faccenda. Ossia, come detto, il processo di alfabetizzazione dei sardi, avvenuto appunto in italiano. Processo di alfabetizzazione che è andato saldandosi con la sfera strettamente italiana degli studi superiori e universitari, in una continuità didattica che ha di fatto escluso il sardo e le altre lingue della Sardegna da qualsiasi processo di bilinguismo, relegandole in una condizione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Diglossia"  rel="external">diglossia</a> o, come sta avvenendo in questi anni, di dilalia. Questo esito ha avuto più conseguenze sul lato della fruizione letteraria che su quello della produzione. Che a sua volta però ne è inevitabilmente condizionata. Il fatto che il romanzo sardo <em>in sardo</em> abbia meno spazio e meno visibilità della produzione in italiano è dovuto in gran parte al fatto che i sardi non imparano a leggere e scrivere in sardo. I processi di acquisizione delle nozioni e il percorso di istruzione in Sardegna avvengono pressoché esclusivamente in italiano. In più, la produzione romanzesca in sardo soffre inevitabilmente, e più della poesia, della mancanza di una uniformazione grafica, di una standardizzazione, che la lingua sarda, per diversi motivi, specialmente politici, non ha ancora acquisito. Il che prescinde dal grado di diffusione delle parlate sarde e dal livello di competenza linguistica dei sardi nelle medesime. Anche se, per usare una metafora di Mialinu Pira, una lingua avrebbe bisogno di due gambe per camminare da sola e coprire tutti i registri e le funzioni comunicative:  a) l&#8217;uso quotidiano e diffuso, b) lo studio e l&#8217;uso scritto come lingua veicolare.</p><p style="text-align: justify;">In definitiva, tornando al tema principale, l&#8217;esistenza di un bilinguismo, sia pure imperfetto, non contraddice affatto la natura prettamente nazionale della letteratura sarda. Tutt&#8217;altro. Sollecita caso mai altre considerazioni e attiene ad un discorso diverso, ulteriore e tutto interno al suo ambito.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;attribuzione di una appartenenza culturale nazionale alla letteratura sarda, e in special modo, nel suo contesto, al romanzo contemporaneo,  sgombra il campo da molti equivoci, ma allo stesso tempo suscita inevitabilmente interrogativi più ampi, anche di matrice politica. Il che spiega la resistenza ad affrontare serenamente e obiettivamente il tema. Ma, posto che sia mai stata legittima, ormai non la giustifica più.</p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=1111" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2010/04/19/la-letteratura-sarda-come-letteratura-nazionale/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>21</slash:comments> </item> <item><title>La scuola alle porte del 2010. Il ministro Gelmini a Ballarò, la &#8220;riforma&#8221; scolastica e la sorte dei precari.</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/12/27/la-scuola-alle-porte-del-2010-il-ministro-gelmini-a-ballaro-la-riforma-scolastica-e-la-sorte-dei-precari/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2009/12/27/la-scuola-alle-porte-del-2010-il-ministro-gelmini-a-ballaro-la-riforma-scolastica-e-la-sorte-dei-precari/#comments</comments> <pubDate>Sun, 27 Dec 2009 14:51:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Cristian Ribichesu</dc:creator> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Mala tempora currunt]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Floris]]></category> <category><![CDATA[Fois]]></category> <category><![CDATA[Gelmini]]></category> <category><![CDATA[informazione]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[precari]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Scuola sarda]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=1044</guid> <description><![CDATA[Seguo spesso la trasmissione televisiva Ballarò, condotta dal giornalista Floris. Anche questo martedì 15/12, e con rammarico ho visto che l’attuale Ministro all&#8217;Istruzione sembra lontana dal contesto scolastico. Sarà un mio limite, ma credo di non sbagliare. Io penso che il punto non stia nel fatto che i finanziamenti della Scuola venissero usati, alla vigilia [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Seguo spesso la trasmissione televisiva Ballarò, condotta dal giornalista Floris. Anche questo martedì 15/12, e con rammarico ho visto che l’attuale Ministro all&#8217;Istruzione sembra lontana dal contesto scolastico. Sarà un mio limite, ma credo di non sbagliare. Io penso che il punto non stia nel fatto che i finanziamenti della Scuola venissero usati, alla vigilia dell&#8217;insediamento di questo Governo, per il 98% per pagare stipendi, come affermato dal ministro Gelmini, ma che negli anni progressivamente lo Stato abbia ridotto i finanziamenti nell&#8217;istruzione e, per forza di cose, alla fine siano rimasti in piedi solo le voci degli stipendi (togli anche quelle e chiudi le scuole!) .  <span id="more-1044"></span>Certamente le colpe devono essere distribuite nel tempo, tanto che l&#8217;Italia per il finanziamento di questo settore, fondamentale per lo Stato e per la vita dei cittadini, è ben sotto la media, per PIL, dei paesi OCSE. E si consideri che circa un sesto del personale docente ogni anno è rappresentato da personale precario, precario per risparmiare sui costi della stabilizzazione, assunto a settembre e licenziato a giugno o agosto, … e per anni.