<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Corona De Logu &#187; immigrazione</title> <atom:link href="http://www.coronadelogu.com/tag/immigrazione/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.coronadelogu.com</link> <description> </description> <lastBuildDate>Fri, 18 Jun 2010 10:26:49 +0000</lastBuildDate> <generator>http://wordpress.org/?v=2.9.2</generator> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <item><title>Una tragedia multietnica</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/04/09/una-tragedia-multietnica/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2009/04/09/una-tragedia-multietnica/#comments</comments> <pubDate>Thu, 09 Apr 2009 07:35:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Chicco Gallus</dc:creator> <category><![CDATA[Mala tempora currunt]]></category> <category><![CDATA[Abruzzo]]></category> <category><![CDATA[immigrazione]]></category> <category><![CDATA[integrazione]]></category> <category><![CDATA[permesso di soggiorno]]></category> <category><![CDATA[terremoto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/2009/04/09/una-tragedia-multietnica/</guid> <description><![CDATA[E&#8217; uscito oggi su Epolis. Lo riporto qui perché a questa riflessione ci tengo. Ci sono tanti nomi che non suonano italiani, nell’elenco delle vittime del terremoto. Qualcuno sarà venuto a lavorare. Forse qualcuno a studiare, o in vacanza. Non si può capire tanto dai nomi. Ma dei nomi che vengono da lontano, in un elenco [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-823" title="foto_pastiglione10" src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/uploads/2009/04/foto_pastiglione10-150x150.jpg" alt="foto_pastiglione10" width="150" height="150" />E&#8217; uscito oggi su Epolis. Lo riporto qui perché a questa riflessione ci tengo.</p><p>Ci sono tanti nomi che non suonano italiani, nell’elenco delle vittime del terremoto. Qualcuno sarà venuto a lavorare. Forse qualcuno a studiare, o in vacanza. Non si può capire tanto dai nomi. Ma dei nomi che vengono da lontano, in un elenco così sono già una storia. <span id="more-818"></span>Una fotografia di come siamo e di chi siamo. Ecco che di fronte a questo le differenze, i “noi” e i “loro” diventano di troppo, evidentemente fuori luogo. Casa nostra, casa loro, sono parole che non hanno più tanto senso. Le case son venute giù. E chi non ha fatto in tempo a fuggire è rimasto sotto. Non c’è permesso di soggiorno, non c’è foglio di via sotto le macerie. Nessuno chiede i documenti a chi viene curato, ricucito, ingessato dopo che è stato estratto da lì. Oggi ci sono famiglie che piangono i loro morti in altri paesi, se siamo riusciti a raggiungerli per dire loro questa notizia spaventosa. Abbiamo fatto tanti confronti con le altre volte che la terra ha tremato. Messina, Belice, Friuli, Irpinia. Abbiamo misurato i danni. Confrontato le intensità. Contato le vittime. Ma c’è una differenza. Forse questa è la prima volta che condividiamo il lutto con le persone che sono venute qui da altre nazioni. La prima tragedia nazionale di una Italia multietnica. Le grandi gioie e i grandi dolori creano legami, a volte. Sono memorie condivise. Storie comuni. Forse, speriamo, punti da cui ripartire per fare meglio.</p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=818" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2009/04/09/una-tragedia-multietnica/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Habeas Porcus</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/03/26/habeas-porcus/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2009/03/26/habeas-porcus/#comments</comments> <pubDate>Thu, 26 Mar 2009 10:03:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Dettori</dc:creator> <category><![CDATA[Mala tempora currunt]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[babbu mortu]]></category> <category><![CDATA[complesso di inferiorità]]></category> <category><![CDATA[immigrazione]]></category> <category><![CDATA[servi]]></category> <category><![CDATA[Sinistra]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/?p=771</guid> <description><![CDATA[Cerca una maglia rotta nella rete che ci  stringe, tu balza fuori, fuggi! “Io non ho perso contro Berlusconi, ma contro le sue televisioni, contro la Rai di Berlusconi, contro i giornali di Berlusconi…”. Così Renato Soru in una ultima  lunga intervista rilasciata a Paolo Madron a pagina 11 de Il Sole 24 Ore di domenica 22 [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-778" title="pesce-rosso-744051" src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/uploads/2009/03/pesce-rosso-744051-150x150.jpg" alt="pesce-rosso-744051" width="150" height="150" />Cerca una maglia rotta nella rete<br /> che ci  stringe, tu balza fuori, fuggi!