</p><p>Voglio aggiungere anche che quei sistemi di ammortizzazione sociale annunciati dal Ministro, con tanta enfasi, ancora non sono operanti, dato che molti docenti non hanno neanche ricevuto il pagamento del tfr dello scorso anno, il pagamento delle ferie non godute e, lavorando quest&#8217;anno per poche ore, hanno perso la disoccupazione di 800 euro per lavorare per poche centinaia di euro, e magari a parecchie decine di chilometri da casa e pagati non sempre puntualmente anche per quelle poche centinaia di euro (non si immagini tanto, 300, 400, 500 euro). Immaginatevi il Natale di molti docenti precari, che ancora, anche per passione e senso del dovere, continuano a lavorare per le supplenze preparandosi tutti i giorni e acquistando continuamente e personalmente libri e materiali didattici. La convenzione con l&#8217;INPS, poi, per il momento non è ancora funzionante, e parlo di quella convenzione che avrebbe dovuto assicurare un reddito minimo per i precari che avessero lavorato per poche centinaia di euro, con una formula di completamento tra stipendio a tempo determinato e disoccupazione (legge Salva-precari). Rimango allibito, inoltre, davanti all&#8217;affermazione del Ministro all&#8217;Istruzione di voler migliorare la Scuola con una nuova formazione dei docenti, dato che i docenti preparati e qualificati esistono e da anni lavorano come precari in mezzo a mille difficoltà. La scuola media, inoltre, con la cancellazione delle ore a disposizione, ogni qualvolta si assenti per un giorno un docente, vede spesso la divisione degli alunni di una classe in altre differenti, sovraffollandole. Contemporaneamente, sempre alle scuole medie, secondarie di primo grado, si è negata la possibilità di lezioni individualizzate per quegli alunni con problematiche particolari che, generalmente, venivano seguiti proprio dai docenti che avevano ore a disposizione. Insomma, ritornando a Ballarò, in pochi minuti, purtroppo perché la puntata ha visto una variazione per la discussione dell&#8217;aggressione al Capo del Governo (la scaletta prevedeva la tematica principale sulla Scuola), comunque in pochi minuti si è negato il fatto che la &#8220;riforma&#8221; Gelmini sia data essenzialmente da un enorme taglio a carico del personale scolastico precario. Triste sentir dire da parte del Ministro che i lavoratori a tempo determinato non devono pretendere nulla in merito alla stabilizzazione.</p><p>Triste e scorretto, moralmente e politicamente.</p><p>Tra l&#8217;altro, se si dovesse ragionare così come afferma il Ministro, non dovrebbero pretendere niente quelle centinaia di migliaia di lavoratori a tempo determinato che lavorano in vari settori del pubblico, nazionale, regionale e locale, e che avendo superato &#8220;solo&#8221; una selezione o un concorso richiedono giustamente l&#8217;inserimento lavorativo indeterminato. E scrivo &#8220;solo&#8221; non per sminuirne l&#8217;importanza, ma perché gli specializzati docenti precari hanno superato un corso-concorso con selezione e esame di Stato ben articolato. Ormai uno scippo.</p><p>I paragoni del ministro Gelmini, poi, come chiedere se si pensa che aumentando gli investimenti nell&#8217;Istruzione questa possa migliorare, lasciano il tempo che trovano, perché sarebbe come dire che un auto non va solo con la benzina, ma non va solo con l&#8217;autista o solo con le ruote. Semplicemente un sistema per funzionare deve avere a disposizione tutte le risorse che lo completano organicamente, risorse umane, finanziarie, organizzative e strutturali. E intanto molti docenti precari, supplenti, come scritto, stanno lavorando in previsione di uno stipendio il cui pagamento viene posticipato nel tempo, perché in molte scuole mancano le risorse finanziarie per pagare supplenti, materiali e sussidi didattici, e le manutenzioni spesso sono carenti, troppo.</p><p>In ragione di tutto ciò il Governo, proprio vedendo la riduzione progressiva dei finanziamenti per l&#8217;Istruzione, avrebbe dovuto aumentare le risorse per la Scuola, non diminuirle facendo breccia nei problemi esistenti e creando una voragine.</p><p>Questo di seguito è quello che penso, con alcuni dati certificati e certificabili.</p><p>Se esiste un aspetto che ci caratterizza come persone è la socializzazione, la capacità di molti di fermarsi per strada quando s’incontra un conoscente o un amico e scambiare quattro parole, anche per parlare del più o del meno. Ovviamente queste riflessioni a voce alta spesso difettano della correttezza scientifica, ma molte volte sono più pregnanti e più aderenti alla realtà di quanto possa essere la visione data dai media, dai politici o dagli studiosi di statistica in merito alla vita dei cittadini. Molte volte, però, le persone non interessate direttamente da una particolare realtà del Paese, non coinvolte da certe problematiche, parlano di determinati argomenti in base alle informazioni che hanno acquisito dall’ambiente, e alla fine, dal confronto fra le opinioni dei più, fra quelli direttamente coinvolti da certe dinamiche sociali e quelli estranei o solo spettatori, fra i politici e fra i mezzi dell’informazione, sembra di assistere all’esistenza di più Italie.