</em></p><p style="text-align: left;">“Io non ho perso contro Berlusconi, ma contro le sue televisioni, contro la Rai di Berlusconi, contro i giornali di Berlusconi…”. Così Renato Soru in una ultima  lunga intervista rilasciata a Paolo Madron a pagina 11 de<em> Il Sole 24 Ore</em> di domenica 22 marzo 09. <span id="more-771"></span>E ancora: il clientelismo, il rigore dei bilanci che comporta perdita dei consensi, lo stretto legame tra Berlusconi e una parte importante della Curia eccetera. Non una sola parola, mosca, sulla sorda deleteria palese infingardaggine dei cattopapisti del Pd che ha finito col mietergli l’erba sotto i piedi. E forse un altrettanto diplomatico silenzio anche sulla sordità dei cosiddetti sardi-di-dentro, degli eterni “stanziali”, a una diversa idea di Sardegna, a un processo di cambiamento e un progetto di rinnovamento della polica che finalmente superasse incancrenite assuefazioni all’elemosina e all’assistenzialismo. Che bloccasse le voglie, le bulimie  edificatorie dei bottegai e dei devoti al cemento armato. Che infine facesse criticamente i conti con le nebulose identitarie di residuali carnevalate folcloristiche: da “piccole patrie” della petulanza e della separatezza. Non siamo granché diversi dagli altri. Siamo continuamente esposti, corriamo ogni giorno il rischio di rassomigliare e tradurre in sardo il folklore celtico dei “lumbard”.<br /> Dopo la mazzata di febbraio, continuo a farmi sempre più persuaso che la presunta “costante resistenziale” sarda inventata dal nostro patriarca di Barumini – falso credita et ementita -, finisca sempre col risolversi, salvo eccezioni, in un rosario di servitù volontarie, così protervamente perseguite dai nostri “sardi-di-dentro”. Quanto meno dalla maggioranza di essi: tzerakkos sémper, petitores de Gonare. Perché questa volta non è tanto e soltanto Soru ad essere stato sconfitto: è stata sconfitta la Sardegna. Un “progetto” comunitario, una alternativa di vita che oltre-passava la sua persona.<br /> La posta in gioco – e questa volta ci giocavamo proprio tutto, quanto meno quel poco che ancora  restava da salvare – non era semplicemente, come si dice, “alta”.<br /> Era totale.<br /> Ne andava del nostro futuro.<br /> Della vita stessa.<br /> Ciò non ostante, ha stravinto e tripudiato in ogni senso, in lungo e in largo, la resa incondizionata al peggio: all’individualismo, alla cultura del virtuale, al becerume, all’estetica del brutto. Con maggioranze bulgare. E la scommessa è andata persa forse a sempre. Battuta dagli stessi sardi, aperti sempre e soltanto al nulla: un ennesimo ulteriore bottino di cui andare giustamente orgogliosi. Riportiamo a casa le spoglie: le nostre.<br /> Non che il nostro “governatore” mi sia mai stato tanto con-geniale, né che mai abbia pensato di scodinzolargli dietro negli anni in cui è stato sugli altari… Già nel lontanissimo 2003 – “alle  origini”: in tempi non sospetti – la sua improvvisa “apparizione” in scena non mi aveva sconvolto più di tanto.  In una rivistina cenere da tempo, Nuoro oggi, sogghignavo: “<em>Tra annunzi e smentite, dalla dolina di Tiscali, si annunzia l’avvento di un ennesimo &#8211; diverso? &#8211; imprenditore-di-successo incarnatosi miracolosamente in terra sarda: Renato Soru. Il quale  fa sapere allo stremato popolo delle spiagge d’agosto che, se si candida, presenterà un suo menù ai cristalli liquidi. Non trascura, come si addice a un “homo novus” di accusare i vecchi partiti e, subito dopo, secondo rito, smentire. Restiamo pur sempre sul classico, o no?</em>” La notizia: ventotto agosto duemilatre &#8230;</p><p style="text-align: left;">Avvenne, poi, che quei vecchi partiti allora accusati finirono per diventare i suoi peggiori alleati. In politica, succede. E va a finire che a pagarla cara si sia un po’ tutti.<br /> E tuttavia e non-ostante-tutto, questa volta mi ero rassegnato ad aderire al manifesto per Soru promosso dai “sardi-di-fuori” – la parola emigrati pare sia tabù da tempo –: confidando che quanto meno il Sardus Pater ci potesse assistere.  E per quanto potesse valere la firma di un sardo-di-fuori senza diritto di voto lo avevo firmato.<br /> Questa volta  non avevamo scelta. Per quanto sia questo non avere scelta che sempre ci tormenta: costretti, sempre, all’hic-Rhodus-hic-salta… Dover schierarsi, sempre, contro qualcuno o qualcosa, piuttosto che per qualcuno o qualcosa che non sia soltanto il male minore. Essere persuasi che, finalmente, si è imparata la lezione dagli anni delle svendite e dello sfacelo di tutto. Che un altro vento possa infine levarsi.<br /> Ma a freddamente considerare che Soru era stato messo appena avant’ieri in crisi e in condizioni di dimettersi precisamente dalle ottuse burocrazie e dagli inciuci cementificatorio-sviluppisti di uno dei “vecchi partiti” da lui diffidati, transustaziato in un  se-dicente Partito democratico, con il quale ora e dopo dovrà arrangiarsi a convivere e coesistere per quanto a collo storto – fino a quando? -, le riserve e i  dubbi da metodici finivano coll’avviarsi all’iperbole.<br /> Abbagliavano i costi che  già abbiamo dovuto pagare in disagio sociale, malessere, disgregazione, vita mortificata, delinquenza minorile, alcolismo e droghe, depressioni, psicosi e schizofrenie… I nostri paesi non più distinguibili da anonime e anomiche periferie urbane.  I nostri “centri” tutto un fiorire di cliniche psichiatriche e demenza… Le nostre vere “eccellenze” continuando ad accadere, potenziate, nel quotidiano: le catastrofi.<br /> Eppure, ancora una volta, oggi, si preferisce parlare d’altro, delle nostre altre punte di eccellenza: salsicce di Irgoli e tappeti di Nule, sarti di Orani e vellutini di Orune, vini e cantine sociali di ognidove, oreficerie e coralli e  filigrane. Modiste e modisti del “made in Sardinia” a rivestire gli ignudi  di Tokyo…<br /> Poco mi ha persuaso, né oggi né mai, questa cieca “visione” biecamente economicista del  nostro“travaglio” di sardi: siamo anche noi, come tutti, alle solite “sordide forme giudaiche”. Produzione e mercato. Industria e derivati hanno ben scavato per una Sardegna berlusconizzata. Fascinati dai “sardi che si fanno onore nel mondo”. Dai “salvati”.<br /> E i sommersi?&#8230;<br /> Rivoluzioni dell’apparire e falsa coscienza: il nostro <em>habeas corpus</em> aggiornato  riproposto e immiserito in un più pertinente e connotativo <em>habeas porcus</em>…<br /> Si ha una bella voglia di continuare a raccontare e raccontarci fole con patetiche “dies de ssa Sardigna”, uniti e solidali tra noi soltanto quando si trattava di farci massacrare su fronti di guerre che mai ci riguardavano. Mai siamo stati uniti, solidali. Il “forza paris!” lo abbiamo scoperto, praticato e gridato, suppongo, soltanto in quelle occasioni: i mattatoi della storia. Del resto, non abbiamo anche fatto di un cartaginese il nostro eroe nazionale e di una ispanica la nostra eroina?</p><p style="text-align: left;">Né mai ci siamo amati, tollerati, quanto meno sopportati a vicenda. Mi ritornato alcuni versi di una lunga poesia di Auden, 1° settembre 1939 : …” <em>non c’è una cosa chiamata Stato /e nessuno esiste da solo; / la fame non lascia scelta / al cittadino né alla polizia; / dobbiamo amarci l’un l’altro o morire</em><br /> (We must love one another or die)… Dove quel “must” suona più costrizione, aut-aut ineluttabile, che non dovere: siamo costretti ad amarci non-ostante-tutto se non vogliamo morire. Sempre, per quanto ne so, abbiamo scelto per la disfatta e la morte.