</p><p>Un argomento discusso, ma forse non adeguatamente in proporzione all’importanza, almeno dallo scorso anno, è il funzionamento del nostro sistema scolastico e il suo cambiamento. Infatti, che la scuola italiana soffra più problemi è noto, ma la soluzione intrapresa per il suo miglioramento è certamente criticabile. Il tutto, come molti ben sanno, si è risolto in una drastica riduzione di personale, con un taglio di 42.104 docenti e 15.167 collaboratori scolastici (1.928 docenti e 591 collaboratori scolastici in meno per la Sardegna nel 2009/2010), per un totale di 52.171 posti di lavoro in meno in Italia per il corrente anno scolastico, che ammontano a 131.900 se considerati i tagli di tre anni consecutivi, e a fronte di un aumento di 37.441 alunni nel 2009 rispetto al 2008, “stipati” in classi che sono diminuite di 3.826 unità. I finanziamenti per l’Istruzione, poi, sono diminuiti nel tempo, dato che per il 2009 si è registrata una riduzione del 45,77% rispetto al 2001, e del 21,66% rispetto al 2008, e così l’investimento pubblico per questa voce risulta inferiore alla media dei paesi Ocse in proporzione al Pil.</p><p>Proprio uno dei capitoli di spesa che maggiormente risentirà dei tagli della “riforma” è quello riguardante i docenti precari, che nello scorso anno scolastico erano 130.835, cioè il 15,66% dei docenti della scuola italiana. Negli anni, nonostante le esigenze di personale, il precariato scolastico è aumentato, poiché si è scelto di usufruire del lavoro di questi docenti risparmiando sulla stabilizzazione, tanto che dei 130.835 precari in servizio nel 2008/2009 ne sono stati licenziati 110.553 alla fine delle attività didattiche. Perciò sembra che ora si voglia diminuire il precariato non stabilizzando e allontanando sempre più dal ruolo i docenti inseriti nelle graduatorie ad esaurimento provinciali, le stesse da cui si attinge per l’assunzione a tempo indeterminato e determinato.</p><p>E allora non si può che rimanere allibiti davanti ai commenti di cittadini che, estranei al mondo scolastico, ma tempestati dalle informazioni non sempre corrette, credono che si stia operando nel miglior modo possibile per il progresso della Scuola, addirittura pensando che si voglia perfezionare tutta la categoria dei docenti con l’istituzione di “innovativi” corsi di formazione per futuri insegnanti neo-laureati, come riferito dal Ministro all’Istruzione questo settembre, mentre si vogliono tagliare 133.000 precari (più di 80.000 insegnanti) che già hanno superato concorsi o scuole di specializzazione Siss, e negli “addetti ai lavori” sorgono spontaneamente dei dubbi riguardanti questo “nuovo” percorso formativo.</p><p>Infatti la scuola di specializzazione Siss viene chiusa e si passa al tre anni più due della laurea specialistica più un anno di specializzazione con tirocinio, che corrispondono a sei anni di studio e pratica, come nel vecchio sistema della laurea quadriennale con gli ulteriori due anni di studio e pratica della scuola Siss. È bene ricordare che le scuole Siss, dopo un esame di ammissione iniziale, si esplicavano in due anni di studio, superamento di esami di psicologia, pedagogia, legislazione scolastica, laboratori, studio dei sistemi di valutazione scolastica, didattica delle materie d’insegnamento, 300 ore di tirocinio, la realizzazione di una tesi e un’ultima interrogazione con una commissione di docenti universitari e delle scuole pubbliche. E per il nuovo percorso di formazione docenti nulla dovrebbe cambiare (forse le ore di tirocinio, 450, da quanto annunciato, ma ristrette in un unico anno, a discapito degli studi di didattica, contro le 300 della Siss). Semplicemente, il sistema universitario è stato allungato di un anno e perciò si vuole adeguare il sistema di formazione degli insegnanti riducendolo di uno. Ma allora come si può parlare di formazione di nuovi docenti se vogliono tagliare quelli che fanno parte delle graduatorie ad esaurimento, molti dei quali hanno frequentato le Siss? E poi, come si può pensare che questa nuova selezione programmata possa essere più meritoria e finalizzata all’inserimento in ruolo se già le Siss erano numero chiuso, e previo il superamento di un esame di ammissione, per assumere nel rispetto della turnazione? I nuovi corsi di formazione potrebbero o potranno apportare delle migliorie, ma non si può pensare di non assumere chi fa parte delle graduatorie ad esaurimento e che già ha affrontato un percorso lungo di formazione professionale: laurea; concorsi e/o specializzazione con selezione; ulteriori corsi di perfezionamento; anni di lavoro precario, anche coprendo 200 chilometri al giorno, e continua formazione in itinere.</p><p>Certamente se si vuole migliorare il livello qualitativo dell’apprendimento sarebbe opportuno diminuire il numero massimo degli alunni per classe. Così, mentre tutti i Paesi OCSE vengono richiamati a investire maggiormente nell’Istruzione, mentre lo studio recente del settembre 2009 della Banca d’Italia, “I rendimenti dell&#8217;istruzione&#8221;, evidenzia i vantaggi economici dati da un maggior finanziamento del sistema scolastico, in Italia si prosegue con i tagli e si diramano informazioni che non sempre rappresentano la realtà, ponendo i cittadini davanti al binomio concettuale della positività o negatività di questa “riforma” scolastica. Inevitabilmente, nella realtà dei fatti, quella nota a molti che nella scuola ci lavorano, vi è solo una risposta, quella negativa.</p><p>Nell’ultimo romanzo, Stirpe, lo scrittore sardo Marcello Fois scrive storie verosimili, o forse vere. Fois scrive di uomini, delle guerre mondiali, scrive sull’amore e sul dolore, e scrive di famiglie, dell’ingiustizia e del destino, e fa bellissime similitudini e metafore, riguardanti il mestiere del fabbro, la lavorazione dei metalli e la forgiatura, dei metalli e delle persone insieme, e cita la storia di Giobbe. E allora, rubando la licenza di questo scrittore, oggi i precari della scuola stanno subendo questa “forgiatura”, e speriamo che la tecnica utilizzata o il battere del martello non siano scorretti o troppo insistenti, altrimenti il metallo si fila, e poi è facile che s’infranga e alla fine si spezzi.</p><p>Cristian Ribichesu</p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=1044" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2009/12/27/la-scuola-alle-porte-del-2010-il-ministro-gelmini-a-ballaro-la-riforma-scolastica-e-la-sorte-dei-precari/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Quelli che i festival&#8230;</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/04/06/quelli-che-i-festival/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2009/04/06/quelli-che-i-festival/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Apr 2009 09:53:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Michela Murgia</dc:creator> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Editoria]]></category> <category><![CDATA[Isola delle storie]]></category> <category><![CDATA[letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=814</guid> <description><![CDATA[Di festival in Sardegna se ne fanno parecchi. Per alcuni anche troppi, anche se non sempre è chiaro il parametro per definire il presunto eccesso. Io sono piuttosto tra quelli che pensano che di buoni festival non ce siano abbastanza. Per questo saluto con favore i primi squilli mediatici sull&#8217; Isola delle Storie, il festival della letteratura [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-816" title="marchioisstorie" src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/uploads/2009/04/marchioisstorie-150x150.jpg" alt="marchioisstorie" width="150" height="150" />Di festival in Sardegna se ne fanno parecchi.<br /> Per alcuni anche troppi, anche se non sempre è chiaro il parametro per definire il presunto eccesso. Io sono piuttosto tra quelli che pensano che di buoni festival non ce siano abbastanza.<br /> Per questo saluto con favore i primi squilli mediatici sull&#8217; <a href="http://www.facebook.com/pages/Festival-Isola-delle-Storie-di-Gavoi/28742414996?ref=nf#/pages/Festival-Isola-delle-Storie-di-Gavoi/28742414996?ref=ts"  rel="external"><em><strong>Isola delle Storie</strong></em></a>, il festival della letteratura di Gavoi, che quest&#8217;anno ha lasciato trapelare con molto più anticipo del previsto diverse indiscrezioni su quello che sarà il programma di questa edizione.<span id="more-814"></span> Baricco, si dice. Bignardi tra gli esordienti. Niffoi, annuncia l&#8217;Unione Sarda, e altri nomi di sardi ancora segreti. Mauro Evangelista, l&#8217;illustratore dei sogni, per il festival dei piccoli. E Petra Magoni, la nuova icona della musica indie, ad inaugurare la serata d&#8217;apertura. Naturalmente ci saranno polemiche sul programma, ci sono sempre: c&#8217;è chi vorrebbe più sardi, chi più stranieri, chi più giallisti, chi più nomi mainstream, chi più firme elitarie, chi più sedie e chi più tende da sole. E&#8217; fisiologico, sarebbe strano il contrario.</p><p>E&#8217; invece veramente strano il fatto non emerga mai che, al di là dei meriti culturali, <em>Isola delle storie</em> in cinque anni ha quadruplicato i posti letto dei comuni del bacino imbrifero del Taloro, generando un indotto economico che fa di quei giorni di cultura un&#8217;attività produttiva vera e propria. Non è questo il parametro di valutazione, certo. Ma è un argomento più che valido per tutti quei comuni che non ritengono economicamente conveniente investire in cultura, convinti che sia vuoto a perdere.</p><p>Non viene mai fuori nemmeno il fatto che per i nove mesi curricolari le scuole del circondario lavorano con i ragazzi intorno ai testi degli autori che verranno al festival, e che le biblioteche del circuito locale hanno registrato movimenti di prestiti tra gli under 18 mai visti prima che esistesse la manifestazione.</p><p>Pochi sanno anche che, a differenza di altri festival in Sardegna e altrove, gli scrittori che accettano di intervenire non sono retribuiti, e che oltre alla presenza si chiede loro di condividere il festival come esperienza complessiva, vivendolo per intero da partecipanti, non solo da ospiti.</p><p>Tutti invece possono vedere che il festival si regge principalmente sull&#8217;operato gratuito di centinaia di persone, dai membri del comitato ai moltissimi volontari con le magliette rosse che sono il vero segreto del successo di questa manifestazione: <em>Isola delle storie</em> non è tanto il festival <em>a</em> Gavoi, ma è il festival <em>di</em> Gavoi, e la preposizione fa tutta la differenza.</p><p>Vedere per credere: 3-5 luglio 2009.