<br /> Così, ancora una volta, ancora oggi, finisco con il convincermi sempre più che la nostra pulsione più vera e profonda sia da sempre quella di dividerci e sbranarci a vicenda. La pulsione a predisporci di volta in volta a nuovi, ma sempre identici servaggi, ammanettandoci con le nostre stesse mani, invocando un padrone che “pensi” a noi e per noi, ci assista e risolva i nostri problemi: “zio Silvio, pensaci tu”!&#8230; Così gemeva, grottesca, la supplica inalberata nei cartelli dei licenziati alla Euroallumina: di ben altro pelo, gli operai francesi non questuano, si incazzano, sequestrando il manager. Una tragedia, la nostra, avviata a risolversi sempre in miserere e farsa. Sos kervéddos a ss’ammàssu, si dice dalle mie parti. Eccome ci penserà, zio Silvio. Tranquilli. Mansueti. E morti.…<br /> Si è finito col fare della nostra terra una miserabile appendice di Arcore, un proconsolato del piccolo bonaparte di palazzo Grazioli. Poi, ovviamente, come da sempre è sardo costume, ci si lamenterà, frignando sul colonialismo, sul nemico-che-viene-dal mare. Ma chi altro, se non noi, gli ha da sempre spalancato le porte. E siamo ancora una volta noi stessi ad averlo stolidamente invocato, favorito, forzando i cardini dall’interno, smantellando le mura. Come ancora si può, com’è ancora possibile  questo autolesionismo, questo masochismo da manuale… Invocando la frusta. Ancora, più frusta ancora, ancora non ci basta. Tutto ciò è avvilente: quel che mi resta di buon senso, di ragionevolezza, vi si ribella.<br /> Il cavallo col nemico in pancia  ancora una volta  è stato volontaria-mente introdotto dentro le mura: non attenderà la notte…<br /> Ci aveva ben saputo leggere dentro e segnare a fuoco, come la schiena di un bue, Carlo V o chi per lui  con quell’inconfutabile “locos y male unidos” che ancora oggi ci marca. Siamo melanconici e tristi, geneticamente: ora, finalmente, impareremo e cominceremo a ridere di gusto. Non col ghigno sardonico di una volta. Come vorrebbe Gavino Sanna e il suo nuovo datore di lavoro… Cantava a suo tempo Jannacci: “sempre allegri bisogna stare / ché il nostro pianto fa male al re / fa male al ricco e al cardinale”… eccetera.<br /> Mi domando ora, infine, in che consista il tanto strombettato “rinascimento sardo” e, se mai sia esistito, quale incidenza abbia avuto sulle nostre coscienze. Sulle folle, o masse che dir si voglia. Artisti e scrittori, continuano a “creare”, diciamo così, ciascuno pro-domo-sua, senza peraltro trascurare di accoltellarsi a vicenda.  Rilassante e appagante esercizio mentale di maldicenza e sprezzo praticato con coscienza anche dal “Club-degli-onesti”: la nostra cleresia. I chierici devoti, votati al Verbo  …<br /> Sono 22 anni che Paolo Fresu suona le trombe della resurrezione ai berchiddesi – chissà che non si sveglino! &#8211; i quali, per quanto li riguarda, continuano a dormire e a ingrassare con le loro cantine di fermentino. Fottendosene degli appuntamenti alle canicole d’agosto come delle fanfare del mondo che gli entra in casa. Vidisticredìsti: Il 60,5%  dei dormienti della caverna, dei suoi concittadini-quasi-galluresi, sogna di una paradisiaca Arcore sarda e appena un 36,0% si risveglia sulla dura terra di sempre. Col culo per terra.<br /> Quanto alle altre “fucine” di cultura, poesia e prosa, Séneghe la spunta di un punto e così Asuni eccetera. Un po’ meglio Gavoi. Domanda: davvero siamo ri-nati? E trombe, “noir”, poesia ri-svegliano qualcuno da letargie millenarie? Giobbe è ancora lì a domandarselo senza possibile risposta. Ciosì, l’arcano dei nostri presunti e disastrati rinascimenti, del loro incidere o lasciare traccia appena visibile sul suolo, si disvela in tutta la sua triste miserabilità..,.<br /> Ma è tutta la “Gaddùra” ad acclamare napoleone-il-piccolo con maggioranze bulgare. E del resto, questi bottegai, kustos lottráios, quando parlano di noi, quasi un residuato, non ci chiamano “li sàldi”? Loro, gli alieni: de palas de galéra…<br /> Lo spagnolesco “locos y male unidos” è l’equivalente della nostra millenaria sapienza: “kéntu kòncas, kéntu berríttas… E il forza paris pressoché sempre ritradotto con  kataúnu a kóntu suo.