</p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=814" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2009/04/06/quelli-che-i-festival/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> <item><title>Prima della primavera, da una città vicino al mare</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/03/26/prima-della-primavera-da-una-citta-vicino-al-mare/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2009/03/26/prima-della-primavera-da-una-citta-vicino-al-mare/#comments</comments> <pubDate>Thu, 26 Mar 2009 20:03:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Maccioni</dc:creator> <category><![CDATA[Mala tempora currunt]]></category> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[edilizia]]></category> <category><![CDATA[pubblicità]]></category> <category><![CDATA[racconti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=786</guid> <description><![CDATA[Quella volta che avevano perso le elezioni, ad esempio. Si erano fatte analisi sulla sconfitta ma davvero sopraffine, da rotocalchi politici e da bar, e gli opinionisti più quotati del paese si erano sprecati in giudizi e valutazioni, e anche i vecchi – di quelli che allora esistevano ancora – i vecchi che ragionavano nelle [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-791" src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/uploads/2009/03/la-piazza.jpg" alt="La piazza" width="260" height="174" />Quella volta che avevano perso le elezioni, ad esempio. Si erano fatte analisi sulla sconfitta ma davvero sopraffine, da rotocalchi politici e da bar, e gli opinionisti più quotati del paese si erano sprecati in giudizi e valutazioni, e anche i vecchi – di quelli che allora esistevano ancora – i vecchi che ragionavano nelle panchine delle piazze anche loro non erano stati da meno, e si erano raccontati le illusioni degli altri tra un cantiere edile e una bella gru. <span id="more-786"></span>Come succedeva sempre: l’immagine più efficace per dire un anziano sperduto di paese o di città era quella di un signore con pochi capelli bianchi e quasi calvo, il berretto sulla testa e le braccia dietro la schiena, col capo leggermente curvo ad osservare i muratori che imbiancavano facciate in un vecchio quartiere. Che imbiancavano facciate in un vecchio quartiere in una casa senza troppe pretese ma davanti al mare, o a guardare gli impiegati del servizio di elettrificazione che per lunghe scale raggiungevano l’ultimo dei lampioni di vecchia generazione, o gli operai del gas cittadino alle prese con la saldatura di tubi grossi e incomparabili, o le pale meccaniche che smuovevano la terra come facevano allora – e invece oggi chissà – come facevano allora perché domani quella palude, gonfia d’acqua un giorno sì e l’altro pure, sarebbe diventata parcheggio per un nuovo centro commerciale. Una storia lunga, quella dei vecchi, insomma, e anche quella dei centri commerciali. Loro, niente, infatti, stavano lì: braccia dietro la schiena ad osservare, in pausa riflessiva prima della prossima seduta politica nella panchina più vicina, a raccontarsi le illusioni degli altri tra un cantiere edile e una bella gru. Perché i vecchi erano proprio così, gli piaceva proprio fare da supervisori ai lavori in corso e negli altri, in ogni paese e in ogni città, negli altri si interessavano soltanto ai movimenti.</p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Quella volta che avevano perso le elezioni, ad esempio, si erano fatte analisi intelligenti e puntuali sull’accaduto, sui partiti che avevano tradito per fare poi accozzaglia con la nuova maggioranza, sui candidati incapaci che si erano limitati a portare a casa una decina di voti, sugli schieramenti squilibrati e su quelli che avrebbero alla fine della partita boicottato l’impresa, sui problemi di comunicazione che avrebbero potuto nascondersi dietro la sconfitta, su qualche partito che aveva tradito. Perché l’elettorato non aveva capito: per questo motivo probabilmente avevano perso berrittas in quella piccola impresa.</p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Invece quella storia lì delle elezioni, alla fine dei conti, quella storia lì delle elezioni si era risolta tutta in questo modo: il pubblicitario che aveva lavorato alla precedente campagna elettorale di uno degli schieramenti, passò dalla parte opposta in occasione delle votazioni successive, studiando i nuovi slogan e preparando spot e manifesti. Lo schieramento che lo aveva assoldato in precedenza, continuò ad utilizzare lo stesso materiale e gli stessi slogan, gli stessi spot e quelle stesse parole: fu come se il pubblicitario avesse dovuto iniziare a combattere anche contro se stesso, come se avesse dovuto trovare i punti deboli della propria campagna elettorale ma da pubblicitario &#8211; benché fatta in precedenza &#8211; e, da pubblicitario stimato e conosciuto quale era, tentare di abbatterla a suon di parole e di battute, di riferimenti meschini e di perfidia, di sbotti più personali che comunitari, di tiritere più intime che collettive e sociali, più false che pungenti, più tutto di tutto, e con un po’ di tutto insieme a tutto, e contro tutto ma per tutto, e nonostante tutto ma grazie a tutto – e naturalmente fino alla fine di tutto.</p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Perché quando si inizia a combattere contro se stessi alla fine ma proprio alla fine se si ha sempre un po’ di pazienza alla fine si vince sempre. Quando si inizia a combattere contro se stessi: il pubblicitario trionfò sul serio in quelle elezioni e sarebbe in breve tempo arrivato anche l’ultimo attesissimo centro commerciale per la vendita in saldo di ogni cosa vendibile, mentre gli altri avrebbero iniziato a chiedersi – e chissà cosa avrebbero pensato i vecchi, giù nella panchina là in fondo, se solo ci fossero stati – mentre gli altri avrebbero iniziato a chiedersi: ma com’è che quando si è vinto, e si è vinto contro se stessi, quando si è vinto alla fine, in fondo ma in fondo, ma proprio alla fine, alla fine di tutto, quando si è vinto alla fine di tutto non si è salvato nessuno?