<br /> Così, questa volta, i socialisti di casa non diversa-mente dai loro sbiaditi “compagni”del “continente”, chiedono garanzia di cadréghe. Non ottenendole, deliberano di navigare a vista, solitari e finali, in “balia” del nulla. Gli indipendentisti di variegato pelo, ma di identica prosopopea e protervia sedicente identitaria, decidono di salmodiare per proprio conto in mutrioso antagonismo col popolo della Repubblica-dello Scoglio. Fedeli come non mai alla memoria del loro padre fondatore, più bendati e ciechi che mai, i neo Moro-Azzurri, miserabili epigoni di un Pisdaz d’altri tempi, consegnano bandiera e ceneri del cavaliere dei rossomori al mausoleo e ai marmi di Arcore….<br /> In questa mirabile e stravagante “coincidentia oppositorum”, il verdetto del ”popolo sardo” è quanto meno promettente per il prossimo inverno di tutti i nostri scontenti. Ecco qua il requiem:<br /> - L’Ogliastra delle basi all’uranio impoverito reclama e vota auspicando tanti agnelli a tre teste. Insoddisfatta e rancorosa che continuino a nascerle appena e soltanto con due. E si augura un vigoroso incremento di linfomi infantili e di qualsivoglia famiglia di tumori. Liquidi o solidi che siano. Andranno bene comunque.<br /> - Si associano, festanti, le zone industriali del Capo di sotto, di mezzo e di sopra: non ancora del tutto soddisfatte di miasmi e pestificazioni di ogni sorta. L’operaio-.in-tuta, dimenticati i gambali, con le ciminiere dell’avvenire allo stoppino, nell’impossibilita di tornare indietro o emigrare come ai bei tempi di una volta, si abbandona fiducioso alla divina provvidenza del Cavaliere fulàno. Presagisce, fiuta già la fine del topo in trappola.<br /> - Quanto ai Comuni della costa, che vi nasca o tramonti il sole, quelli ancora commestibili e rosicchiabili dal dente delle ruspe, hanno anch’essi un loro sogno: di colate di cementi e calcestruzzi come redenzione e finale liberazione da una vaga memoria di indigenze e male arie. Sognano il turista-da-fottere. Il varo dell’ultimo “piano casa” gli chiuderà sia pure la sola vista del mare. Ma tante botteghe fioriranno<br /> -  Solitaria, anch’essa qua e là già corrosa, la provincia di Nuoro: un’enclave ormai minacciata dagli sfaceli. I “micciùrri” di Oliena, disperse nel vento le ceneri dei Melis dopo averne abraso anche la memoria, sono già ai piedi dell’Ortobene… Fino  a quando durerà questo No, questo residuale rifiuto allo sfacelo? – “Dammi tempo che ti buco”- , disse alla pietra il verme.<br /> Per chiudere in bellezza, mi soccorre un aforisma di Kleist che parrebbe raccontare anche di noi. Demostene alle repubbliche greche: Se per conservarvi aveste fatto soltanto la metà di quanto faceste per distruggervi, sareste ancora liberi e felici.<br /> Non gli abbiamo dato retta / Non lo abbiamo ascoltato.</p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=771" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2009/03/26/habeas-porcus/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Quesito su una legge ingiusta</title><link>http://www.coronadelogu.com/2009/03/07/quesito-su-una-legge-ingiusta/</link> <comments>http://www.coronadelogu.com/2009/03/07/quesito-su-una-legge-ingiusta/#comments</comments> <pubDate>Sat, 07 Mar 2009 13:04:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Chicco Gallus</dc:creator> <category><![CDATA[Mala tempora currunt]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[cittadinanza]]></category> <category><![CDATA[immigrazione]]></category> <category><![CDATA[ius sanguinis]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.coronadelogu.com/2009/03/07/quesito-su-una-legge-ingiusta/</guid> <description><![CDATA[C&#8217;è una cosa di cui mi vergogno, e che vorrei cambiasse. Una legge dello Stato italiano. Quella che dice che si è italiani se si nasce da italiani, ma non dice anche che si è italiani se si nasce in Italia. Ho controllato, giuridicamente si dice che in Italia vige lo Ius Sanguinis, e non lo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-566" title="integrazione" src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/uploads/2009/03/integrazione-150x150.jpg" alt="integrazione" width="150" height="150" />C&#8217;è una cosa di cui mi vergogno, e che vorrei cambiasse. Una legge dello Stato italiano. Quella che dice che si è italiani se si nasce da italiani, ma non dice anche che si è italiani se si nasce in Italia.