</p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">[La foto è un'elaborazione b/n di un'opera di <a href="http://www.flickr.com/photos/roberto_ferrari/2561129110/" rel="external">Roby Ferrari</a>]</p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=786" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2009/03/26/prima-della-primavera-da-una-citta-vicino-al-mare/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Conosciamo noi stessi?</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/03/25/conosciamo-noi-stessi/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2009/03/25/conosciamo-noi-stessi/#comments</comments> <pubDate>Wed, 25 Mar 2009 10:27:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Omar Onnis</dc:creator> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Mala tempora currunt]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Sardegna]]></category> <category><![CDATA[storia dei sardi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=762</guid> <description><![CDATA[Pare che sull&#8217;architrave del tempio di Apollo, a Delfi, fosse scolpito l&#8217;ammonimento: “Conosci te stesso!”. Socrate ne trasse un comandamento che poi impartiva convinto a destra e a manca. Infatti, fu condannato a morte. Ma lui stesso parlava anche di un daimon, uno spirito, un pensiero autonomo, che ognuno porta dentro di sé. Qualcosa di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;"><img class="alignleft size-medium wp-image-763" src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/uploads/2009/03/mafalda_e_conosci_te_stesso1-300x297.jpg" alt="mafalda_e_conosci_te_stesso1" width="237" height="222" />Pare che sull&#8217;architrave del tempio di Apollo, a Delfi, fosse scolpito l&#8217;ammonimento: “Conosci te stesso!”. Socrate ne trasse un comandamento che poi impartiva convinto a destra e a manca. Infatti, fu condannato a morte. Ma lui stesso parlava anche di un <em>daimon</em>, uno spirito, un pensiero autonomo, che ognuno porta dentro di sé. Qualcosa di indipendente dalla nostra volontà, anzi, di solito prevalente su di essa.<br /> <span id="more-762"></span></p><p style="margin-bottom: 0cm;">Ma la Modernità non è passata invano, e oggi possiamo ritenere di avere le idee un po&#8217; più chiare su cosa possa significare (o non significare) conoscere sé stessi. In particolare, sappiamo che molto di quello che fa parte dell&#8217;universo di segni che popolano e articolano la nostra personalità e la nostra capacità di interpretazione del mondo, benché apparentemente nostro, è invece il frutto del silente metabolismo che ci fa assimilare simboli e narrazioni prodotti fuori di noi. In gran parte, nel proprio interesse, dal sistema egemonico di turno. Fenomeno tanto più vero, quanto più incide su personalità non strutturate o strutturate in modo auto-contraddittorio. Come quelle della maggior parte di noi sardi.</p><p style="margin-bottom: 0cm;">Cosa conosciamo, dunque, di noi stessi? Intendo dire di un “noi stessi” collettivo, storico. Be&#8217;, a quanto pare ben poco. Siamo una terra “senza storia”, ci insegnano da tempo immemorabile. Ossia, non è che non sappiamo nulla, è che proprio non c&#8217;è nulla da sapere. Naturalmente, questa è una totale idiozia.</p><p style="margin-bottom: 0cm;">Dove sta la magagna, dunque? Intanto, ad una banale ricerca statistica sui libri di testo scolastici e sui testi storici di più ampia diffusione editi in Italia, risulta la quasi totale assenza della Sardegna, o una sua presenza incidentale, insignificante e strumentale. Oppure, qualche notizia falsa (cfr. VILLARI R., <em>Storia medievale</em>, Roma-Bari, Laterza, 1969 e succ. edizz., p.  221: “1016: i Pisani conquistano la Sardegna”). Esito sorprendente, ma riconducibile alla necessità di omologare le vicende, altrimenti eterogenee e incommensurabili, di popoli, culture, ordinamenti giuridici diversi, che un incidente della storia ha radunato sotto l&#8217;etichetta posticcia di Regno d&#8217;Italia prima e di Repubblica Italiana poi. In un simile contesto, è naturale che vicende non riconducibili a eventi e processi almeno paragonabili, né ricomprese in un ambito geografico comune, dovessero essere espunte e ridotte di rilevanza.</p><p style="margin-bottom: 0cm;">La controprova di tale operazione la si ha confrontando le notizie relative alla lunga guerra tra i sardi e i catalani, gli uni sotto le insegne dell&#8217;Arborea, gli altri sotto quelle del regno di Aragona, che condussero alla perdita dell&#8217;indipendenza politica dell&#8217;Isola da una parte e all&#8217;estinzione della casa regnante catalana dall&#8217;altra, con conseguenze politiche per la Catalogna di cui ancora oggi osserviamo gli esiti di lunghissimo periodo. Una vicenda durata un&#8217;ottantina d&#8217;anni, col coinvolgimento diretto di una delle grandi potenze europee  del XIV secolo e, a vari livelli, di tutte la altre. Tra le quali il regno giudicale di Arborea, per forza economica e militare, non era certo la più peregrina. Ora, di questa vicenda non si trova traccia non solo e non tanto in alcun testo storico scolastico, ma anche nella maggior parte delle trattazioni storiche monografiche o enciclopediche italiane dedicate al periodo in questione. Al contrario, è ben nota e studiata dagli storici catalani e trova un certo spazio e risalto in testi storici pubblicati in Spagna. Così come non risulta in alcun manuale storico italiano la vicenda rivoluzionaria sarda (comunque la si interpreti) degli anni 1794-1802. Mentre ampio risalto ha (chissà perché, vista la sua minor portata politica, il suo radicale fallimento e la sua effimera durata), la Rivoluzione napoletana del 1799. Ma questi sono solo due esempi. Quel che conta veramente è che la storia dei sardi non è stata mai raccontata se non in parte e in funzione della storia di qualcun altro, che fossero i cartaginesi, i romani, i bizantini, gli spagnoli e i piemontesi in Sardegna, oppure gli italiani.</p><p style="margin-bottom: 0cm;">Già, gli italiani&#8230; Ma come, non siamo italiani anche noi? si chiederà qualcuno. Un&#8217;altra caratteristica della povera e negletta storia sarda è appunto questo luogo comune, assurto ormai al rango di dogma: la Sardegna come terra dominata, sconfitta, sin dai secoli dei secoli. E tuttavia tale luogo comune, magicamente, viene meno alla chetichella allorché si passa a considerare la storia contemporanea. Si passa dalla dominazione piemontese all&#8217;unità italiana e per incanto da sardi dominati ci ritroviamo italiani anche noi. Italiani “speciali”, però. Infatti, doppiata la boa del Novecento, da ultima ruota del carro italico (un po&#8217; sgangherato di suo già in partenza), ci ritroviamo incredibilmente eroi di guerra, dopo la carneficina del primo conflitto mondiale (da razza congenitamente delinquente a stirpe valorosa il passo non è breve!), e poi, dopo il secondo, regione autonoma, a “statuto speciale”, appunto. Sempre italiani, beninteso. Magari portatori di una “identità” forte, da “tutelare” (come l&#8217;orbettino), ma fondamentalmente figli di una “nazione fallita” (Lussu, 1951). Degli esseri inferiori, insomma. Un popolo <em>minus habens</em>, incapace di intendere e di volere, bisognoso di sostegno, di piani di rinascita, di contentini demagogici accordati in cambio dell&#8217;accettazione di un ruolo subalterno e neo-coloniale (lo scudetto del Cagliari, vinto grazie ai soldi di Moratti, mentre si metteva su il più grande polo petrolchimico del Mediterraneo, devastando una intera fetta di costa e avvelenandola per sempre): <em>panem</em> (posti di lavoro) <em>et circenses</em> (un po&#8217; di spasso domenicale allo stadio), e tutto fila liscio, per gli italiani speciali.</p><p style="margin-bottom: 0cm;">Ma si sa come va la storia: c&#8217;è quella cosa strana che si chiama eterogenesi dei fini, che non si capisce bene cosa sia, ma fa sì che mentre agisci per uno scopo, ne ottieni un altro (o anche un altro) non sempre compatibile col primo. Per forza di cose, l&#8217;aumento della scolarizzazione e il maggiore accesso alle università, oltre alla copertura capillare dei mass media, espongono i sardi per la prima volta al contatto diretto con strumenti di conoscenza e di critica mai prima posseduti, almeno a un tale livello di diffusione. Qualcuno comincia a farsi delle domande, si genera una certa curiosità su questa terra così misconosciuta prima di tutto dai suoi stessi abitanti. Quell&#8217;identità così monolitica e apparentemente immobile, costruitaci addosso come un sarcofago, comincia a scricchiolare. Benché il sistema di disinformazione e di deprivazione storica sia sempre all&#8217;opera (servirebbe una bella indagine sull&#8217;operato delle sovrintendenze archeologiche in Sardegna negli ultimi sessant&#8217;anni, ad esempio), qualche voce dissonante si fa largo e prende la ribalta. Un Michelangelo Pira, un Sergio Atzeni&#8230; Voci isolate, in gran parte inascoltate, certo, e profondamente incomprese, per lo più. E spente prematuramente, anche. Ma sono segnali che qualcosa si muove.</p><p style="margin-bottom: 0cm;">Ora, come insegnano gli storici, vincere un&#8217;inerzia plurisecolare e mutare di segno un intero universo simbolico, un immaginario collettivo radicato e giustificato da tutti i media dominanti, non è facile, né rapido, né indolore. Oggi a che punto siamo? Possiamo dire di conoscere noi stessi? Possiamo girare il nostro sguardo all&#8217;indietro e riconoscerci? E abbiamo uno sguardo nostro da proiettare nel futuro? In gran parte la risposta deve essere ancora “no”. Sappiamo ancora poco di noi, nessuno ci insegna a scuola da dove veniamo, quale sia la genealogia del nostro presente. Troppo eversiva la verità, per un popolo prigioniero di una “identità forte” come la nostra. Quell&#8217;identità che altro non è se non una congerie di cliché ideati da altri come strumento di dominio. Con la nostra stessa complicità, beninteso  (almeno, di quella parte di noi che ha da guadagnare dalla situazione di subalternità ereditata).