<br /> Ho controllato, giuridicamente si dice che in Italia vige lo Ius Sanguinis, e non lo Ius Soli. Il diritto di discendenza e non quello della terra.<br /> <span id="more-525"></span><br /> Da profano, per chiedermi se trovo giusta una legge guardo cosa accade con quella legge. E poi mi figuro che cosa potrà accadere se cambia. Visualizzo uno scenario.<br /> Un tempo, quando l&#8217;Italia era solo terra di emigrazione la cittadinanza per discendenza era una specie di garanzia, di risarcimento per chi doveva andar via, e forse anche un modo crudele di non mollare la presa su chi fuggiva, in tempi in cui la forza di una nazione si contava anche con il numero degli abitanti.<br /> Allora lo Ius Soli, qui non aveva tanta importanza. Che non fosse in vigore cambiava poco.<br /> Ma da pochi anni è cambiato tutto. Oggi l&#8217;Italia è terra di immigrazione.<br /> Quindi con questa legge un bambino può nascere qui, crescere qui, imparare a parlare qui, andare a scuola qui, crescere, innamorarsi, costruirsi una vita ed una personalità, e non essere italiano.<br /> Con questa legge un bambino può nascere qui e noi, come comunità, non ce ne facciamo carico. Non ne sentiamo la responsabilità, non ci sentiamo, come comunità responsabili nei suoi confronti.<br /> Possiamo espellerlo, dicendogli &#8220;torna a casa tua&#8221;. Anche se è nato qui. Possiamo dirgli che i paesaggi, l’aria, il clima in cui è cresciuto non sono suoi, non gli appartengono. Possiamo dirgli che è estraneo, straniero, diverso. Possiamo dirgli &#8220;non sei uno di noi&#8221;.<br /> Eppure nei paesi di immigrazione di solito vige lo Ius Soli. Chi nasce ha la cittadinanza. E non per questo quei paesi perdono la loro identità, anzi.<br /> A me sembra che questa norma della quale come di tutte le norme siamo responsabili, sia crudele, e ingiusta.<br /> Eppure non so di alcuna iniziativa per cambiarla.<br /> Di più, sono convinto che una iniziativa per cambiarla scatenerebbe reazioni molto forti. Dal dileggio all&#8217;allarme, alle opposizioni feroci.</p><p>Sarà il posto giusto per parlare di questo? Credo di sì. Perché in questo forum, nel dibattito sulla lingua sarda viaggia sottotraccia un chiedersi a che condizioni si è sardi, e chi può dirsi tale. È come se avessimo da interrogarci doppiamente su questo argomento. Pur senza documenti che lo attestino, senza permessi di soggiorno ed espulsioni (non per quel che riguarda la Sardegna almeno, e per fortuna).<br /> Quando è che apparteniamo a una terra, ad una nazione, ad una comunità e quelle a loro volta ci appartengono?</p><p>Bolemo scriri de custu pensieru, de custa brigungia, puru in sardu, ma no du sciu fai. Seu nasciu innoi, de unu babbu sardu e una mamma sarda. E no du sciu fai. M&#8217;intendu sardu, e italianu, e cittadinu de s&#8217;Europa. Seu sardu su propriu? E is pippius chi joganta in piazza Carmine, nasciusu innoi, fillus de cinesus, de senegalesis, chi teninti babbu e mamma de sa Nigeria, o de sa Romania, e che chistionanta su casteddaiu mellu de mei? Puitta deppinti dommandai su permissu, po narai de aressi italianus, sardus, casteddaius?</p><p><em>Scritto, faticosamente e con mille errori, in casteddaio e poi tradotto:<br /> Volevo scrivere di questo pensiero, di questa vergogna, anche in sardo ma non ne sono capace. Sono nato qui, da un padre sardo e una madre sarda. E non lo so fare. Mi sento sardo, italiano, cittadino d&#8217;Europa. Sono sardo ugualmente? E i bambini che giocano in Piazza del Carmine, nati qui, figli di cinesi o di senegalesi, o che hanno i genitori venuti dalla nigeria o dalla Romania, e che parlano l’italiano e il cagliaritano meglio di me? Perché devono chiedere il permesso, per dire di essere italiani, sardi, cagliaritani?<br /> </em></p> <img src="http://www.coronadelogu.com/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=525" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.coronadelogu.com/2009/03/07/quesito-su-una-legge-ingiusta/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>21</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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