</p><p style="margin-bottom: 0cm;">Dunque, che fare? Cercare di squarciare il velo di Maya e affrontare una volta per tutte, come soggetto storico, le nostre vicende, ciò che ci ha portato ad essere ciò che siamo? Oppure rimanere più comodamente inconsapevoli e omologati, passivi verso chiunque voglia dirci la sua sul nostro conto e abbia il potere per imporci la sua visione? La rivolta dell&#8217;oggetto preconizzata da Michelangelo Pira non c&#8217;è ancora stata. Ma chi doveva avviarla forse si è distratto, non ha colto i segnali, o, se li ha colti, li ha trovati pericolosi (per sé più che altro, per la propria confortevole posizione politica, professionale, intellettuale e sociale). Non sarebbe invece il caso, finalmente, oggi che ne abbiamo la possibilità, di riprendere in mano la nostra narrazione, sottraendola alle arti malefiche degli stregoni televisivocratici e dei loro ascari? C&#8217;è qualcuno che se la sente di provarci, o dobbiamo rassegnarci alla passività di un destino subalterno e marginale?</p><p style="margin-bottom: 0cm;">L&#8217;emancipazione storica costa, ma potrebbe essere un prezzo che vale la pena di pagare. Se non per noi, almeno per chi ci seguirà.</p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=762" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2009/03/25/conosciamo-noi-stessi/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>A chi serve la cultura</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/03/11/a-chi-serve-la-cultura/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2009/03/11/a-chi-serve-la-cultura/#comments</comments> <pubDate>Wed, 11 Mar 2009 18:01:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Michela Murgia</dc:creator> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Bruno Murgia]]></category> <category><![CDATA[intellettuali]]></category> <category><![CDATA[Lucia Baire]]></category> <category><![CDATA[Regione Sardegna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=580</guid> <description><![CDATA[(il cartello si trova all&#8217;ingresso del mio palazzo) Mi ha sempre incuriosito il modo in cui la politica si rapporta alla cultura, e ora che la signora Lucia Baire è stata nominata come assessore regionale preposto, la mia curiosità si rinnova. Non è una domanda disinteressata: nel mondo in cui mi piacerebbe vivere, la politica dovrebbe [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-581" title="foto0056" src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/uploads/2009/03/foto0056-150x150.jpg" alt="foto0056" width="150" height="150" /><em>(il cartello si trova all&#8217;ingresso del mio palazzo)</em></p><p>Mi ha sempre incuriosito il modo in cui la politica si rapporta alla cultura, e ora che la signora Lucia Baire è stata nominata come assessore regionale preposto, la mia curiosità si rinnova. Non è una domanda disinteressata: nel mondo in cui mi piacerebbe vivere, la politica dovrebbe rispettosamente temerla, la cultura. Dovrebbe percepirla come un’autorità morale, una sorta di quarto potere, necessario e indipendente al pari di quello legislativo, esecutivo o giudiziario.<span id="more-580"></span></p><p>Da un certo punto di vista la cultura è stato davvero un oggetto maneggiato con cautela dalla politica. Tutti i sistemi di potere, anche quelli dittatoriali, hanno cercato di accattivarsi gli intellettuali, quando non di usarli, e restano tutt’oggi ben contenti quando riescono a farsene legittimare. È meno difficile di quel che sembra, perché quello che comunemente si intende per mondo culturale non è affatto un sistema indipendente. A molti operatori per portare avanti i loro progetti servono i soldi di cui la politica dispone, e non a caso la mappa dei finanziamenti sotto tutte le legislature ha ricalcato in gran parte quella delle simpatie politiche, dimostrando, casomai ce ne fosse bisogno, che il potere ha la tendenza a sostenere la cultura non in quanto produttrice di strumenti di democrazia, ma come <em>dècor du regime</em>.</p><p>Sul <a href="http://www.brunomurgia.it/2009/02/13/la-destra-e-la-cultura/"  rel="external">blog del deputato PdL Bruno Murgia</a> durante la campagna elettorale lessi una cosa in merito che mi lasciò a bocca aperta; ve la riporto, perché è rivelatoria di come un certo mondo politico vede la cultura:<br /> “ <em>A destra </em>[n.d.r. sulla cultura]<em> il percorso da fare è comunque più tortuoso, perché a differenza degli eredi della grande tradizione comunista italiana, si è persa l’idea della <strong>cultura come generatrice di consenso democratico</strong>. Una peculiarità che era propria della visione di Gramsci, ma anche della visione di Mussolini e Gentile, impegnati da sempre a far passare una dimensione culturale della rivoluzione fascista.</em>”</p><p>Senza entrare nel merito della fondatezza dell’accostamento storico, la definizione resta preoccupante per tutti coloro che lavorano nella cultura intendendola come generatrice non di <em>consenso</em> (quella è la propaganda), ma di <strong>consapevolezza democratica</strong> (e quindi anche e soprattutto di <em>dissenso</em>). Una visione strumentale che personalmente mi auguro non sia condivisa dal nuovo assessore, e la domanda gliela porrei volentieri.</p><p>Agli operatori culturali a ogni titolo possibile resta un altro quesito, che qui dentro non possiamo permetterci di non fare. Se per molti di noi la possibilità di operare è serva del finanziamento pubblico, cioè in definitiva del potere politico, per quali altre strade può passare il mestiere/servizio del fare cultura che non vuole vendersi, né subire ricatti?</p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=580" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2009/03/11/a-chi-serve-la-cultura/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>46</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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